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La Compagnia della Croce di Ferro

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E-Book in regalo per Pasqua.

Incipit La Compagnia della Croce di Ferro

Incipit

Per comprendere esattamente gli avvenimenti che saranno narrati in questo racconto è necessario fare un passo indietro e ricreare il contesto dal quale questa storia prende le mosse e si sviluppaI prodromi della 3a GM, si fanno di solito risalire all’11 Settembre del 2001.Da quella data, e la cosa è universalmente accettata dagli storici, il mondo entrò² in una spirale di conflitti, crisi economiche, violenze ed epidemie che finirono solo dopo il secondo decennio del terzo millennio. Ma seguiamo la cronologia degli avvenimenti.

Nell’autunno del 2010, la guerra continuava in Afghanistan e nuovi conflitti erano scoppiati in Medioriente in seguito alle sciagurate “primavere arabe” fomentate dagli USA. La catastrofica crisi economico-finanziaria stava devastando l’economia globale e gli Stati Uniti erano ormai  prossimi al tracollo.

L’amministrazione americana, capì che per uscire dal tunnel in cui si era infilata, non aveva che una strada, la solita: la guerra.

Fu così che nel secondo decennio del secolo, l’Iran, accusato  di essere stato il mandante di una serie di attentati che avevano insanguinato il Medio Oriente,  l’America e l’Europa fu attaccato pesantemente.

L’accusa era naturalmente falsa e strumentale; ma l’opinione pubblica, manipolata dai media totalmente allineati alla propaganda occidentale, credette alla versione ufficiale.

Fu così che ebbe inizio l’operazione “Alexander the Great”.

L’Iran fu “nuclearizzato”.

Per la prima volta dopo Nagasaki e Hiroshima, vennero usate bombe atomiche contro un paese nemico.

L’ episodio che  però suscitò una fortissima emozione e scatenò violente manifestazioni antiamericane in Europa e nel mondo, fu il bombardamento atomico di Teheran.

Gli statunitensi dissero che si era trattato di un tragico errore e  di un “danno collaterale”.

Si giustificarono dicendo che un missile “Cruise” armato con testata atomica, era andato fuori controllo a causa di non meglio identificate interferenze elettroniche. Fatto sta che a Teheran ci furono centinaia di migliaia di morti (c’è chi parlo di 2 milioni di vittime). Le reazioni dei governi europei e di quello russo, furono pesantissime, ma non andarono oltre alle vibrate proteste diplomatiche.

La guerra tuttavia continuò, fino all’occupazione del paese devastato. Il Medio Oriente si incendiò².

Le conseguenze di questo conflitto furono pesantissime per l’economia europea.

Il prezzo del barile di petrolio schizzò a 250 $.

L’interruzione delle forniture dell’oro nero iraniano (ed irakeno) ai paesi europei fu sopperita fortunatamente dalle forniture russe. Ciò contribuì ad una svolta politica e ad un riavvicinamento con Mosca. In Germania il governo filo-occidentale, messo in minoranza si dimise, cedendo il posto ad un cancellierato neutralista e filo-russo. L’Italia il governo guidato da una coalizione  di centro-destra in un primo momento si schierò con la Germania a fianco della Russia.

Poi, in seguito ad un “golpe” della magistratura e dei poteri forti che portò all’arresto del premier, la guida del paese fu affidata, dal Presidente della Repubblica,  ad un vecchio esponente della destra atlantista:  Franco Finis, il quale, con una giravolta tipica della tradizione italiana,  cambiò schieramento aderendo al cosiddetto Patto Occidentale insieme alla Francia, la Spagna, Polonia, Romania, Cekia e alla Gran Bretagna.

Alla fine dell’anno Russia e Germania firmavano un patto di mutua assistenza militare in caso di guerra. A Questo patto aderirono dopo Bielorussia, Slovacchia, Ungheria, Austria, Croazia  e Serbia.

Nell’Agosto del nuovo anno accaddero due avvenimenti che sarebbero stati gravidi di terribili conseguenze per il nostro continente:

Dopo uno stop durato un biennio fu ripresa la costruzione delle basi missilistiche USA in Polonia, Cekia, Romania, Ucraina e Lituania rivolte contro la Russia; il governo ucraino ruppe la tregua con i ribelli del Donbass e attacco le loro posizioni con il supporto della Nato.

Le due azioni irritarono profondamente il governi russo e tedesco che sentendosi pesantemente provocati, minacciarono dure ritorsioni. Ma i governi di Varsavia, Bucarest e Praga, sobillati da Washington, Londra, Parigi e Roma risposero picche.

Il 20 Agosto Berlino e Mosca, invitarono la Polonia, la Romania e la Cekia ad una conferenza per risolvere i problemi nati dalla costruzione delle basi missilistiche USA. Ma i governi filo-occidentali di questi paesi , rifiutarono ogni trattativa.

A quel punto apparve chiaro a tutti che il diniego rappresentava una implicita dichiarazione di guerra.

Il 29 Agosto Russia e Germania inviarono un ultimatum ai satelliti americani. Si dava loro tempo 72 ore per smantellare le basi missilistiche.

La guerra era alle porte.

Il 1° Settembre, alla scadenza dell’ultimatum, truppe russe passarono il confine polacco, seguite il giorno seguente da quelle tedesche. La Cekia veniva invasa da forze russo-slovacche ad est e da forze tedesche ad Ovest.

Il 2 Settembre ci fu una durissima presa di posizione di Parigi, Londra e Washington. Si davano 48 ore agli attaccanti per sgomberare i territori ceki e polacchi. Se non si fosse ottemperato a questo ultimatum, ci sarebbe stata una risposta terribile.

Il 4 le truppe tedesche entravano a Praga.

L’8 i russo-tedeschi e gli alleati erano alla periferia di Varsavia.

Il 9 Mosca, Berlino, San Pietroburgo, Volgograd, Minsk, Francoforte subirono un terribile attacco atomico.

Fu l’inizio della 3a Guerra Mondiale.

Incipit

Lo “Scudo Spaziale” americano, messo a punto solo il mese prima, vanificò² la rappresaglia russa.

Un solo Topol “bucò” la difesa statunitense, distruggendo Detroit.

Nel resto del mese, l’aviazione dell’Alleanza Occidentale, intensificò i suoi attacchi alle infrastrutture tedesche e russe.

Le comunicazioni, centrali elettriche, Tv , ponti, viadotti furono pesantemente colpiti.

Presto la paralisi dei trasporti causò immensi problemi logistici e di approvvigionamento e portò al collasso i due paesi.

Il 10 ottobre, partì dalla Francia una poderosa offensiva verso la Germania e verso Est. Un’armata anglo-franco-americana portò la guerra sul territorio tedesco.

In Francia, tuttavia, l’alleanza con gli USA e la GB causò un grande malcontento fra i nostalgici gaullisti e i nazionalisti Di Marine Le Pen, che manifestarono il loro dissenso con massicce dimostrazioni.

Paradossalmente a proteggere il governo  liberal-socialista di Macrom scesero in piazza a manifestare contro i nazionalisti, i giovani  casseurs delle banlieu, i quali armati ed equipaggiati dal governo, repressero nel sangue le manifestazioni nazionaliste e pacifiste. Nacquero così , in quei giorni, i primi nuclei di quella che sarebbe divenuta in futuro la famigerata Multiethnic Milice, chiamata  MuMi.

I “casseurs” divennero per una strana eterogenesi dei fini, la “guardia armata” del governo.

Nei giorni  che seguirono queste bande di giovani furono “istituzionalizzate”  e usate per stroncare le opposizioni, con assalti a sedi di partito, incendi, assassinii, e violenze di ogni genere.

Il 15 Ottobre, approfittando della crisi della Russia sottoposta a pesantissimi bombardamenti che ne stavano fiaccando la resistenza, la Cina, sobillata dagli anglo-americani, ordinò al suo esercito di invadere la Siberia.

L’obiettivo  di Pechino era quello di impadronirsi delle fonti energetiche euroasiatiche

Gli USA e la GB, dettero il loro benestare.

Ma la risposta russa, fu durissima.

Il maresciallo Antonov, capo delle forze missilistiche strategiche in Oriente, ordinò la rappresaglia: 10 “Topol” a testata multipla partirono dalle foreste della Tunguskha e colpirono le maggiori città  cinesi. Altre decine di missili tattici colpirono le città minori e le infrastrutture del paese.

La Cina ebbe decine di milioni di morti in pochi minuti e subì un colpo mortale.

Lo “scudo” americano non aveva funzionato in questo caso.

In un sol colpo, gli USA   si  erano sbarazzati  del nemico russo-tedesco e di un temibile e pericoloso “amico” creditore: la Cina.

A dicembre, le truppe Alleate penetrarono in profondità  nel territorio tedesco. Al termine del mese occuparono tutta la Germania, entrando in Cekia e Polonia, accolti dalla popolazioni come liberatori. L’offensiva si arenò a Gennaio sul suolo russo, grazie anche all’arrivo del Generale Inverno che bloccò le Armate anglo-americane e quelle degli alleati franco-italo-spagnoli. Questa sosta servì ai resti della Bundeswehr degli eserciti alleati e dell’Armata russa per trovare rifugio e riparo nelle basi segrete  del Nord che dalla Carelia arrivavano agli Urali. Oltre due milioni di uomini e donne delle forze armate e civili, riuscirono a sfuggire all’annientamento. Altri nuclei, nascosti in rifugi costruiti nelle foreste, avrebbero iniziato la lotta partigiana in primavera.

In Italia, il governo guidato da Finis, dopo una breve fase di non belligeranza, quando la guerra sembrò² ormai vinta e al termine, entrò nel conflitto a fianco degli USA e GB, inviando in Russia l’Armata Tricolore. Anche il leader italiano, all’interno, seguì l’esempio del collega Macrom, arruolando nelle forze di sicurezza migliaia di immigrati a cui aveva concesso la cittadinanza e il voto e che usò per stroncare il malcontento e le violente manifestazioni delle forze identitarie e nazionaliste. Ciò gli valse, l’appoggio convinto ed entusiasta della sinistra globalista  e movimentista, in particolare quella dei  famigerati Antifa dei Centri Sociali. L’ esempio francese ed italiano fu seguito anche da altri paesi, quali il Belgio, Olanda, Danimarca. Nei paesi scandinavi i deboli governi socialdemocratici cedettero alle proteste degli immigrati e dei Sì-global e cooptarono al governo elementi di origine araba e africana e della sinistra estrema..

A Marzo, le armate dell’Alleanza Occidentale occuparono la Russia meridionale e centrale.

Unica nota negativa in questa operazione, fu la disfatta dell’Armata Tricolore che, nei pressi Voronez, attaccata da due brigate partigiane, fu travolta e messa in fuga. Prese dal panico numerose brigate gettarono le armi e fuggirono verso ovest a piedi. Fortunatamente la disfatta fu evitata dalla presenza di forze anglo-americane che tamponarono la falla apertasi nello schieramento italiano. Due settimane dopo l’Armata Tricolore, multietnica dimezzata fu rimandata in Italia dove fu accolta dal ministro della difesa La Rissa con parole altisonanti e piene di retorica, quasi fosse stata reduce da una vittoria.

A Maggio la guerra era sostanzialmente finita. Eccetto gruppi di partigiani in alcune zone della Russia centrale, la resistenza dell’Armata Russa e della Bundeswehr era terminata.

Il lìder russo Vutin fu dato per morto insieme a tutto il suo entourage. Anche la Siberia, eccetto la parte settentrionale fu occupata da un  numeroso esercito privato di contractors ingaggiato dalle Sette Sorelle e dai magnati della finanza anglosassone.

L’Europa aveva subito danni e devastazioni immense.

Le perdite umane si stimavano intorno ai 60 milioni di vittime, soprattutto in Russia e Germania.

Ma anche in Francia, Spagna e Italia, in seguito ad una terribile e misteriosa epidemia febbre “blu”, al freddo e alla mancanza di cibo si ebbero milioni di morti.

I capi degli stati vincitori sostennero che per la ricostruzione e la rinascita del continente era necessario riempire i vuoti causati dalla guerra con altrettanti immigrati.

Da Maggio alla fine dell’anno oltre cinque milioni di nordafricani e africani arrivarono nel Vecchio Continente.

Il 10 Giugno a Washington, in un attentato causato da non meglio identificate cellule nazi-islamiche veniva ucciso il presidente e il vice-presidente degli SU. L’episodio causò un giro di vite per quanto riguardò le garanzie politiche e democratiche nel mondo. Il Congresso, vista l’eccezionalità  della situazione nominò presidente il giovane e brillante senatore di New York, George.J. Tsirhc.

Incipit 3a ed ultima parte.

Nei mesi successivi, il nuovo presidente USA con l’appoggio dei governi alleati convocò a Dicembre del 2019 una Conferenza di Pace a Londra che avrebbe ridefinito la geografia politica ed economica del mondo. Un think tank di intellettuali americani ed europei, guidati dallo stesso presidente si impegnò a preparare un documento che sarebbe stato presentato alla Conferenza e che avrebbe contenuto i punti e i principii fondamentali del Nuovo Ordine Mondiale.

Il 1° Dicembre si aprì nella capitale inglese la Conferenza di Pace. Tsirhc presentò i 6 punti che, come disse, “avrebbero cambiato il volto e la storia del pianeta”:

1) Proclamazione della Repubblica Mondiale

2) Istituzione di un unico Corpus giuridico

3) Adozione della Lingua Unica

4) Abolizione di ogni differenza sessuale, etnica e razziale

5) Adozione della Moneta Unica

6) Religione dell’Uomo.

Tsirhc, presentando il programma, riuscì ad conquistare, affascinare e convincere con la sua oratoria suadente la platea dell’Assemblea.

A termine del suo intervento, dopo aver spiegato mirabilmente la portata palingenetica e rivoluzionaria dei Punti che aveva presentato, fu accolto da un delirio di applausi e il suo nome fu scandito un’infinità  di volte. Il suo grido: “No more war!” divenne lo slogan e la speranza per milioni e milioni di persone.

L’alba di una nuova era di pace e fratellanza, parve sostanziarsi nelle parole e nel programma del giovane lìder americano.

I punti enunciati avevano  evidenti derivazioni culturali messianico-massoniche ma  accoglievano anche istanze millenaristiche marxiste e anarco-liberiste. Un cocktail di pensieri e culture politiche miscelato con perizia che coagulò² intorno a quei pochi punti, forze apparentemente opposte e contrarie.

Il 1° Gennaio del 202…  fu proclamato il Governo Mondiale che ebbe come sede, l’ex palazzo dell’ONU. A capo del governo fu eletto dall’ Assemblea Costituente per acclamazione George J. Tsirhc.

Accanto a lui 7 Commissari Straordinari scelti da lui stesso.

Il nuovo Governo Mondiale mise subito in atto la sua strategia rivoluzionaria. A Febbraio partì l’Ordinanza 01 che ingiungeva l’abolizione dei confini e delle nazioni. Gli stati persero il loro nome e ciò che rimaneva della loro sovranità. Si chiamarono “Stella degli Stati Uniti del Mondo”. L’italia per esempio, divenne la 78a Stella degli SUM.

Tutti  i capi degli ex-stati alleati, divennero, ipso facto, Governatori delle Stelle del SUM.

L’ordinanza implicitamente rendeva gli abitanti del pianeta, tutti “Cittadini del Mondo” e garantiva loro l’assoluta mobilità  e la libera circolazione in ogni dove.

A Marzo fu emanata l’Ordinanza 02 chiamata anche Codex 666

dal numero delle leggi contenute. I principi fondanti del Codice erano quelli della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo.

Furono regolati i rapporti privati fra i cittadini, i diritti civili, le garanzie individuali etc. L’applicazione delle leggi fu affidata ad un nuovo organo di sicurezza: il Commissariato per la Attuazione Soft della Legge, un nome anonimo e rassicurante dietro il quale si celava la potentissiama polizia transnazionale, dotata di pieni poteri. Una polizia invisibile ma onnipresente, misteriosa e temuta. Coloro che ne furono vittime la chiamarono “psico-polizia” mutuandone il nome dal celebre romanzo di Orwell; la sicurezza pubblica e la difesa fu affidata alla Multiethnic Milice (MuMi)

Ad Aprile fu emanata l’Ordinanza 03. Tutte le lingue nazionali e locali furono abolite.La lingua unica sarebbe stata l’Inglese.

Tutti furono obbligati ad impararla. Stampa, radio, TV e cinema dal 5 Aprile iniziarono le loro trasmissioni parlando e scrivendo nella Lingua Unica.

Il 1° Maggio l’Ordinanza 04 emanava direttive sull’integrazione razziale e introduceva incentivi a favore delle unioni interrazziali, comminava la pena di morte per il reato di xenofobia e razzismo considerati reati contro l’Uomo e la Fratellanza Universale.

Il 1° Ottobre, in base all’Ordinanza 05, tutti i Cittadini del Mondo. per debellare la pandemia di “Febbre Blu” che continuava ad imperversare nel mondo furono obbligati a vaccinarsi con vaccini che grazie alle nanotecnologie, impiantavano  un nanochip sottocutaneo. Ciò avrebbe consentito loro di monitorare il loro stato di salute, di fare pagamenti e ricevere il reddito universale e sarebbe servito anche come documento identificativo. Infatti con uno speciale scanner si sarebbero potuti leggere tutti i dati individuali.

Chi avesse rifiutato il vaccino/impianto sarebbe stato considerato un “deviante” e rinchiuso in speciali campi di rieducazione mentale (CRM). Per chi fosse stato trovato senza l’identificativo, fuori dai CRM,  era prevista la pena di morte.

Il 25 Dicembre fu emanata l’Ordinanza l’Ordinanza 06. quella che stabiliva che l’unica religione sarebbe stata quella della Chiesa della Fratellanza e dell’Amore Universale, una religione sincretista guidata  da un  ex-prete cattolico che ne divenne il capo con il nome di Francesco Paolo I. Chiunque avesse professato altri credi, sarebbe stato considerato un nemico del Mondo, della Salute e della Fratellanza, quindi sanzionato con il Campo di Rieducazione Mentale. Questa legge scatenò le proteste del mondo cattolico e di quello islamico. In Italia, il Governatore della 78a Stella Gianfranco Finis mobilitò anticlericali, il mondo LGBT,  centri sociali e immigrati e mondialisti, portando in piazza migliaia di manifestanti che ogni giorno protestarono contro la Chiesa  davanti la basilica di San Pietro. L’ultimo  Papa Pietro II fu costretto ad auto-recludersi nel palazzo pontificio, difeso solo da un centinaio di Guardie Svizzere.

Il 12 Maggio, la situazione precipitò, tramutandosi in una terribile tragedia.

Durante l’ennesima manifestazione anti-cattolica di circa un milione di manifestanti, qualcuno dai tetti del Vaticano sparò sulla folla (si seppe dopo che erano stati elementi della  Psicopolizia).

Furono accusati gli Svizzeri. Migliaia di esagitati presero d’assalto il palazzo pontificio. Intervennero anche reparti della MuMi. Il palazzo, nonostante l’eroica difesa della Guardia del Papa che fu massacrata, fu preso, e il Santo Padre con i prelati della Curia, fu condotto per strada e costretto, in una parodia di processione, a camminare fino al Colosseo, fra due ali di folla inferocita e trattenuta a stento dalla Milizia. Arrivato sotto la grande Croce, il vecchio Papa vestito di Bianco fu ucciso insieme ai vescovi e cardinali, fra le urla della folla eccitata dalla vista del sangue.

Si compiva così il Terzo Segreto di Fatima.

La strage sacrilega fu accolta dai cattolici con tristezza, sgomento e rabbia. Ci furono manifestazioni di protesta che finirono nel sangue represse dalla MuMi. Decine di migliaia di fedeli furono rinchiusi, nei giorni seguenti, nei famigerati CRM.

Altre disposizioni furono emanate, riporteremo qui alcune delle più importanti.

Educazione della Gioventù¹ ebbe una particolare attenzione da parte del GoMo (Governo Mondiale). Nelle scuole fu obbligatoria l’integrazione razziale; fu abolita la storia in quanto stimolatrice di interessi e curiosità  sul passato della nazione e di un popolo. Si studiavano solo gli aspetti negativi della storia: massacri, guerre e olocausti. Fu favorito l’uso di droghe leggere che avrebbe favorito un miglior controllo sociale e mentale dei giovani. Anche la musica destinata alle nuove generazioni doveva essere “contaminata” e multietnica: ritmi rock miscelati con ritmi africani. sud-americani e arabi. Vietata la musica etnica. Quella classica fu bandita e vietata in quanto “diseducativa”.

I centri storici delle città  europee furono rasi a suolo, in quanto “testimonianze di culture  estetizzanti, aristocratiche e quindi diseducative”. Al loro posto furono edificati palazzoni anonimi detti “Palazzi della Fratellanza” abitati da individui di ogni razza. La Nuova Architettura secondo il GoMo avrebbe dovuto celebrare l’eguaglianza fra gli uomini e non le differenze. Solo poche costruzioni storiche, cariche di significati “rivoluzionari”, furono lasciati in piedi: a Parigi la Conciergerie, l’Hotel de la Ville, Place de la Concorde, insomma tutti i luoghi-simbolo della Rivoluzione Francese.

Perfino il cibo fu “unificato”: hamburger di pesce, pollame e insetti tritato e servito con spezie e salse. Bevande concesse: Coca Cola e birra.

I giovani più meritevoli venivano cooptati e introdotti in esclusive scuole superiori, all’uscita delle quali entravano a far parte della classe dirigenziale-burocratica o se volevano, accedevano nei ranghi della Psicopolizia.

Anche la comunicazione, specialmente quella TV subì profondi cambiamenti: tutti i network facevano capo alla Global-Tv.

In Europa occidentale (Spagna, Francia, Italia, Balcani e paesi islamici sul mediterraneo) le trasmissioni furono gestite da Murdochset. Le trasmissioni destinate alle masse erano in genere di infimo livello. Programmi volutamente trash: reality, trasmissioni demenziali, foot-ball o fiction in cui si esaltava il GoMo e la sua politica di fratellanza.

La famiglia come istituzione sacrale e civile, fu abolita. Al suo posto vi furono le unioni di fatto di qualsiasi tendenza sessuale. I due anni che seguirono, il GoMo li utilizzò per rafforzare il suo controllo sul territorio. Particolarmente terribile fu la repressione che fu adoperata in Medioriente per stroncare ogni attività  di opposizione e di resistenza. In questi due anni fu incoraggiata una migrazione di portata biblica verso l’Europa. Da calcoli prudenti i nuovi arrivi dall’ Africa si calcolano in 30 milioni di nuovi arrivati. Ormai la popolazione allogena era un terzo di quella autoctona.

Organizzazione della società 

Ufficialmente la società  era fatta di eguali e di “cittadini del mondo”. In realtà  c’era una suddivisione in classi netta e precisa.

A vertice (1°Livello) c’erano gli Eletti-Illuminati. Facevano parte di questa elite: i governanti del GoMo, i governatori, gli amministratori delle Corporations, delle Banche e gli alti burocrati;

il 2° livello era costituito dagli appartenenti alla ‘Psicopolizia’ e dai burocrati-medi;

il 3° livello era costituito dai Manuali (operai, contadini, artigiani) e dagli appartenenti alla MuMi.

il 4° livello era costituito dalla Moltitudine, cioè la massa assistita, informe ed indifferenziata che viveva nelle megalopoli o nei centri sociali. Non produttiva, ma fedelissima al GM. Veniva assistita con un assegno sociale accreditato nel chip , con il due scatolette di “global-food” al giorno a persona e con due grammi di hashish o marijuana a testa.

Fuori da ogni livello c’erano i devianti, ovverosia i dissenzienti privi di ogni diritto e confinati nei CRM ed infine gli “asociali” vale a dire tossici irrecuperabili, dementi e delinquenti. Questi ultimi furono confinati in particolari quartieri-ghetto recintati da alte mura.

E’ in questo contesto che muove i primi passi la nostra storia. Esattamente dal Centro di Rieducazione Mentale 17 posto nei pressi di Brescia

La Compagnia della Croce di Ferro

Ai devianti – così erano ufficialmente chiamati i dissenzienti- che si erano opposti al novus ordo, il Capo Supremo del GoMo (Governo Mondiale) concesse loro, come ad altri oppositori di sopravvivere. Chi entro i tre anni di detenzione si fosse pentito, sarebbe potuto rientrare nella società  civile; chi, alla fine della pena, si fosse opposto, sarebbe sparito senza lasciare traccia. Nel CRM17 erano stati rinchiusi un migliaio di donne e uomini: sovranisti etno-nazionalisti identitari, controrivoluzionari e cattolici tradizionalisti etc.

Sapevano di avere ancora un anno di vita. Ancora 12 mesi e poi sarebbe stato loro chiesto di abiurare e di sottoporsi alla “vaccinazione” che nsacondeva, come loro sapevano, l’introduzione  del micro-chip sottocutaneo. Un loro no, sarebbe significato finire in qualche Campo di Eliminazione segreto in Asia o in Africa gestito dalla Psicopolizia.

I CRM erano composti da baracche prefabbricate, in legno, plastica e lamiera: forni d’estate e frigoriferi d’inverno.

Dentro il campo, vigeva l’etno-democrazia. Veniva eletto capo del campo, il migliore e il più determinato fra i devianti e l’ordine era mantenuto dalla Sicurezza Interna. I pochi viveri che venivano concessi dall’esterno, in questo caso, dall’Ufficio per la Cura e il Recupero dei Devianti, venivano divisi equamente fra i prigionieri,

inoltre era loro concesso tenere degli animali domestici e coltivare la poca terra all’interno del CRM.

Fuori, il gulag era circoscritto da filo spinato, con torrette e un fossato. Vi era un’unica via d’accesso,

controllata militarmente. Quello specifico Campo era vigilato da reparti della MuMi sudamericani (in genere equadoregni, peruviani e colombiani) emigrati negli anni precedenti e dai Rom, calati in massa in Italia dopo l’entrata della Romania in Europa.

Il Piano di Fuga

In 23 Giugno, 11 etnonazionalisti: Der, Patriota, Guelfo Nero, Totila, Soviet, Larth, Green, Halexandra, Langbard, Ken e Jena, si ritrovarono nella baracca 16, una costruzione che serviva come deposito attrezzi e posta in una zona defilata del Campo e lontana dagli occhi dei miliziani.

La sera era umida,era piovuto tutto il giorno e sulla zona gravava una leggera nebbia. L’ambiente era illuminato da un paio di candele che parve rendere la riunione un convegno di spettri.

“Perchè ci ha riuniti Max?”  esordì Larth.

Nessuno rispose.

La porta d’ingresso si aprì cigolando. Era il capo degli identitari.

“Ci siamo tutti?” chiese Max.

“Sì,  ci siamo tutti…” rispose Der.

“Amici, ho da  comunicarvi notizie importanti”. L’uomo si sedette su una panca. I suoi occhi brillavano al tenue bagliore delle candele.

L’altra sera durante la Festa della Fratellanza ero nella palazzina della MuMi a scaricare le casse di birra per i miliziani. Nella stanza accanto al magazzino, sentii parlare ad alta voce. Erano due ufficiali che discutevano animatamente, bevendo e fumando. Mi sono avvicinato alla porta socchiusa e mi sono messo ad origliare.

Uno di loro stava dicendo che presto la Brigata “Montezuma” di stanza a Milano, sarebbe dovuta partire per il nord. Parlavano di Svezia, perché, a sentire loro, nelle settimane scorse, un intero

battaglione di miliziani, era sparito nelle foreste a nord di Hudiksvall”

“Hudiksvall?” chiese Soviet. “Ci sono stato. E’ nel centro della Svezia…”

Max continuò il racconto.

“Ebbene, nei giorni seguenti una  compagnia  della Psicopolizia e un reggimento della Mumi, messisi alla ricerca degli

scomparsi, sono spariti anch’essi misteriosamente, inghiottiti dalle foreste.

Sempre secondo il racconto dei due ufficiali , sembra che nell’estremo Nord, in Svezia, Norvegia,

Finlandia, Carelia e Russia del Nord, siano attive formazioni della Resistenza.

Per questo motivo, il GoMo ha mobilitato e messo in allarme le

Milizie Multietniche per la Difesa Democratica del Centro e Sud Europa: vogliono effettuare un’operazione in grande stile per eliminare ogni sacca di resistenza…”

A queste parole i presenti furono percorsi da un fremito.

Se a Nord c’era chi resisteva e combatteva, forse valeva la pena di sperare.

“Ho dunque pensato”, riprese Max, “di evadere dal campo, di arrivare in Svezia ed unirci a coloro che ancora combattono per la libertà “.

Gli etno si guardarono come se avessero di fronte un folle.

“E’ come ci arriviamo in Svezia? In aereo? In treno?” chiese con tono sarcastico Larth.

“A cavallo!” rispose Max.

Tutti lo guardarono con aria stupita.

” A cavallo??!! E i cavalli dove li prendiamo?”, chiese Jena.

“Per questo non ci sono problemi. Come voi sapete una volta alla settimana vengo portato fuori dal Campo per lavorare nella comune agricola a sette km da qui. Là c’è un allevamento equino. Arrivarci non è difficile. Come non è difficile fuggire dal Campo. Il controllo la notte, come voi tutti sapete, è quasi nullo, i guardiani sono sempre ubriachi, quindi…. Una volta presi i cavalli prenderemo i sentieri che attraverso le Alpi ci porteranno in Austria e poi in Germania e da lì arriveremo…”

” direttamente fra le braccia della MuMi e della psicopol…” lo interruppe Ken, facendo il gesto delle manette.

” E poi, molti di noi non sanno cavalcare” aggiunse Langbard

“Questo non è un problema. Ci alleneremo qui. Ho un’idea…” rispose Max, sorridendo.

“Preferite marcire qui?” chiese rivolto ai suoi compagni.

“No!” rispose per tutti Patriota. “Siamo tutti pronti ad osare!”

“Marciare e non marcire!” disse Jena, suscitando il riso degli astanti.

“Bene, siamo tutti d’accordo dunque?”

Tutti i presenti con diverse sfumature espressero il loro assenso.

“Allora dobbiamo organizzarci. Oggi è 23 Giugno, dovremo arrivare alla meta entro tre mesi, prima che cali il grande freddo.

Dobbiamo raccogliere tutto il cibo possibile e abiti pesanti. Mi sono procurato le mappe che ci serviranno per il cammino. Ogni ora e ogni giorno è prezioso! E’ inutile che vi dica di non parlate con nessuno di questa

impresa”, concluse Max.

“E’ pura follia”, disse Totila, ” ma forse proprio per questo riuscirà !”

L’Addestramento …

Il giorno dopo, Max, come aveva promesso si procurò un paio di vecchie botti e una sella che aveva trovato in un magazzino dove veniva accatastata la roba inutile. La portò nella baracca delle

riunioni. Ordinò ai camerati che non avevano mai cavalcato di passare due ore ciascuno a cavalcioni.

“E’ meglio che niente”, disse ai primi stupiti “cavalieri”.

Guelfo Nero, che era stato un abile cavallerizzo,  li seguì, dando, nel contempo, lezioni teoriche di equitazione. A rotazione durante il giorno Totila, Green,

Langbard, Larth, Der, Patriota e Ken si sottoposero alla “tortura”.

E così fu i giorni seguenti. Seguirono lezioni sulla postura, su come tenere le gambe e come mettere sella e finimenti. Gli esercizi furono ripetuti fino alla nausea. Max pretese che i compagni sapessero preparare le loro cavalcature nel più breve tempo possibile e nell’oscurità .

Alla fine del “corso”, gli etno erano diventati, teoricamente, dei perfetti cavalieri.

Rimaneva un problema. Avrebbero dovuto attraversare le foreste del nord all’ inizio dell’autunno ed erano coperti di stracci. Ma anche a questo aveva pensato Max. Ad un paio di km dal

campo, sulla stessa strada che portava alla Comune Agricola, c’era un enorme magazzino della MuMi. Un ex- centro commerciale stipato di oggetti sequestrati ai devianti e ai cosiddetti”profittatori”. Una volta

era stato portato a scaricare scatoloni di indumenti. Dentro, assicurò ai compagni, avrebbero trovato tutto quello che  sarebbe servito per il lungo viaggio.

La sera della fuga, nella baracca della prima riunione, Max e

gli undici etno, discussero gli ultimi dettagli. Il cibo che avrebbero portato con sè, non era molto. Sarebbe bastato per un paio di giorni, dopo,avrebbero dovuto arrangiarsi. Per il lungo tragitto, Max aveva rimediato un vecchio libro, trovato nella Comune agricola, con tutti gli itinerari europei per il trekking a cavallo.

Era riuscito a procurarselo, corrompendo una guardia rom, in cambio di un anello d’oro, vecchio ricordo di famiglia che era riuscito, fortunosamente, a portare nel campo.

Inoltre aveva nella sua sacca: mappe , cartine e una bussola.

La notizia del progetto di fuga fu tenuta segretissima.

Sicuramente nel Campo giravano alcuni rinnegati, spie al

servizio dei Psicopol e della MuMi. Quindi furono avvertiti solo pochi e fidatissimi compagni di prigionia. A loro fu demandata l’organizzazione e la sicurezza del Campo dopo la loro fuga. Se qualcuno avesse chiesto, cosa impossibile, che fine avesse fatto Max, avrebbero dovuto rispondere che era morto. Del resto le morti per malattia dovuta alle privazioni e alle terribili

condizioni igieniche erano all’ordine del giorno. Ogni giorno due o tre prigionieri non ce la facevano. Avvolti in sacchi cerati, venivano portati fuori dall’infermeria. I guardiani controllavano il cartellino e poi facevano gettare i morti in una fossa.

Max, nominò i capi provvisori della Riserva: la responsabilità  sarebbe stata caduta su: Kalashnikov, Maxhad, Agape, Eridanio, Furlan e Volpe Nera,  amici fidatissimi.

Raccomandò quelli che rimanevano di diffidare di alcuni sospette spie, in particolare di un tale Nebbius.

Correva voce che fosse un delatore.

La Fuga

Intorno alla mezzanotte del 1 Luglio, gli etno si avvicinarono al reticolato. Le guardie non erano nemmeno

salite sulle torrette. Erano tutti intenti a festeggiare il Mandela Day ubriacandosi e facendosi di coca.

Una buca scavata sotto il filo spinato avrebbe permesso ai fuggitivi di passare sotto il reticolato

attraversato dalla corrente elettrica. Una volta fuori sarebbero scivolati nel fossato che fortunatamente, a causa

della siccità  dei mesi precedenti, era quasi a secco. L’acqua sarebbe arrivata al massimo alla vita.

A mezzanotte, Max fu il primo ad oltrepassare il tunnel, a ruota seguirono gli altri.

Una volta attraversato il fossato, gli etno salutarono mestamente i compagni che rimasero nel campo aldilà  della rete, sussurando loro “ritorneremo!”

Poi scomparvero nelle tenebre. Kalashnikov , Maxhad, Agape, Eridano e gli altri, riempirono con cura il passaggio con la terra per cancellare ogni traccia della fuga.

I rischi che Max e i suoi compagni  correvano erano terribili.

Se fossero stati scoperti dai miliziani o peggio ancora dai Psicopol senza i nanochip, sarebbero stati portati in qualche Campo di Eliminazione, e lì sarebbero scomparsi per sempre. La squadra, si avviò verso il suo destino, nell’oscurità . Verso le montagne.

I fuggiaschi guidati da Max e Der si incamminarono in silenzio e nelle tenebre , costeggiando la strada provinciale che da Prevalle portava a Gavardo.

Dopo una quarantina di minuti giunsero al magazzino. I prigionieri si avvicinarono dal retro. C’era una

porta di vetro, protetta da una grata. Era chiusa a chiave. Larth con un passepartout di fortuna riuscì ad aprirla. Gli uomini entrarono dentro.

I guardiani erano in un edificio distante una quarantina di metri. Tutto era buio. Sicuramente stavano dormendo dopo le abbondanti bevute della festa.

I devianti si avvicinarono agli scaffali dove trovarono in ordine di taglia gli indumenti: parka impermiabilizzati blu con cappuccio con la stella a cinque punte gialla, passamontagna, guanti di lana,

pantaloni con tasconi laterali , cinturoni, maglioni a collo alto, calze di lana e scarponi, sacchi a pelo.

Gli etno si rivestirono e negli zaini misero dei ricambi. Halexandra trovò anche delle

“razioni da manovra”, scatole con scatolette e gallette di sopravvivenza. Ognuno ne prese cinque a testa. Il cibo per cinque giorni era assicurato. Ken, entrando in un’altra stanza attigua trovò, trattenendo un grido di gioia un arco e decine di frecce da caccia. Lo prese fra le mani, soppesandolo, come fosse  un oggetto sacro e prezioso. Era stato campione nazionale di tiro con l’arco. Riempì due faretre e fu portato via a forza da Jena. Der invece durante la sua perlustrazione trovò in una vetrina una katana. Era stato cintura nera di kendo. La sfoderò e si esibì in alcune figure. Apparve agli occhi ammirati degli amici  un samurai. Ripose la spada nel saya il tradizionale fodero in legno di magnolia e se la mise a tracolla.

Infine raccolsero  i loro stracci e in silenzio uscirono. larth richiuse la porta.

“Sembriamo una squadra di Miliziani”, disse Ken.

“Meglio così”, rispose Langbard strizzando l’occhio.

Il gruppo, zaino in spalla, prese un viottolo fra i campi. La prima operazione era riuscita alla perfezione.

Si avviarono, quindi, soddisfatti verso la Comune agricola.

Intorno alle 2,30, arrivarono alla fattoria. Max tirò fuori un vecchio binocolo e scrutò nell’oscurità  l’ingresso.

“Ci sono due miliziani di guardia. Stanno dormendo. Nella fattoria ci dovrebbero essere una decina di manuali, ma anche loro sono sicuramente nel mondo dei sogni . Dobbiamo aggirare il reticolato e poi entrare. A 200 metri dalla casa, c’è la stalla. Andiamo!”

La squadra fece gli ultimi metri di corsa. Costeggiò il reticolato. Poi, Max, tirò fuori dalla sacca un paio di tronchesi. I fili tagliati fecero un rumore strano, simile a quello di una corda di violino che quando troppo tesa si spezza.

Si precipitarono nel prato e giunsero nel ricovero dei cavalli.

Per primo entrò Max.

Gli animali lo conoscevano. Erano di razza aveglinese, dal manto fulvo e la criniera bionda.

Quadrupedi di grandissima resistenza, adatti alla montagna e ai lunghi percorsi.

Max accarezzo il primo e poi gli altri.

Gli etno entrarono nel fabbricato di legno e, seguendo le indicazioni del capo, sellarono gli animali non senza qualche difficoltà . Le lezioni erano servite, ma qualche intoppo fu normale che ci fosse.

L’operazione avvenne comunque in tempi brevi. Guelfo, Halexandra e Max, aiutarono i camerati in difficoltà ; poi a piedi, tenendo per le redini i cavalli, ritornarono sui loro passi, uscendo dall’apertura nel reticolato.

“Ed ora in sella!” bisbigliò Max.

Poi, sul suo cavallo, prese la testa dello squadrone. Per ultimo veniva Guelfo Nero, che avrebbe dovuto controllare che nessun cavaliere rimanesse indietro. Ai lati cavalcavano Halexandra e Soviet,

entrambi pratici di equitazione.

“Dobbiamo bypassare Salò prima che sorga il sole e avviarci all’interno, verso Vobarno e San Martino!”

Spinse il cavallo al piccolo trotto verso una bianca strada sterrata che costeggiava a tratti la strada statale. Era quasi l’alba quando imboccarono la strada provinciale che portava verso Bovarno.

I paesi che avevano incontrato sembravano deserti. O forse i Randagi e i Rom che li abitavano, non erano molto mattinieri. Anche il tragitto verso Treviso Bresciano, fu tranquillo.

La strada correva lungo la valle, ai lati vi erano folti boschi. Se ci fossero stati pericoli, sarebbe stato facile, occultarsi.

Sorpassarono Baverno, sede delle ex-acciaierie Falk, ora occupate da un’umanità  di randagi, punkabbestia da marginali e migranti sbandati ferventi sostenitori del Governatore Finis e del GoMo.

Tutto taceva. Anche l’attraversamento di San Martino, ebbe luogo senza imprevisti.

Fermatisi all’interno di un bosco per una breve sosta, Max con Der controllarono le carte.

Halexandra si mise a ridere sonoramente.

“Che hai da ridere?” le chiese Der.

“Abbiamo rubato abiti e cavalli ai guardiani rom. Capisci?! Abbiamo fregato gli zingari!!!”, disse continuando a ridere.

“Già ” disse Totila, “E’ il colmo. Rubare ad un rom. Il mondo si è rigirato!”

” Buoni!”, disse Max. “Dobbiamo arrivare al bivio di Dimaro, che dista da qui una cinquantina di km entro domani sera. Quando comincerà ad imbrunire dovremo metterci in marcia. Da Dimaro proseguiremo verso nord-est. Fra tre giorni dobbiamo essere in Val Passiria. Fra quattro, in Austria. Ora riposiamoci e facciamo riposare i cavalli!”

Gli etno si sdraiarono sull’erba. Ognuno pensava all’avventura che stava per iniziare.

Avevano aperto una porta dietro la quale ignoravano cosa ci fosse. Da quel momento in poi, e di questo erano consapevoli, avrebbero giocato a dadi ogni giorno con il Destino.

La posta in gioco sarebbe stata la vita o la morte.

Cavalcarono tutta la notte. All’ alba giunsero in vista di Dimaro. Entrarono in un bosco (ormai il sole era alto) e Max iniziò a controllare con il binocolo l’entrata. Nella piazza vide

un bivacco di randagi e di ibridi. Ma sul ponte vide parcheggiata una camionetta azzurra.

“Psicopol!?”

Riconobbe le uniformi azzurre-turchino dei reparti speciali, l’elmetto con la stella dorata e le armi.

“Che diavolo ci fanno qui?!” chiese preoccupato Max.

“Stanno cercando noi?” chiese Halexandra, preoccupata.

“Può darsi che sia partito l’allarme dalla Comune…Comunque ora fermiamoci a riposare e a mangiare qualcosa. Poi decideremo sul da farsi.”

“Sicuramente fra poco se ne andranno…” disse Patriota.

Il gruppo si inoltrò all’interno del bosco, mentre Max e Der rimasero ad osservare le mosse degli odiati poliziotti.

I due continuarono per tutto il giorno ad osservare i loro movimenti, sperando che ad una certa ora si togliessero dalla strada; invece, intorno alle 14, furono

sostituiti da un’altra camionetta, con altri quattro psicopol.

Dopo un po’, i due si ritirarono dal loro osservatorio fra gli alberi e si unirono ai compagni

che stavano preparandosi qualcosa da mangiare.

Il pranzo fu frugale: una scatoletta di tonno e alcune gallette. Il tutto innaffiato con acqua.

“Quanto pagherei per un piatto di tonno, fagioli e cipolla”, disse Larth

“Forse un giorno il tuo desiderio sarà  esaudito!”, gli rispose Totila, accendendosi un mozzicone di sigaro.

La stanchezza e il tepore della giornata era tale che molti si addormentarono, sfiniti. Ken  si era addentrato nel bosco ed aveva iniziato ad allenarsi con l’arco; 

Max, Der e Patriota invece, tornarono a controllare la pattuglia sul ponte.

Der era un duro, inflessibile e intransigente con gli altri e con se stesso.

La presenza dei poliziotti blu¹ non lo convinceva.

-Che ci fanno in un paese come questo? Di solito si muovono per motivi gravi, altrimenti mandano le bande di randagi o la Milizia Multietnica-, pensò fra sè.  La loro presenza sul ponte, poi, impediva il proseguimento del cammino. Sarebbe stato impossibile andare oltre.

“Max, dobbiamo eliminare quei bastardi!, altrimenti non passiamo più!”.

“Sì, non possiamo rischiare di rimanere inchiodati qui in eterno. Dovremo agire stanotte di sorpresa , visto che loro sono armati e noi no…”.

“Sì ,stanotte! Quando meno se lo aspetteranno!” disse Der, lanciando il suo pugnale contro il fusto di un albero. L’arma penetrò nel legno, vibrando sinistramente.

“Stanotte!” ribadì Max.

Stava ormai imbrunendo. Max e i cinque compagni scelti per agire, si appartarono a discutere il piano: Soviet e Patriota si sarebbero avvicinati alla camionetta, facendo finta di essere dei randagi ubriachi.

Nello stesso tempo Max, Der, Ken e Totila avrebbero preso alle spalle gli psicopol, provenendo dalla parte opposta, dopo aver guadato il fiume, fortunatamente in secca, più a valle, armati di bastoni e della katana.  Ken assicurò che avrebbe colpito i  poliziotti con il suo arco.  Gli altri avrebbero fatto il resto. Alle due scattò l’operazione.

Soviet e Patriota, avvolti in due coperte, si avviarono lungo la strada, mentre gli altri tre attraversarono

il fiume. Il resto degli etno doveva portare i cavalli il più vicino possibile al ponte per poi attraversarlo e fuggire verso nord.

Soviet e Patriota alle viste della camionetta, cominciarono a barcollare e a cantare. Due poliziotti blu li attesero all’inizio del ponte (altri due dormivano nella camionetta) e li fermarono chiedendo loro di mostrare il dorso della mano. In quell’attimo una freccia  sibilò nell’aria. Una delle guardie, ebbe la gola trapassata. Si portò le mani al collo e si accasciò, gorgogliando. Il tiro di Ken non aveva perdonato.

Nello stesso momento, Soviet e Patriota, colpirono l’altro alla gola, impedendogli così di gridare.

Der e Totila finirono gli altri due che dormivano nella camionetta. L’azione fu fulminea. Max fece un segnale con la torcia verso il bosco e il resto degli etno, con i cavalli, si precipitarono sulla strada.

Furono prese le armi: quattro fucili automatici e quattro pistole automatiche, oltre numerose munizioni trovate nella camionetta.

Furono inoltre prese delle ricetrasmittenti collegate sulla lunghezza

d’onda della psicopolizia, un piccolo computer grande quanto un telefono cellulare che fu affidato a Larth, specialista in elettronica, due binocoli a raggi infrarossi, dei viveri e delle sigarette. Poi i corpi furono ammassati dentro la camionetta, alla cui guida si mise, Max. Gli altri montarono a cavallo, dopo aver fasciato gli zoccoli degli animali con stracci, per fare meno rumore possibile, e si diressero verso nord-est.

Dopo aver passato il paese, giunti ad una curva, sotto la quale c’era un burrone di un centinaio di metri che finiva in un fiumiciattolo, gli etno, spinsero giù la camionetta. Un rimbombo cupo accompagnò la caduta. Poi il silenzio.

Per tutta la notte i fuggitivi proseguirono la marcia. All’alba arrivarono nei pressi di Cis. Presero una strada che si inerpicava verso Marcena e poi Proves. Da lì, attraverso un sentiero fra le montagne sarebbero giunti a Sankt Walburg, nella Valle di Ultental.

Passate le case disabitate di Proves, salirono verso le montagne che sovrastavano il borgo . Si fermarono nei pressi di un fienile con una stalla. Gli uomini sfiniti scesero dalle cavalcature e dopo aver tolto le selle ai cavalli, entrarono nell’edificio. Max organizzò dei turni di guardia di due ore. Altri due etno avrebbero accudito gli animali e dopo li avrebbero fatti riposare nella stalla. Eccetto Max e Der, gli altri si addormentarono come sassi.

Verso mezzogiorno, fu consumato un pasto leggero, con un’aggiunta di una mezza tavoletta

di cioccolato, e del caffè solubile trovato nella camionetta degli poliziotti.

Mentre sorseggiava il caffè, Max osservò uno ad uno i suoi compagni:

Der, un giovane determinato e coraggioso. Non si risparmiava mai.

Sempre in prima fila. Gelido e spietato come la lama della sua katana. Era una delle anime della resistenza . Appassionato di storia militare e laureato in Storia delle Dottrine Politiche, era da tutti considerato l’ ideologo del gruppo; 

Patriota, un giovane coraggioso. Cattolico tradizionalista. Giravava portando una croce argentata al collo.

Un cavaliere di altri tempi. Era stato prima della guerra un valente tecnico informatico.

Larth, soprannominato “Ulisse” per la sua scaltrezza e per la sua totale diffidenza. Un tipo che era meglio

avere amico che nemico. Ex- ufficiale della Marina  esperto in  elettronica e misure contro-elettroniche.

Totila, era il più  anziano del gruppo, ma di aspetto giovanile e atletico. Saggio e riflessivo.

Tiratore eccezionale. Rappresentava il “freno” della compagnia, vista l’impetuosità  dei giovani.

Era soprannominato “lo Zio”. Esperto di armi e in tecniche di sopravvivenza.

Halexandra, soprannominata la “Valchiria”, fredda, determinata e coraggiosa. Da i suoi lineamenti e colori si desumeva una discendenza longobarda di cui lei andava fiera.

Occhi azzurri e capelli biondi raccolti in una lunga treccia. Laureata in medicina era un esperta in piante officinali.

Ken, detto il “Guerriero”. Coraggioso e intraprendente. Era stato, prima della guerra uno studioso di sette e consorterie occulte . Vissuto per alcuni anni in Giappone  era un esperto di arti marziali  e come già  detto campione di tiro con l’arco.

Jena ,  giovane coraggioso e allo stesso tempo riflessivo, curioso e studioso.

Aveva portato con sè una piccola biblioteca. Nei momenti di pausa si immergeva nella lettura.

Soviet, detto “Spetsnatz””. Anche lui scelto per la sua audacia e coraggio.

Di origine russa , esperto in tecniche di guerriglia  e di sopravvivenza (era stato uno spetsnatz). Poliglotta.

Langbard, un giovane forte, entusiasta e dotato di humor. Era, insieme a Jena, la mascotte del gruppo.

Chiamato dagli amici “Ultimo” per via dei suoi ritardi e per essere sempre l’ultimo a svegliarsi, ma sempre il primo nell’azione. L’anno prima aveva pugnalato un ecuadoregno, fuori dal Campo per difendere una ragazza. Nessuno lo vide. Dell’omicidio furono accusate delle guardie peruviane, sempre

in contrasto con gli ecuadoregni.

Guelfo Nero, detto “Il Monaco Nero” per il suo portamento ieratico e per la sua profonda fede, che riusciva

a trasmettere al gruppo sotto forma di una grande forza interiore. Era la guida spirituale del gruppo. Ottimo cavallerizzo.

Green, detto anche “Ninja”, era capace di arrivare alle spalle di qualcuno, strisciando senza essere visto

e poi colpire. Giovane coraggioso e implacabile. Esperto in arti marziali.

Dopo aver passato in rassegna i suoi uomini, Max, accese la radio trasmittente e captò subito delle comunicazioni.

Il comando della Psicopol e della Milizia Multietnica di Brescia aveva diramato l’ordine di mettere dei posti di blocco intorno a tutte le strade che portavano o si diramavano da Dimaro. Era chiaro

che la scomparsa dei quattro poliziotti, aveva messo in allarme il Comando della provincia. Si parlava di una compagnia di randagi ed una di Rom, fatte affluire nella zona per un rastrellamento.

Non appena fosse iniziato ad imbrunire, gli etno avrebbero riprendere la marcia.

Il terreno cominciava a scottare sotto i loro piedi.

Fortunatamente, erano prossimi a scavalcare le montagne, dalla parte opposta dei posti di blocco.

Larth, gingillandosi con il “computerino” , come lo chiamava lui,  della Psicopol, aveva scoperto delle importanti funzioni. Una delle quali avvertiva chi lo portava con sè, con un sibilo intermittente,  della presenza di droni-killer nelle zone circostanti. Funzione importante per i poliziotti  blù del GoMo onde  evitare il “fuoco amico”.

Fuga in Val Passiria

A questo punto, per rendere più scorrevole il racconto, è necessario fare un breve riassunto degli

accadimenti avvenuti dopo l’uccisione dei quattro Psicopol.

Trovati i corpi nel burrone, il Governatorato Democratico della Lombardia, scatenò una furiosa caccia all’uomo nelle valli Giudicarie, chiudendo le vie che portavano al nord . Gli etno si misero in salvo sconfinando nella valle di Ultenthal e dopo un paio di giorni di marce notturne estenuanti interrotte solo quando veniva segnalata la  presenza di droni-killer, giunsero, dopo aver passato, non senza difficoltà  Merano, nella Val Passiria.

Nel tardo pommeriggio del 7 Luglio, arrivarono in vista di un maso. Con loro sorpresa, si accorsero che era abitato.

Due bambini, che li videro arrivare, corsero verso la casa, impauriti. Poco dopo ne uscì un uomo, armato

di fucile che ordinò loro di fermarsi.

Max, sceso da cavallo, alzò le mani e chiese di poter parlare.

L’uomo lo fece avvicinare. Da una finestra spuntò un altro fucile, che teneva a bada il gruppo.

“Siete miliziani?!” chiese il proprietario della fattoria, guardando le divise blu con aria ostile.

“Siamo devianti” e così facendo, mostrò sull’avambraccio il marchio che veniva impresso a coloro che non accettavano il Nuovo Ordine Mondiale.

“E come mai indossate uniformi della MuMi?!” chiese l’uomo.

“Siamo fuggiti dal Campo di Rieducazione Mentale 17, nelle vicinanze di Brescia. Ci siamo rivestiti rubando gli abiti in un magazzino della Milizia… Stiamo andando a Nord”.

L’uomo chiese a Max di mostrargli il braccio della vaccinazione, ma non vi era traccia di tatuaggi. Guardò l’etno e gli strinse la mano.

“Entrate: avrete certamente bisogno di ristorarvi e di riposare. Abbiamo sicuramente molte cose da dirci.

I miei figli maggiori porteranno i vostri cavalli nella stalla. Anche loro, mi pare, hanno bisogno di un po’ di fieno, biada e di riposo.”

Gli etno lasciarono le cavalcature e, rassicurati, entrarono nel maso.

Immediatamente la moglie di Martin, questo era il nome dell’uomo, li fece accomodare nella grande cucina.

Avrebbe preparato per loro una bella zuppa calda di cavolo e patate.

Martin volle sapere della loro fuga e della loro destinazione.

Max spiegò, che correvano voci che all’estremo Nord fosse in atto un’offensiva da parte della Resistenza , e che loro erano intenzionati a prendere contatto con i resistenti.

“Ho sentito parlare anch’io di questa Resistenza. Mi parevano solo voci. Oggi anche voi confermate. Dio voglia sia vero! Ma come farete ad arrivare a Nord? L’Europa è in mano ai mondialisti…”

“Ci proveremo…”, rispose Der.

Gli etno chiesero a Martin come avesse fatto a vivere libero con la sua famiglia senza essere stato catturato dai Multietnici.

“Semplice” rispose l’uomo. “I multietnici, siano essi rom, randagi o ibridi, detestano la montagna, la natura incontaminata. Loro amano stare nelle valli, nelle bidonvilles e nelle fabbriche dismesse.

Detestano le montagne, insomma amano vivere in mezzo ai rifiuti, alle zecche e ai topi…”

Una fragorosa risata di assenso si levò dagli etno.

Intanto le donne avevano cominciato a versare la zuppa nelle scodelle. Gli etno consumarono voracemente il pasto. Finalmente un piatto caldo dopo tante scatolette e gallette o avanzi sottratti nei bidoni dei loro guardiani ai margini del Campo.

Al termine della cena, Martin portò una botticella di grappa. Fu tracannata in breve tempo.

“Ora andate a riposare. Vi ho fatto preparare dei giacigli di fieno nella stalla. Domani mattina, se vorrete, verrete ad un raduno di amici…”

“Schuetzen?” Chiese Der.

“Ja!” rispose Martin. “Ci guida Maria K.”

“La figlia di Eva?!” chiese Patriota.

“Lei…”

Martin accompagnò gli ospiti nel grande fabbricato di legno e augurò loro una buona notte.

Il sole sorse troppo presto per gli etno che si alzarono mugugnando. Ma Der e Max furono inflessibili. Dopo aver fatto colazione con latte caldo e fette di pane integrale e burro, riempirono i loro tascapane con alcune forme di formaggio offerte dal padrone di casa e, dopo aver ringraziato per l’ospitalità  la moglie e i figli di Martin, lo seguirono verso il raduno.

Del resto si sarebbe svolto  verso Nord, per loro sarebbe stata tutta strada.

Giunti nei pressi di una chiesetta, piantata nel mezzo del verde dei prati, gli etno si accorsero che gli Schuetzen che attendevano Martin, stavano discutendo animatamente. Quando lo videro , corsero verso di lui .

Martin fece cenno agli etno di seguirlo. C’era una donna sui trentanni, bella con gli acchi azzurri ed una lunga treccia nera che accolse Martin e i nuovi venuti. L’uomo li presentò ai suoi compagni ed a Maria K., poi, la ragazza cominciò a parlare: ” Martin è accaduta una cosa terribile. Andiamo al maso degli Oberhof!”

In un istante, tutti gli uomini montarono in sella e si avviarono al galoppo verso la casa, distante un paio di km verso la valle

Uno spettacolo atroce si presentò ai Nostri: la grande casa stava bruciando , i membri della famiglia, padre,

madre e cinque figli, tutti crocefissi ad una staccionata. Le due figlie maggiori avevano subito violenza.

Gli etno e gli schuetzen rimasero per alcuni minuti in attonito silenzio, poi qualcuno decise di deporre quei poveri corpi.

“Deve essere successo da poco. Chiunque sia stato non dovrebbe essere lontano” disse Martin serrando le mascelle.

Max, scese da cavallo e con il binocolo cominciò a scrutare il sentiero che portava al maso.

“Eccoli! sono giù¹!”

Maria K. prese il binocolo che Max le porse e vide una fila di una trentina di miliziani (randagi,

rom ed ibridi) scendere lentamente verso valle, prossimi a costeggiare un grande bosco di abeti.

“Scendiamo giù per la costa. Entriamo nel bosco e aspettiamo li quei bastardi!”, suggerì Der.

Maria K, guardò l’etno e disse che era un buona idea. Gli Schuetzen e i quattro etno armati più Ken con l’arco, salirono a cavallo, gli altri avrebbero atteso vicino alla casa distrutta.

Scendendo lungo la ripida costa erbosa, gli anti-mondialisti, raggiunto il bosco avrebbero tagliato la strada ai Multietnici.

Così fu. Prima che la banda raggiungesse i primi alberi, i ribelli

erano gia  all’interno del bosco, che limitava il sentiero. Qui attesero i mondialisti. Ancora più in basso, in uno spiazzo, c’erano due

camion con due autisti, in attesa del ritorno dei miliziani. A loro avrebbero pensato Totila e Soviet, che preso un canalone, scesero verso i due mezzi.

Maria K ordinò agli uomini di attendere che i miliziani sfilassero davanti a loro, poi avrebbero aperto il fuoco, ognuno mirando ad un “suo” uomo.

Quello che era in testa, con una bandana rossa e i capelli

“rasta” e quello che lo seguiva con un basco e una stella gialla, dovevano essere solo feriti e catturati vivi, ordinò la donna.

I partigiani si attennero agli ordini: quando aprirono il fuoco, una ventina di multietnici caddero a terra, fulminati o feriti. Una seconda scarica colpì gli altri.

Der lanciò due pugnali verso il capo con la bandana che lo colpirono alla spalla e al braccio. Il suo

luogotenente, che portava una bandoliera alla messicana, fu colpito ad una coscia da un dardo scagliato da Ken.

I due imprecando per il dolore, caddero a terra. La sparatoria continuò per poco, fino a che, anche coloro che avevano tentato di fuggire, caddero feriti o uccisi.

I devianti uscirono dal bosco, avvicinandosi con circospezione ai multietnici. Di tanto in tanto uno sparo isolato metteva fine alla vita dei feriti.

Uno di essi tentò di puntare il fucile verso Maria K. Ma sia Max che Der, lo videro per tempo e lo finirono con due colpi di pistola. Maria K, si volse verso entrambi e con un sorriso, disse:

“Vi devo la vita”

Intanto Totila e Soviet, appostati fra l’erba, non appena sentirono i primi spari, fecero fuoco sui due autisti che stavano beatamente fumando. I due miliziani rom crollarono a terra senza emettere un lamento.

i due etno si diressero verso i grossi camion: dentro sui cassoni c’erano armi pesanti e munizioni.

Gli etno trovarono anche dei documenti.

Poco dopo arrivarono degli schuetzen con numerosi cavalli. Caricarono le cassette di munizioni, le armi e riportarono i due etno verso il maso bruciato.

Quando arrivarono sul luogo del massacro della famiglia Oberhof, sentirono delle urla disumane.

Der stava interrogando l’Ibrido e il suo luogotenente Randagio.

I due avevano il terrore stampato nel volto, divenuto un’ irriconoscibile maschera di sangue dopo che Der aveva utilizzato su di loro il suo pugnale . Totila vide i due parlare come torrenti in piena.

Al termine, senza dire una parola, Der estrasse il suo revolver.

Due colpi secchi e i due prigionieri raggiunsero i loro compagni all’inferno.

Gli etno ritornarono insieme a Maria K , Martin e gli altri alla chiesetta. Nel piccolo cimitero, dopo una commovente cerimonia, fu sepolta la famiglia massacrata. Guelfo Nero recitò una preghiera.

Dal capo Ibrido, si era venuto a sapere che il giorno dopo, sarebbero arrivati in treno una Brigata

Multietnica e una Compagnia di Psicopol L’ordine era di ripulire tutta la vallata dai ribelli sudtirolesi, perchè – questo era l’ordine del Governo Mondiale – tutte le grandi vie di comunicazione

funzionanti dovevano essere messe in sicurezza per far

affluire le truppe che sarebbero dovute andare a Nord per la controffensiva contro la Resistenza. Sia la strada che la ferrovia del Brennero erano divenute strategicamente vitali per l’offensiva contro la Resistenza.

“Un’altra prova che sta succedendo qualcosa di grosso a Nord” disse Martin rivolto a Max.

Maria K. annunciò il piano. La mattina seguente gli schuetzen avrebbero fatto saltare il ponte ferroviario

con il treno dei rinforzi. Ormai era guerra aperta. Der si offrì di partecipare all’azione.

Maria K. lo guardò e con un sorriso declinò l’offerta: ” No, Der, voi dovete proseguire il vostro cammino. E’ fondamentale che raggiungiate la Resistenza a Nord. Noi non potremo affrontare ancora a lungo i Multietnici.Siamo pochi e male armati. Voi siete la nostra unica speranza”.

Disse queste ultime parole con un tono velato di tristezza.

“Giuro”, rispose Der, “che porteremo a termine la nostra missione. Voi cercate di resistere, non esponetevi inutilmente. Noi torneremo!”

Dopo aver salutato i guerriglieri, gli etno, a cui Maria K aveva fatto unire una giovane guida che li avrebbe condotti in Austria, ripresero il cammino.

La mattina seguente, mentre seguivano un sentiero che li avrebbe condotti ad un passo alpino, udirono venire  dalle valli che avevano lasciato il giorno avanti, un cupo rimbombo, come quello di un tuono

lontano. Gli etno si girarono e urlarono il loro “hurrah!” al cielo.

Il treno con i rinforzi multietnici, non sarebbe mai arrivato a destinazione

Grazie alla guida che Maria K. Aveva offerto,  riuscirono agevolmente ad attraversare il passo di Timmelsjoch, che chiudeva la Val Passiria, e passare così in Austria.

Leonard li accompagnò fino alle porte di Solden. Qui li mise in contatto con alcuni resistenti austriaci ( NdA: fra quelle montagne, il controllo del Governo Mondiale non era totale. C’erano ancora territori liberi, lontani dai sistemi vitali e dalle grandi vie di comunicazione europee. Il governo mondialista, sapeva di questa situazione e tollerava queste “isole” fuori controllo. Sarebbe poi venuto il tempo, una volta

stabilizzata la situazione mondiale, di spazzarle via),

che li guidarono per un lungo tratto, attraverso fitti boschi verso la Germania.

L’agguato

Nelle foreste bavaresi nei pressi di Oberau la Compagnia incappò in una disavventura che per poco non finì in tragedia. Mentre stavano percorrendo un sentiero, si fermarono in una radura per

rifocillarsi. All’improvviso furono circondati e assaliti da uomini armati che indossavano passamontagna neri. Stavano per essere sopraffatti e immobilizzati quando dalla camicia di Der fuoriuscì

nella colluttazione, la runa d’argento che portava al collo: il Dente di Lupo. Il capo degli assalitori a quella vista ordinò ai suoi uomini di lasciare stare gli assaliti. Jena era il più malridotto. Un colpo di

bastone lo aveva raggiunto alla testa e stava sanguinando abbondantemente. Totila aveva ricevuto una sprangata in viso che lo aveva tramortito. Lo stesso era accaduto ad Halexandra e Green.

“Chi siete?!” chiese l’uomo l’uomo con il volto celato.

“Siamo devianti fuggiti da un CRM! Combattiamo contro il Governo Mondiale e stiamo andando a Nord”, disse Der, riaggiustandosi la divisa.

“Perchè portate le divise blu della Milizia Miltietnica?”

“E’ una lunga storia, ma saremmo felici di raccontarvela se i vostri uomini si calmeranno…” rispose Max, riavviandosi i capelli scomposti.

Gli uomini mascherati, ad un cenno del capo, controllarono con uno scanner i dorsi delle mani e la fronte degli etno.

“Sono puliti, Wolf 1!”

“Siamo i Werwolfe e anche noi combattiamo il Governo Mondiale”.

Così dicendo, l’uomo si tolse dal volto il passamontagna imitato dagli altri  e si avvicinò a Der stringendogli la mano.

“Scusateci, ma con quelle divise della MuMi addosso pensavamo che foste dei miliziani rinnegati (NdA: “rinnegati” erano  i miliziani di razza bianca provenienti dalla sinistra antagonista e antifa). Non possiamo fidarci di nessuno”

I feriti furono aiutati ad alzarsi. Jena mandò qualche accidente, ma poi si calmò. Totila aveva un taglio

sulla guancia e, sdrammatizzando, disse:

“ho sempre desiderato avere una mansure. Ora c’è l’ho…”

Il gruppo etno fu condotto nel folto della foresta fino ad un accampamento, dove i feriti vennero curati. Il capo si trattenne con Max e Der, raccontando loro, le operazioni che stavano preparando, aggiornandoli sulle notizie che anche loro avevano, sulla Resistenza in Nord Europa, anche se, secondo lui, non c’era da contarci più di tanto.

“Sono voci. E quando giungono a noi dopo mille km, arrivano ingigantite…”

La mattina seguente, i Werwolfe salutarono gli etno e augurarono loro buona fortuna. la Compagnia riprese il cammino.

Era il 10 Luglio.

Il viaggio prosegui senza intoppi per alcuni giorni.

La Compagnia seguì sempre i sentieri all’interno delle foreste, uscendo solo di notte quando c’erano da percorrere vie obbligate e cercando di mostrarsi il meno possibile per evitare  di essere inquadrati dai visori a infrarossi dei droni killer.

Durante il tragitto, i binocoli, Max e Der osservarono le grandi strade di comunicazione: videro un grande transito di automezzi, perlopiù militari che viaggiavano tutti verso Nord. Gli ingressi delle città , come quelli dei villaggi, erano controllati dalla Milizia Multietnica e dalla Psicopol; altri da bande di irregolari e randagi. Molti elicotteri controllavano dall’alto movimenti sospetti.

Dopo Monaco di Baviera, il gruppo, costeggiò un

grandissimo CRM , popolato da migliaia di refrattari e devianti tedeschi che vivevano in condizioni pietose sotto tende di fortuna.

Probabilmente, secondo Guelfo Nero, molti di quei disgraziati non sarebbero sopravvissuti all’ inverno.

Una grande tristezza e rabbia, a quella vista, attanagliò la Compagnia, e rafforzo² la determinazione a raggiungere al più¹ presto il Nord e portare ai resistenti il messaggio di disperazione che veniva dalle popolazioni europee non omologate, oppresse e rinchiuse nei gulag mondialisti.

Il 14 Luglio, dopo aver percorso la Veldensteiner Forst in direzione di Bayreuth, la Compagnia fu

costretta ad attraversare il fiume Pegnitz. Il ponte dell’autostrada era intransitabile, visto il traffico militare.

C’erano altri due ponti: uno attraversato dalla strada statale, presidiato da pattuglie di rinnegati e randagi e quello ferroviario, a prima vista meno controllato. Fu deciso di attraversare quest’ultimo;

ma ad una successiva e più attenta ricognizione, gli etno videro che anche questo ponte era controllato da entrambi i lati, rispettivamente da tre individui.

Max decise di forzarlo. I tre randagi che presidiavano la sponda opposta sarebbero stati eliminati da un gruppo scelto che sarebbe passato dall’altra parte del fiume parte, percorrendo le travature di ferro che lo sostenevano: la squadra sarebbe stata composta da Der, Soviet, Jena, Green.

I più agili.

Totila sulla sponda, con il suo fucile di precisione – dono dei Werwolfe – sarebbe intervenuto in caso di bisogno.

Agli altri tre Randagi avrebbero pensato Max e il resto del gruppo.

L’operazione doveva scattare prima dell’imbrunire.

Halexandra e Larth avrebbero custodito i cavalli, nel bosco, pronti ad un segnale, a correre verso il ponte.

Il commando di Der e Soviet raggiunse la riva opposta attraverso le travature metalliche, risalì la sponda. Der si affacciò con circospezione. Davanti a lui c’erano tre randagi di guardia. Erano fatti. Probabilmente di crack o di qualche altra loro porcheria. Questo avrebbe agevolato la loro azione. Der lanciò il suo pugnale. Il primo randagio cadde portandosi le mani alla gola.

Il secondo fu raggiunto da una freccia scagliata da Ken. Il terzo, terrorizzato si gettò in ginocchio ai quattro etno, piagnucolando e balbettando parole incomprensibili.

Der con un colpo preciso della sua katana lo decapitò.

Contemporaneamente, Max e gli altri finirono gli altri tre randagi.

Poi, dopo averli spogliati delle armi e delle munizioni e del cibo, gettarono i corpi nel fiume. Appena in tempo, perchè

poco dopo, passato il ponte e ritornati nel bosco, videro arrivare un camion con il cambio.

Qualcuno dei randagi, dopo aver chiamato a squarciagola i compagni, vide del sangue per terra e cominciò a urlare istericamente.

“Probabilmente nel camion hanno una radio. Potrebbero lanciare un allarme. Meglio fermarli!”, disse Max.

Totila e Soviet imbracciarono i fucili da sniper.

Prima che l’ uomo raggiungesse il camion, crollò a terra colpito alla testa. L’autista, raggiunto da un colpo che fracassò il vetro, si accasciò sul volante.

I sei randagi che dovevano dare il cambio,saltarono giù dal camion. Tre furono colpiti da Soviet Totila

e Der, Gli altri caddero per il fitto fuoco di fucileria degli altri etno e colpiti dai dardi di Ken. Der e Jena scesero verso la piazzola a lato della ferrovia. Si udirono due colpi secchi. I feriti erano passati a miglior vita . Poi raccolsero le armi (ora, ogni etno avrebbe avuto a disposizione un fucile automatico, una pistola e numerose munizioni), caricarono i corpi sul camion e, messolo in moto lo fecero precipitare nel fiume.

“E’ giunto il momento di battercela! Fra sei ore al prossimo cambio daranno l’allarme. Dobbiamo mettere

più distanza possibile fra noi e loro”, disse Max.

“Domani mattina dobbiamo entrare nelle foreste del Fichtelgebirge!”

Si gettarono nel sentiero del bosco. Un paio di ore dopo, si aprì di fronte a loro, una pianura

lievemente ondulata. Una strada bianca, rischiarata dalla luna piena, facilitò la loro fuga.

La Compagnia si gettò al galoppo 

La Cavalcata notturna

La Compagnia cavalcò tutta la notte al chiarore della luna

piena.

“Sub Luna Saltamus”, disse Totila a Guelfo Nero che gli

era al fianco.

“”Che?!” chiese, stupito, Guelfo.

“Niente…” rispose Totila. ” Il fatto è che talvolta riaffiorano alla mente  i versi di qualche lontana  canzone…Questi sono di una vecchia canzone di un gruppo svedese degli anni ’70 del secolo scorso:

“They came from the hills

And they came from the valleys and the plains

They struggled in the cold

In the heat and the snow and in the rain

Came to hear him play

Play their minds away…

They came from the south

From the west and the north and from the east

They waited for

the man…”

“Credo di conoscerla!”, disse Guelfo, che era un conoscitore di musica. ” E’ ‘The Piper’…”

“Esatto…”, sorrise Totila.

La foresta del Fichtelgebirge era ancora lontana e verso Est , l’aurora dalle dita rosate, come l’avrebbe chiamata Omero, stava rischiarando l’orizzonte quando giunsero in prossimità  di un villaggio su cui si elevava una collina boscosa.

“Fermiamoci “, disse Max. “I cavalli sono sfiniti. Ripariamoci nel bosco sopra il villaggio”. Il sole stava sorgendo. Gli etno attraversarono un vasto prato e salirono sull’altura, inoltrandosi nella vegetazione. Non appena fra gli alberi, si gettarono a terra, incuranti dell’erba bagnata dalla guazza notturna.

Der si pose ai margini del bosco e con il binocolo iniziò a

scrutare l’orizzonte e il villaggio.

La sua attenzione fu richiamata da alcuni cupi rimbombi che provenivano da Sud. Girò il binocolo in quella direzione e vide innalzarsi lontane colonne di fumo.

“Stanno bombardando!”. Solo Max e Larth udirono le sue

parole. Gli altri si erano addormentati pesantemente.

“Maledizione! Ci sono degli elicotteri! Temo stiano venendo verso di noi…”,

disse Der.

Max prese il suo binocolo e lo diresse verso il punto che Der gli stava indicando. I puntini neri stavano

diventando sempre più grandi e venivano nella loro direzione.

In pochi minuti furono sopra il villaggio e cominciarono a

volteggiare come neri avvoltoi sopra le case. Poi lasciarono partire

dei razzi verso le abitazioni. Vi furono delle esplosioni violentissime.

Subito dopo si alzarono alte fiamme. Alcuni

abitanti cercarono la salvezza gettandosi nella strada, ma

da un elicottero entrò in azione una mitragliatrice a canne rotanti.

Una pioggia di poiettili maciullò i superstiti.. Poi il veivolo

si diresse verso il boschetto. Si fermò sopra gli alberi e lanciò

delle sventagliate di mitragliatrice a casaccio. Subito dopo,

si allontanò con gli altri.

La gragnuola di colpi tranciò e fracassò  alcuni alberi.

Fortunatamente gli etno rimasero illesi, eccetto Totila.

Una scheggia di legno lo aveva colpito al sopracciglio e

la palpebra dell’occhio sinistro. Stava perdendo sangue.

Halexandra accorse con la sua cassetta di pronto soccorso e gli tamponò la ferita con una pomata emostatica.

“Anche l’occhio è leggermente ferito” disse la ragazza.

Gli fasciò la testa con della garza e applicò sull’occhio offeso

una benda nera.

“Bene”, disse Totila. ” Prima la ‘mansure’ , ora anche la benda

alla pirata”

“O alla Dayan…” disse ridendo Jena. Totila lo fulminò con l’occhio superstite.

Rimasti nascosti per circa un’ora, anche per il passaggio di un drone-killer, dopo l’attacco scesero verso il villaggio.

C’era una stalla, dove trovarono numerosi bovini morti;

ma c’era anche molto fieno per i cavalli.

Guelfo Nero, Halexandra ,Patriota, Green e Der

percorsero la strada principale in cerca di superstiti. Non ne trovarono.

Erano tutti morti. Guelfo e Patriota elevarono una preghiera per le loro anime.

Era ormai sera, quando gli etno decisero di ripartire. Dal cielo, incominciò a scendere una

pioggerellina fitta ed insistente. Rimontarono a cavallo.

In un paio d’ore sarebbero entrati nelle foreste del Fichtelgebirge.

La battaglia.

Dopo un paio d’ore la Compagnia giunse ai margini della grande foresta.

Max individuò un sentiero segnato sulle sue carte e, insieme ai compagni si inoltrò, avanzando nell’oscurita .

Un’ora dopo giunsero a quello che sembrava un rifugio.

“Hic manebimus optime!”, disse Guelfo Nero, inzuppato di pioggia.

Entrarono nella casa di legno. Dentro c’erano delle brande , un grande camino e

una grande tavola fatta di assi con intorno delle panche. Ken e Jena accesero subito il fuoco.

Erano fradici e avevano bisogno di asciugare gli abiti.

Si tolsero i vestiti. Anche Halexandra.

Il che suscitò grida di approvazione e fischi di ammirazione.

“Che scemi!”, fu il commento della ragazza.

Nel frattempo Larth e Green che erano rimasti fuori a legare i cavalli sotto una tettoia , rientrarono portando

con sè dei grossi pezzi di manzo. “Questi li abbiamo presi nella stalla. Stasera bistecche alla griglia!”,

disse larth. Un “hurrah!”, accolse la proposta.

Asciugati gli abiti al fuoco, gli etno appoggiarono sulla brace vivace la grande griglia che giaceva vicino al caminetto. Larth aveva diviso i pezzi di carne in tredici bistecche, poi le mise sul fuoco.

Halexandra e Patriota disposero le scodelle e i bicchieri di metallo sulla tavola.

“Ci vorrebbero dei fiori”, disse la ragazza. “No”, disse Larth.

“Ci vorrebbe un bel fiasco di Chianti! Ah! ah! ah!”

“Ho qualcosa per voi”, intervenne Der, togliendo dalla sacca una bottiglia di liquore alla Genziana, dono dei Werwolfe.

“Non sarà  Chianti, ma alla fine della cena sarà utile”.

Gli etno affamati, azzannarono la carne come lupi. Al termine riempirono i bicchieri con il liquore che aveva offerto Der. Dopo aver brindato all’Imperatore e alla riuscita dell’impresa, qualcuno iniziò a intonare un antico inno guerresco.

Un secondo giro di Genziana, rischiarò² la voce degli etno, e il coro divenne ancora più potente.

Prima di coricarsi, Max stabilì i turni di guardia di due ore ciascuno.

“Qui dovremmo essere al sicuro…” disse. “Ma meglio essere prudenti.”

L’ultimo, dalle quattro alle sei del mattino sarebbe spettato a Totila, Soviet

Alle quattro, Totila fu svegliato insieme agli altri. Ognuno di loro si diresse ai quattro lati della casa,

ad un centinaio di passi da essa. Fortunatamente aveva smesso di piovere e un provvidenziale brezza aveva

spazzato via la bruma.

Intorno alle cinque, Der udì dei rumori e un’imprecazione provenire dalla sua parte. Preso il binocolo ad infrarossi, vide diverse ombre rosse davanti a sè. Scivolò verso la postazione di Totila. Anche il lo “zio” aveva sentito e visto del movimento.

“Meglio dare l’allarme. Der, vai a svegliare tutti. Ho l’impressione che siamo circondati! Forse ieri sera abbiamo compiuto un’imprudenza ad accendere il fuoco. Qualcuno potrebbe aver visto il fumo…”

Der corse verso la casa, ed entrato, svegliò i compagni, avvertendoli del pericolo. In pochi minuti gli etno uscirono fuori e si disposero a cerchio, al riparo dei grossi alberi. I cavalli furono messi al sicuro dietro alcune rocce.

Max ordinò di aprire il fuoco solo al suo ordine. Nel frattempo scrutava il bosco. Una timida luce iniziava

a rischiarare la foresta. Max con il suo infrarossi scrutava il terreno davanti a sè.

“Saranno un centinaio…Se cercano noi, venderemo cara la pelle.”

Totila e Soviet con i loro fucili da sniper osservavano le ombre avvicinarsi.

“Sono a duecento metri” disse Jena.

Der, dietro ad un grande tronco che giaceva a terra, affilava

la lama del suo pugnale su una pietra che portava con sè.

Gli assalitori si fermarono. Poi un urlo belluino dette loro l’ordine di assalto. I multietnici si gettarono in avanti vocianti e disordinatamente. Erano fatti. Pieni di “crack”.

Gli etno iniziarono a sparare: subito caddero i primi assalitori. Der, Totila e Soviet ad ogni colpo facevano centro. Ma i multietnici erano tanti…

Soviet, osservando nel mirino i miliziani si accorse di un tipo con la bandana rossa che incitava gli assalitori da dietro.

– Deve essere il capo. Vediamo… – penso fra sè¨. Ora la bandana era nel suo collimatore. Un colpo e la testa insieme alla bandana esplose. Gli attaccanti ebbero un momento di sbandamento e di smarrimento. Si fermarono ed iniziarono l’assedio delle posizioni etno, colpendoli

con una pioggia di proiettili. Avevano messo in funzione un paio di mitragliatrici.

“Dobbiamo metterle a tacere!” urlò Max. Soviet con un balzo felino si arrampicò su un albero,

In pochi attimi era arrivato quasi in cima. “Li vedi?” urlò Totila. “Sì, ce li ho nel mirino” rispose Soviet.

Partirono quattro colpi e le mitragliatrici tacquero. I multietnici cercarono allora di avanzare urlando.

Mentre la situazione diventava sempre più critica , gli etno sentirono degli scoppi provenire da dietro i miliziani.

I mondialisti erano ora attaccati alle spalle con bombe a mano. Moltissimi di loro, presi fra due fuochi, caddero a terra come

sacchi vuoti. Poi, iniziarono a sollevare le mani e si arresero. Max, osservando la scena con il binocolo, vide che i nuovi arrivati avevano il volto coperto da passamontagna neri:

“I Werwolfe!” urlò.

Gli etno uscirono dalle loro posizioni e si avvicinarono ai loro salvatori. Der si avviò verso quello che pareva il capo, e iniziò a parlargli.

L’uomo si tolse la maschera e strinse la mano a Der e Max. A quel punto i Werwolfe e gli etno fraternizzarono, abbracciandosi.

“Sistemiamo questi bastardi e poi seguiteci al nostro campo. Sarete nostri ospiti.” Disse Hans, il capo dei partigiani.

“Siete stati fortunati. Io e la mia compagnia eravamo usciti di pattuglia quando abbiamo udito gli spari…”

I prigionieri furono allineati e dopo un sommario interrogatorio, abbattuti. Furono raccolte armi, munizioni, radiotrasmittenti, documenti trovati loro addosso e furono fatti sparire i corpi.

“Non ritrovare i corpi dei loro compagni li terrorizza”, spiegò Hans agli ospiti. Al campo dei Wehrwolf, gli etno, poterono fare un buon bagno e avere un cambio di indumenti. Le divise della MuMi furono

sostituite da giacconi mimetici “leopardo”,  cinturoni e berretti mimetici che piacquero molto al gruppo. “Roba di prima qualità”  – disse Hans – “Viene da un magazzino della Bundeswehr”. I cavalli furono ferrati e strigliati.

Lì appresero, dai documenti sequestrati, che il comando della Milizia della zona aveva iniziato una campagna di ricerca, e una  ricca taglia pendeva sulle loro teste. “Siete famosi”, disse Hans, ridendo,” vi chiamano la ‘Banda dei Cani Rabbiosi’…”

Un multietnico che abbiamo interrogato ci ha raccontato una curiosa storia che circola fra i mondialisti. Ha parlato di una profezia messa in giro dalla nuova moglie congolese di Macrom. Narra di una Compagnia che sarebbe venuta dal Sud e che, strisciando, come un serpente velenoso avrebbe portato la rovina al mondo della Fratellanza e dell’Amore se non fosse stata fermata nel suo viaggio al Nord.”

“Forse la profezia parla di qualcun altro” si schernì Max.

“Be’, però la taglia è   sulle vostre teste!”. Il multietnico accennava ad una banda di undici uomini e una donna. E voi, mi pare siate dodici e fra voi c’è una ragazza…”

Poi Hans si offrì di condurre gli etno a Nord a bordo di un paio di camion. C’erano, disse, strade secondarie sicure, sotto il controllo dei Lupi Mannari.

Avrebbero potuto farsi trasportare verso Lipsia per un centinaio di km in poche ore e così facendo avrebbero risparmiato tre giorni di cavalcate.

La Compagnia accettò con entusiasmo e ringraziò Hans.

Era il 16 Luglio

Giunti nei pressi di Lipsia, gli etno scesero dai camion dei Werwolfe. Avevano di fronte a sè altri

350 km prima di arrivare sulle rive del Mare del Nord.

Ma il guerrigliero che guidava uno dei camion venne loro in soccorso. Disse a Max che c’era una ferrovia ancora in uso che portava direttamente a Nord. Era usata solo per il trasporto merci.

Spesso, disse, i Werwolfe la usano per muoversi all’interno della Germania e per prendere contatti con altre bande di ribelli. “C’e una piccola stazione a Dobernitz, a nord di Lipsia – disse il guerrigliero- dove una volta alla settimana, una trentina di carri merci vengono caricati per il trasporto di prodotti agricoli e merce varia che vengono inviati a Nord verso Rostock, bypassando la zona nuclearizzata di Berlino.

Durante la notte potreste entrare in un vagone e attendere la

mattina successiva, quando i carri merci vengono agganciati ad una motrice proveniente con altri carri da Lipsia. Poi il convoglio parte , senza fare scalo direttamente per Rostock.

La sera successiva potreste arrivare  nella città  anseatica. Anzi, potreste scendere prima, nei dintorni di Schwerin. da quelle parti, ad una decina di km dalla stazione, ci sono dei lavori in corso e il treno rallenta, e da lì dirigervi verso Est in direzione della Polonia. E tutto gratis a spese del Governo Mondiale!”. Gli uomini risero all’idea di viaggiare a sbafo del governo. Ringraziarono il ribelle e decisero di seguire il suo consiglio, anche perché il treno sarebbe partito la mattina successiva e non c’era tempo da perdere!

Arrivarono nei pressi della cittadina a notte alta. In silenzio, seguendo la ferrovia, giunsero al binario morto indicato dal partigiano, dove  c’erano dei vagoni in sosta. Max decise di aprire l’ultimo.

Dopo aver armeggiato per un po’ di tempo, Larth e Green, riuscirono ad aprire il portellone.

Il vagone era fortunatamente semipieno.

Appoggiando delle assi fecero salire i cavalli, poi salirono loro. Lo spazio era molto esiguo, ma la prospettiva di risparmiarsi un viaggio così lungo, valeva la pena di qualche sacrificio.

La mattina successiva, alle sei del mattino, furono svegliati dal tipico contraccolpo dei vagoni quando vengono agganciati. Poco dopo il convoglio cominciò, lentamente a muoversi.

Rimaneva un problema. Come scendere con i cavalli? Anche se il treno avesse rallentato, i cavalli non potevano scendere con il vagone in movimento. C’era il rischio che si azzoppassero.

Decisero che.una volta arrivati nelle vicinanze dui Schwerin, durante il rallentamento, avrebbero sganciato il vagone.

Intorno alle 18, dopo un viaggio durato quasi dodici ore, il convoglio iniziò a rallentare.

Soviet e Larth scesero da vagone che procedeva a passo d’uomo, e e saliti sui respingenti, sganciarono il carro merci che proseguì la corsa per un centinaio di metri. Erano in aperta campagna.

Posarono delle assi sul portellone e fecero scendere i cavalli. Poi si dileguarono nell’oscurita ,

puntando verso Est

Verso Est.

Presero la direzione che li condusse verso Neubrandemburg e poi Stettino. 200 km fra foreste e laghi in zone scarsamente popolate se non disabitate. In 6 giorni di marce forzate, superarono l’Oder

nei pressi di Pomellen. Il 24 di Luglio, in piena notte dopo aver messo fuori combattimento quattro rinnegati, passarono il ponte autostradale nei pressi di Szczecin, proseguendo verso Danzica. Il 28, dopo aver attraversato il Parco di Krajobranowi, gli etno giunsero all’altro

grande parco: quello di Kaszubski. Il 30 passarono oltre la gloriosa città  tedesca di Danzica, ora in mano ai polacchi.

Di fronte a loro c’era la Vistola. Bisognava attraversare il grande fiume Ma tutti i ponti di fronte a loro, a partire da Nord, erano pesantemente presidiati.

Max decise allora di costeggiare il corso d’acqua verso sud e trovare un passaggio poco o punto custodito. Ma anche a Grudziadz il transito verso l’altra riva era chiuso. Gli etno videro addirittura due blindati a

guardia del varco sulla Vistola. Fortuna volle che Ken, vedesse una chiatta ormeggiata lungo la riva, nascosta da una fitta vegetazione. Gli etno scesero l’argine e arrivarono allo spiazzo dove

era ormaggiato il barcone. In un capanno trovarono alcune taniche vuote. Una però era semipiena.

La vuotarono nel serbatoio e Larth,  riuscì ad avviare il motore, con difficoltà  e non dopo una serie di imprecazioni. Max controllò con il binocolo la riva opposta. Tutto sembrava tranquillo. Furono fatti salire i cavalli e poi, lentamente la chiatta attraverso il grande fiume. Ci vollero una decina di interminabili

minuti prima di giungere alla riva opposta. Fissarono la cima ad un albero e presero terra.

Risalirono l’argine erboso e si rimisero al galoppo in piena campagna.

Il 4 di Agosto raggiungevano le vicinanze di Itawa, il 6, attraverso foreste ricche di laghi (e di zanzare!) raggiunsero Ostroda; il 7 superarono Olsztyn. Quello stesso giorno, Max fece il punto della situazione.

Era necessario voltare verso Nord, in direzione di Koenigsberg e quindi raggiungere i paesi Baltici.

“Ormai”, disse soddisfatto “abbiamo fatto più della metà  del percorso. Ora siamo in discesa.”

Presero la strada verso Dobre Miasto. La giornata era splendida. Contavano di raggiungere il vecchio confine entro la giornata.

Lungo il cammino, un gruppo di polacchi che stavano lavorando ad un palo della luce, li vide e li seguì con lo sguardo. Ken vide che uno di loro aveva preso un telefonino e stava comunicando.

Max non dette troppo peso alla cosa.

“Non dobbiamo sempre essere negativi…” disse.

“Non mi fido dei polacchi, sono fedeli al GM” rispose Der.

In effetti la Polonia oltre ad essere stata uno dei detonatori della guerra passata, aveva ottenuto dal Governo Mondiale uno status di semilibertà , anche se aveva dovuto accogliere quote di immigrazione ed accettare una politica di integrazione.

Dopo una mezz’ora di marcia lungo un sentiero, Jena si fermò e disse agli altri: “Non sentite? Questi sono elicotteri…”. Gli etno tesero le orecchie. Sentirono il tipico ronzio in avvicinamento.

Oltre l’orizzonte e sopra gli alberi apparvero una decina di Kobra, elicotteri di attacco. Gli etno girarono le loro cavalcature e si gettarono al galoppo verso la foresta. Entrarono in tempo. Una

manciata di secondi dopo sentirono scariche di proiettili fischiare e schiantarsi sugli alberi.

“Giriamo verso sud! Ci cercheranno in direzione Nord!” urlò Guelfo Nero.

Il “monaco” ebbe ragione. Gli elicotteri ronzarono verso Nord, inondando di proiettili e razzi il bosco.

Cavalcarono verso dove erano venuti, ma alla fine della foresta, quando stavano per uscire, videro la strada piena di mezzi blindati ed elicotteri che sbarcavano decine di uomini dei corpi speciali della MuMi.

Stavano circondando il bosco. A Nord gli elicotteri Kobra, a est, ovest e sud, Miliziani.

Max e Der dettero un’occhiata” alle carte.

“Dentro la boscaglia passa questo fiume, il Lyna. Forse se lo raggiungiamo e lo seguiamo in direzione sud verso Jankowo. Forse  gliela facciamo.

Proseguirono verso ovest, mentre cadevano, fortunatamente abbastanza lontani, colpi di mortaio.

Gli uomini raggiunsero il fiume. Scesero in acqua e seguirono il corso verso sud. Non era profondo.

L’acqua arrivava loro alla vita. Max ordinò di tenere i cavalli per le briglie e di aggrapparsi in caso la profondità  fosse aumentata.

Proseguirono, mentre alle loro spalle scoppiava l’infermo. Il corso d’acqua, dopo una marcia che agli etno parve interminabile, sfociò in un laghetto paludoso. La Compagnia riguadagnò la terra e costeggiò la riva coperta da alti giunchi e salici. Tutto sembrava tranquillo.

Forse avevano rotto l’accerchiamento.

Nella foresta alle loro spalle continuava l’inferno. Lasciarono il laghetto alle loro spalle e cominciarono a cavalcare verso est, al riparo di un terrapieno sul quale correva una vecchia ferrovia abbandonata.

La sera, arrivarono nei pressi di una stazione abbandonata. Sul cartello arrugginito, si poteva leggere ancora il nome: Ketrzyn.

“Sapete come si chiamava un tempo questo posto?” Chiese Max. Tutti risposero negativamente.

“Un tempo questo luogo si chiamava Rastenburg!”

Il sogno di Soviet

Gli etno continuarono a seguire i binari della vecchia ferrovia e giunsero nell’area della ‘Wolfschanze’.

Era quasi notte. I cavalieri si aggirarono fra le rovine dei bunker in  silenzio, poi, Max si fermò e scese da cavallo.

“Stanotte ci fermeremo qui”. Gli etno scesero dalle loro cavalcature. Alcuni di loro cercarono un po’ di

legna e accesero un fuoco. Dopo aver consumato una parca cena, parlarono, alla luce del fuoco, della ‘Tana del Lupo’, dell’attentato del 20 Luglio, della visita di Mussolini e di altri avvenimenti storici.

Sentivano attorno a sé aleggiare la Storia. Una Storia grande e terribile. Il luogo emanava un fascino sinistro e una forza indefinibile, ma palpabile.

Poi, colti dalla stanchezza, presi i loro sacchi a pelo, si coricarono all’interno di un bunker. Max, non comandò alcun turno di guardia, quasi fosse sicuro che fra quelle rovine presenze indefinibili avrebbero vegliato sulla Compagnia. In pochi attimi, il sonno calò sui loro occhi.

La mattina seguente si svegliarono quasi tutti insieme. Un sole splendido illuminava una giornata tersa e azzurra. Intorno a loro solo il canto degli uccelli e una leggera brezza che muoveva dolcemente i rami degli alberi. Il sonno era stato profondo e ristoratore. Sentivano addosso una forza e una determinazione che non avevano mai avuto prima. Sembrava che il luogo li avesse caricati di energie positive. Tutti avevano sognato qualcosa, ma la maggior parte non ricordava. Rammentavano

solo una piacevole sensazione. Solo Soviet ebbe ben presente il sogno. Dopo che Halexandra e Totila ebbero preparato una caraffa di caffè caldo, ex-spetsnatz, iniziò a parlare:

“Ascoltate: eravamo in una pianura quando siamo stati attaccati dai  miliziani. La nostra situazione era disperata. Stavano per per annientarci. Improvvisamente è apparsa una  luce ed una voce profonda, ma allo stesso tempo rassicurante, ci ha indicato una via di uscita.

Siamo riusciti a fuggire, ma non solo. Siamo anche venuti in possesso di una preziosa carta; ma su questo particolare non ricordo granchè. In seguito siamo arrivati sulla riva di un grande mare.

Volevamo attraversarlo, ma non avevamo nessun mezzo per farlo. Dovevamo, perché alle spalle il nemico ci stava tallonando. Abbiamo camminato lungo la spiaggia, verso Nord, fino a che abbiamo

trovato un drakkar arenato. Dopo molti sforzi siamo riusciti a metterlo in mare. Abbiamo navigato per due giorni e due notti finché siamo arrivati in una terra coperta di foreste. Ci siamo inoltrati verso

l’interno e abbiamo raggiunto un castello. Qui siamo stati accolti da undici bellissime damigelle dai capelli raccolti in lunghe trecce e dagli occhi azzurri e neri e da un guerriero. Ci hanno versato

nelle coppe una bevanda dolcissima che ci ha tolto la stanchezza e rallegrato il cuore.

Poi la Voce ci ha incitato a tornare in battaglia. Abbiamo attraversato un vasto mare e siamo arrivati in una terra ostile e inospitale. Siamo penetrati dentro una caverna dove abbiamo affrontato sette terribili serpenti. Infine ci è apparso un immondo serpente rosso. I suoi occhi erano terribili e allo stesso tempo incantatori. Cominciò a chiederci perché volevamo fargli la guerra.

Lui era venuto sulla terra a portare l’Amore e la Fratellanza fra i popoli. le sue parole erano dolci come il miele. Noi lo ascoltavamo incantati Ci prometteva, se ci fossimo alleati con lui, ricchezze, felicità , sesso, potere.

In quel momento la Voce che avevamo sentito all’inizio, si materializzò dinanzi a noi.

Non potemmo vedere appieno il suo volto.

Una luce intensa emanava dal suo viso.

Dietro di lui vedemmo una miriade di eroi, cavalieri, martiri, nobili e contadini vandeani, controrivoluzionari,  ed infine una teoria sterminata di soldati. Tutti ci guardavano muti e tristi. La Voce, indicandoceli disse: ‘VENDICATELI!’…Poi non so cosa accadde non ricordo. Ma ricordo che alla fine la voce ci disse: quando ritornerete alle vostre case, ricordatevi di costruire in questo luogo  un castello, e dentro il castello una sala, e dentro la sala porrete una grande tavola rotonda ed ogni anno vi ritroverete per parlare, per ricordare questi giorni e per vegliare sul mondo. E dopo, verranno coloro che voi riterrete degni di prendere il vostro posto.

Finchè l’Ordine che voi costituirete durerà , le le tenebre e i demoni che si sono scatenati,  rimarranno incatenati negli inferi”.

Poi la Figura ci salutò sorridendoci e scomparve. Ed io mi sono svegliato.

Gli etno ascoltarono affascinati il sogno di Soviet.

“Un giorno qui sorgerà  un castello” disse Der, ispirato.

Larth più disincantato e cinico disse che Soviet aveva sognato un romanzo e che avrebbe avuto un futuro come scrittore di racconti fantasy.

Le Paludi della Morte

Dopo aver udito le parole di Soviet , gli etno cercarono spiegare il sogno.

Tuttavia qualunque fosse il senso, una cosa era certa: ognuno di loro sentì dentro di sé maturare la consapevolezza di essere lo strumento  del Destino che avrebbe dovuto compiersi.

Dopo aver radunato le loro cose ed averle caricate sui cavalli, montarono in sella. Mentre si allontanavano dalla Wolfschanze, si girarono spesso a guardare le rovine dei bunker. Quella notte era accaduto qualcosa nei

loro cuori e nei loro animi. Una forza e una determinazione sconosciute ora li stavano animando.

Max dette un’occhiata alle carte. “Andiamo a Nord?” chiese Patriota. “No, proseguiamo ancora verso est attraverso le paludi. Poi a Nord.” rispose Max. Andremo in direzione dei Laghi Masuri e poi verso Suwalki. Dopo entreremo in territorio lituano e quindi verso il Baltico, sperando di

trovare il…drakkar …” disse guardando Soviet.

Era l’8 Agosto. La compagnia attraversò strade costeggiate da folte foreste. Si addentrò in un territorio paludoso ed inospitale. Quando arrivarono in prossimità  del lago di Mamry, un’orrendo fetore di morte e di acqua putrida li raggiunse. Più si avvicinavano e più l’odore nauseabondo ed insopportabile aumentava. Max ordinò di alzare i foulards che portavano al collo dopo avergli impregnati con dell’essenza che Halexandra portava con sè.

Si fermarono. Lungo la strada. Davanti a loro due camion stavano scaricando qualcosa. Max e Der scesero da cavallo e dietro una siepe, videro che alcuni uomini incatenati stavano scaricando dal camion decine di corpi.

Quattro miliziani con delle maschere sul volto, probabilmente ibridi li controllavano con i fucili spianati.

“Ma che cazzo stanno facendo?!” domandò Max.

“Scaricano quei corpi e li buttano nella palude” rispose Der,

” ma per saperlo bisognerebbe interrogare quei guardiani…Credi si possa fare?”

“Chiama Ken, Patriota, Soviet e Totila. Strisciate verso di loro e catturatene un paio vivi. Quando sarete vicini, Soviet e Totila faranno secchi gli altri.”

Der, Ken e Patriota, correndo piegati e riparati dalla vegetazione si avvicinarono ai due pesanti mezzi e si appiattirono a terra. Soviet e Totila con due colpi a testa fecero secchi quattro guardiani. Der e gli altri etno balzarono sui due superstiti e li colpirono alla nuca, addormentandoli, fra lo stupore dei prigionieri.

Der fece un segnale e il resto della compagnia giunse in pochi attimi.

Soviet interrogò gli uomini incatenati: erano baltici refrattari, costretti a scaricare i corpi dei loro compagni uccisi o morti in un grande Campo di Rieducazione Mentale nei pressi di Suwalki. Furono liberati. Vennero tolte le armi ai miliziani e date a loro.

“Ora potete cominciare a resistere” disse loro, Max.

Intanto i due guardiani furono risvegliati usando del fuoco…Raccontarono terrorizzati che portavano i cadaveri nei laghi per ordini del Comando della Milizia Multietnica della regione.

Dissero che nel Campo c’erano stati migliaia di morti per una epidemia e non c’era il tempo di seppellirli. Quindi dovevano essere gettati nella grande palude.

Dissero, ancora, che la loro unità  era stata allertata per controllare le strade verso il Baltico. C’erano voci che un “branco di cani rabbiosi” devianti venuti da lontano stava per passare il fronte…

Der e Ken li finirono.

Max guardò la palude. Uno spettacolo orrendo apparve davanti ai loro occhi. Centinaia  di corpi in putrefazione galleggiavano gonfi e informi nelle acque. Guelfo si fece il segno della croce e pregò sottovoce per quelle anime.

Der chiese ai baltici liberati se le strade fossero libere. Uno di loro, il capo disse che da lì fino a Suwalki non c’era alcun pericolo.

Max fece cenno di sì a Der che fece segno di salire sui camion. Sarebbero andati avanti con i due mezzi dei multietnici. I cavalli furono fatti salire sul primo camion e gli etno salirono

sul secondo. Un altro centinaio di km risparmiati.

Superata Suwalki e il confine polacco, dopo aver salutato i baltici che si dettero subito alla macchia, la Compagnia entrò² in Lituania, direzione: Marjiapole. Qui abbandonarono i mezzi e proseguirono

a cavallo, in direzione di Kaunas. Da lì si sarebbero diretti verso ovest. Finalmente verso il Baltico!

Era il 9 Agosto, quando, dopo aver dormito nella foresta, ripresero il cammino. Costeggiarono una grande strada, trafficatissima da mezzi militari, Dovettero aspettare una buona oretta prima di poterla

attraversare e rientrare nella fitta vegetazione al di là della strada.

Incontrarono un’altra via di comunicazione che tagliava i boschi, ma questa non era frequentata. Totila che era in testa notò però un gruppo di macchine ferme nei pressi di quella che sembrava una taverna. Preso il binocolo osservò la zona: vide due camion con una trentina di

miliziani e un fuoristrada, nero fiammante. Sul muso due bandiere rosse con una stella a cinque punte gialla. Sui camions lo stemma della famigerata Divisione 666 “Shaytan”, una formazione di elite delle forze mondialiste.

“Merda! deve essere un pezzo grosso”, disse l’etno…” Già !”

rispose Max che a sua volta si era messo a scrutare con il binocolo il fabbricato.

“Un’occasione così non capita tutti i giorni…! disse Der. “Che ne direste di andare a vedere di chi si tratta?”

“Soviet e Totila ci copriranno tirando da lontano. Langbard e Jena con l’MG falceranno i miliziani seduti ai tavoli fuori. Der, Larth, Guelfo, Green, Ken, Halexandra ed io, arriveremo dal retro e faremo irruzione nella bettola. Tutto dovrà  essere

fatto nello stesso istante. Totila e Soviet faranno secchi i primi miliziani, contemporaneamente l’ MG

colpirà  quelli seduti fuori a bere birra e noi entreremo nella taverna. La sorpresa dovrà  essere totale. Per sparare, aspettate di vederci sul retro della casa e aspettate il segnale luminoso che vi farò con lo specchietto. Intesi?!”

Soviet e Totila si appostarono dietro degli alberi. “Ultimo” e Jena sistemarono l’MG lungo la strada, nascosti

da alcuni cespugli, perpendicolarmente la taverna, ma in posizione leggermente sopraelevata. Max e gli altri, provenendo dal bosco giunsero sul retro della taverna. Alle 10,30 precise, dopo aver ricevuto il segnale luminoso, Totila e Soviet colpirono i primi due miliziani.

Diversi altri caddero uccisi o feriti dalle prime micidiali sventagliate dell’MG. Der entrò nel locale per primo colpendo con la katana quelle che sembravano due guardie del corpo. Max e Ken ne uccisero altri quattro.

La sorpresa fu totale.

Halexandra , Guelfo e Green colpirono i miliziani che fuori dal locale, sparavano verso la foresta,

nascosti dietro i camion o messisi al riparo dietro un muro.

L’operazione era durata una manciata di minuti. Gli etno, come si sarebbero accorti poco dopo, avevano messo le mani su un pezzo grosso e su una borsa che il prigioniero tentò disperatamente, nella concitazione, di gettare nel fuoco del caminetto, fallendo, però², nell’intento.

Il Prigioniero e la Profezia

Gli etno circondarono l’uomo. Aveva una divisa color turchino. Un giubbotto alla vita e numerosi distintivi; un foulard di seta bianca e una camicia marroncina; pantaloni turchini che finivarno dentro degli scarponi anfibi neri e lucidissimi. Sulla testa portava una bustina con quattro stelle.

L’uomo era un mulatto sulla quarantina d’anni, alto e robusto.

“Come ti chiami?” chiese Max.

“Sono il Commissario Generale John B. Oboma ” disse l’uomo.

“Dai documenti risulta un ibrido di categoria A. Madre americana e padre ugandese”, disse Der che controllava i documenti nella borsa.

“Dunque un perfetto rappresentante della nuova Umanità  voluta dai Pupari…” disse ridendo Ken.

“Cazzo! Ma qui dentro ci sono documenti importantissimi !!!” disse Der, leggendo i fogli che aveva preso dalla borsa .” Questo tizio è il comandante del Fronte Nord. E’ colui che è stato nominato dal Governo Mondiale per schiacciare la Resistenza del Nord. Qui ci sono i piani dell’offensiva che dovrà  scattare fra qualche settimana!!! Si chiamerà  operazione ‘Arcobaleno2’.

Nei piani sono previsti bombardamenti nucleari e l’annientamento totale di ogni resistenza. Poi, c’è¨ un’altra notizia terribile.

Fra sei settimane inizierà  l’Operazione ‘ Mandela’ che prevede la distruzione e l’annichilimento di tutte le ‘Riserve’ e i ‘Campi’ in Europa. Temono sollevazioni dei devianti reclusi pertanto hanno deciso di eliminare qualsiasi forma di dissenso e resistenza.”

“Mio Dio!” esclamò Guelfo “Cosa ne sarà dei nostri fratelli?!”.

Il prigioniero abbassò gli occhi, ma Green, ponendo la canna del suo mitra sotto il mento gli alzò la testa, costringendolo ad incontrare gli sguardi pieni di rabbia della Compagnia.

“Sentite qui: c’è un documento ‘Urgentissimo-Segretissimo’ che ci riguarda continuò Der preso dalla lettura dei fogli:

Priorità  Assoluta:

Al Comando Generale Psicopol e al Comando

Generale della Milizia Multietnica .

Ci risulta che una banda di terroristi fuggiti dal Centro di Rieducazione Mentale n°17 nel del Governatorato della 78 Stella degli SUM, dopo aver attraversato le Alpi e la Germania,

uccidendo molti combattenti dell’ Armata dell’Amore e della Pace, cerca di dirigersi verso la Scandinavia.

L’ordine è ASSOLUTO e CATEGORICO: devono essere intercettati e annientati!

A tale proposito tutte le Forze di Sicurezza dovranno cooperare per la riuscita di questa operazione.

Dal Quartier Generale del  Governo Mondiale, la cattura di questa banda è

considerata VITALE per le sorti e la tenuta della Democrazia e della Pace.

Si allegano foto e notizie sui terroristi criminali.

Firmato Commissariato Generale per la Sicurezza Mondiale.”

“Cazzo, siamo noi! Siamo diventati famosi!” Esclamò Jena, ridendo felice come un bambino.

Max si avvicinò all’uomo e gli chiese: “Per quale ragione siamo considerati così pericolosi? Parla!”

L’uomo balbettò :” E’ la Profezia!”

“Quale profezia?!” chiese Green con la canna del mitra sulla gola del prigioniero.

“La Profezia di Moona ‘Nkamba, la moglie africana del Governatore Mondiale della 77a Stella degli SUM, ex Francia, Macrom.

Tutte le sue profezie si sono avverate, ed è molto ascoltata… Ma l’ultima ha spaventato, il Governo Mondialista: parla di un branco di lupi fuggiti dal loro recinto e che, dopo aver attraversato valli, colline, montagne e fiumi, arriveranno al grande Nord fra nevi e foreste e da lì porteranno la rovina nel nostro mondo di Pace e Amore.”

Gli etno si guardarono in silenzio. Solo Totila canticchiò:

“They came from the hills

And they came from the valleys and the plains

They struggled in the cold

In the heat and the snow and in the rain

Came to hear him play

Play their minds away…”

Guelfo lo guardò, sorridendo: “Pare che siamo proprio noi…”

Der continuò nella lettura. Dai documenti si evinceva che da lì al Baltico sarebbe stato difficile passare

attraverso le maglie delle Forze di Sicurezza mondialiste, ma Max tagliò corto:

“Abbiamo una missione da compiere. E poi dalla nostra abbiamo la Voce e la Profezia”, disse con un sorriso, “quindi in sella ed andiamocene!”

Der pensò al prigioniero: un colpo alla nuca e il generale cadde a terra senza un lamento. Nei camion furono raccolti dei lanciarazzi simili agli Rpg, delle radio trasmittenti e una navigatore satellitare.

Poi i corpi dei miliziani e del generale furono caricati nei camion e nel fuoristrada, cosparsi di benzina e dati alle fiamme.

Mentre alte nuvole di fumo nero si alzavano dalla strada, la Compagnia si addentrò nella foresta.

Direzione Ovest. Verso il Baltico.

Verso il Baltico!

La Compagnia si gettò lungo il sentiero della foresta, verso Ovest. Gli etno sapevano che appena fosse stato scoperto l’agguato alla taverna, sarebbe scoppiato l’inferno.

Cavalcarono per un paio d’ore. Poi, durante una sosta, Max accese le radiotrasmittenti trafugate ai miliziani. Si sintonizzò sulle lunghezze d’onda della MuMi. Voci concitate urlavano ordini e chiedevano l’intervento immediato di droni,  elicotteri e uomini per un rastrellamento nelle foreste intorno al luogo del massacro.

La notizia, a quanto parve a tutti, era arrivata ai massimi vertici del Governo Mondiale. Tsirhc in persona aveva ordinato di catturare e annientare i “cani rabbiosi” ad ogni costo.

“L’abbiamo fatta grossa”, disse Max. “Ora saranno cazzi nostri. In sella! Battiamocela!”.

La Compagnia ripartì di gran carriera, ma nelle vicinanze si sentiva già  il ronzio degli elicotteri Kobra. Anche un paio di jet era passato sopra le loro teste.

Poco dopo, scoppi di bombe al napalm bloccarono la fuga degli etno. Un elicottero cominciò a volteggiare sopra le loro teste, sparando raffiche di mitra. Gli uomini si gettarono in un canalone. Soviet imbracciò l’Rpg e mirò al Kobra. Il razzo partì, colpendo il veivolo che cominciò a roteare su se stesso fino a sfracellarsi al suolo e alzando alte fiamme e nuvole di fumo nero.

“Via!” ordinò Max. “Ora li avremo addosso!” Fatti trecento metri, gli etno videro i commando della MuMi che attraverso lunghe funi stavano calandosi dagli eli-trasporti tra gli alti abeti. Stavano per essere circondati.

Der si guardò intorno. Sulla sua sinistra un borro, abbastanza ripido. In fondo scorreva un ruscello: “per di qua, presto!” urlò. Gli etno scesero da cavallo, rotolando per una decina di metri, insieme ai cavalli sul fondo.

Fu  lì che Soviet sentì di nuovo la Voce.

“Fermi!” urlò. “Ho udito la voce! Mi ha detto di seguire il ruscello in direzione Est fino a che non arriveremo ad una radura dove c’è una grande pietra.”

“E’ pazzo! Ha battuto la testa rotolando!” -disse Langbard.

” Ora sente le voci…Fra poco dirà  di essere Giovanna d’Arco…” commentò Ken.

“Morire per morire, seguiamo il consiglio del pazzo…”, rispose Max.

Con Soviet in testa, dopo una mezz’ora fra scoppi e incendi, arrivarono ad una radura, dove sorgeva una grande pietra coperta di muschio.

“E ora cosa facciamo?”, chiese Langbard a Soviet.

“Non lo so!” rispose l’ex spetsnatz.

“Quasi, quasi  gli sparo!”, rispose Langbard, non sapendo se piangere o se ridere..

In quel momento tre uomini completamente mimetizzati con del fogliame e arbusti entrarono nella radura.

Gli etno puntarono i mitra intimando di fermarsi.

Uno di loro si scoprì il volto e :” Siamo i Fratelli della Foresta. Seguiteci, se non volete morire.”

Gli etno, viste le circostanze, avendo poco da scegliere, decisero di seguire i tre guerriglieri.

Sopra di loro le esplosioni aumentarono. Sentirono anche il sibilo di numerosi jet in arrivo. “Presto!” disse uno dei tre uomini. Entrarono in un tunnel  la cui entrata era coperta da frasche. I guerriglieri chiusero con un certo sforzo, una porta blindata. Poi li guidarono, lungo un corridoio in discesa scavato nella terra senza fare una parola.

Arrivarono ad un’altra porta blindata porta. La compagnia si trovò in una vasta sala il cui soffitto era puntellato da enormi tronchi di albero. La luce era fioca. C’erano delle candele in mezzo ad un tavolo fatto di assi. Alcuni uomini stavano studiando delle carte. Di tanto in tanto le esplosioni faevano cadere del terriccio dall’alto.

I guerriglieri parlarono con un uomo che parve il comandante.

“Benvenuti. Mi chiamo Stanis e sono il responsabile di questo distaccamento. Avete combinato un bel casino…Voi, a quanto pare siete ‘i cani rabbiosi‘ che hanno ucciso il generale Oboma. Sbaglio?”

“Esatto, comandante Stanis” disse Max.

“Piacere di conoscervi, anche se avrei preferito che questo inferno lo aveste scatenato in qualche altra zona…Non proprio sopra a noi…” disse con un mezzo sorriso il lituano.

Poi spiegò loro che il luogo dove si trovavano faceva parte di un sistema di fortificazioni sotterrane e  bunker che risaliva alla 2a GM ed era stato usato dai partigiani lituani anticomunisti fino agli anni ’50.

Disse anche che i rifugi non erano mai stati localizzati dai sovietici.

“Oggi sono la salvezza di noi ribelli. Da qui attacchiamo i multietnici lungo le strade e dove hanno presidii

e poi ci rifugiamo qui. Oggi siete stati fortunati a capitare sopra di noi. Altrimenti…”

Max ringraziò² Stanis a nome della Compagnia.

“Abbiamo sentito parlare di voi attraverso le comunicazioni della MuMi. Siete ricercatissimi. Fortunatamente i miei uomini vi hanno trovati…”, disse il capo partigiano.

“Veramente siamo stati noi a trovare i vostri uomini. Stavamo per andare in direzione opposta. Poi, una Voce…ehm, una voce da dentro mi ha suggerito di venire da questa parte”.

“Capisco… una voce dite?” rispose il comandante guardando perplesso Max.

Stanis ordinò ai suoi uomini qualcosa. Andò verso gli etno e: “so che avete una… missione da compiere. Non voglio trattenervi. Ma ora dobbiamo far terminare questa bolgia. Abbiamo eliminato dodici prigionieri multietnici, fra cui una donna. I miei uomini li stanno portando fuori nella foresta. Insieme a loro una mezza dozzina di ronzini. Poi li cospargeremo di napalm e gli daremo fuoco. I corpi saranno irriconoscibili. Penseranno che siete voi.

Questa messinscena, spero, convincerà  le forze del Governo Mondiale di avervi annientati. Subito dopo, questo inferno terminerà  sicuramente. Allenteranno la morsa. Ora seguitemi nella sala comando. Attenderemo che le radio nemiche diano la notizia della vostra eliminazione. Dopodiché potrete proseguire la vostra missione”.

Gli etno ringraziarono Stanis e si congratularono per lo stratagemma.

Passarono alcune ore. Finalmente arrivò la comunicazione tanto attesa. Un reparto multietnico, annunciò al Comando il ritrovamento di dodici cadaveri e di di alcuni cavalli, carbonizzati. La notizia fu trasmessa con enfasi. Immediatamente dopo le comunicazioni multietniche, sembrarono impazzite. Tutti parlavano con tutti e tutti si congratulavano con tutti per l’annientamento della Compagnia.

“Ci sono cascati”, disse Stanis. ” Non appena sarà  l’alba, potrete ripartire tranquilli”.

Gli etno attesero il nuovo giorno.

Il comandante dei ribelli lituani accompagnò la Compagnia verso un’uscita del rifugio.

Fuori il rumore della battaglia era sparito. L’eterno silenzio della grande foresta, interrotto solo dal canto degli uccelli, aveva ripreso il sopravvento.

“I miei uomini vi mostreranno la strada. Buona fortuna camerati!”

“Anche a voi, Comandante. Ci rivedremo in tempi migliori” disse Max.

“Me lo auguro”, rispose Stanis. “Tutto dipenderà da…voi”.

Gli etno ringraziarono nuovamente e sparirono al galoppo fra gli alberi.

Marciarono tutta la notte.

Il giorno successivo dopo una breve sosta ripresero il cammino verso il mare.

le radio dei mondialisti dettero enfaticamente notizia che la Compagnia era stata incenerita.

Sbagliavano.

Era il 14 Agosto

La Fattoria dell’Amore e della Pace.

L’15 Agosto la Compagnia giunse nei pressi di Seduva. Il 16 oltrepassò lo snodo di Siauliau, dirigendosi verso Nord-Ovest.

Gli etno attraversarono l’importante strada A12 che portava verso il fronte del Nord. Anche lì osservarono un grande traffico militare.

Il 17 presero la direzione di Mazekiai. La sera sarebbero entrati in Lettonia. Seguirono una strada poco trafficata che attraversava folte foreste, laghetti e  campagne ondulate. La direzione era Skundra. Da lì si sarebbero diretti verso Ovest per raggiungere il Baltico a Pavolosta, villaggio di pescatori, dove speravano di trovare un natante per raggiungere la Svezia.

Il 18 Agosto, mentre si dirigevano verso Skrunda, Guelfo notò un borgo recintato con ai lati quattro torrette.

“Che diavolo è quello?” chiese Guelfo.

Der prese il binocolo e iniziò a osservare.

“C’è una scritta…Fattoria dell’Amore e della Pace.” Ci sono degli africani che giocano al pallone. Un momento! Ci sono delle donne che stanno uscendo da un edificio…Dei miliziani le stanno spintonando nel capannone!”

Anche Max e Totila inforcarono i binocoli e cominciarono ad osservare la scena. Videro che dopo aver fatto entrare le donne, una ventina, fecero cenno ai neri di  entrare.

“Sembrano contenti. Guarda come corrono!” disse Guelfo.

“Maledetti bastardi! -disse Ken- Mi viene un orribile dubbio…”

“Anche a me!” disse Der, rosso in volto dalla rabbia.

Gli etno discussero sul da farsi, quindi decisero di porre fine a quello scempio.

La Compagnia osservò la disposizione degli edifici: c’erano quattro torrette, con due uomini di guardia; poi c’era un edificio, presumibilmente quello adibito a corpo di guardia, che Der quantificò in una trentina di individui; c’erano poi due capannoni: uno era quello dell’ “amore”, l’altro doveva fungere come dormitorio; infine al centro c’era uno chalet. Lì sicuramente doveva esserci il capo.

“Solita tecnica”, disse Max. “Totila, Soviet, Jena e Ken penseranno alle guardie sulla torretta; Der, Patriota e Green con gli Rpg attaccheranno l’edificio di guardia; Langbard e Halexandra si metteranno su quel poggetto con l’ MG e falceranno tutti quelli che cercheranno di fuggire o di attaccarci; Guelfo, Larth ed io penseremo allo chalet.”

Gli etno legarono i cavalli ed in fila indiana, attraverso un fossetto, riparati da delle siepi, si avvicinarono agli edifici senza essere visti.

Era una mattinata fresca. Le sentinelle sulle torrette saltellavano bevendo di tanto in tanto un sorso di liquore per scaldarsi.

I tiratori scelti si piazzarono su un tronco adagiato per terra e presero la mira.

Ad un cenno di Max, aprirono il fuoco. La prima salva uccise quattro sentinelle.

La seconda finì le altre. In quello stesso istante tre razzi Rpg si schiantarono contro l’edificio di guardia.

Uno penetrò da una finestra, esplodendo all’interno. Der, Patriota e Green si catapultarono sotto l’edificio colpito e dalle finestre in frantumi, gettarono tre granate.

Tre esplosioni squassarono l’edificio. La porta si aprì. alcuni miliziani feriti e urlanti cercarono di uscire, ma furono presi d’infilata dall’MG.

Caddero senza vita sui gradini. I tre assaltatori gettarono altre tre granate dalle finestre.

Intanto anche gli altri etno corsero verso la Fattoria: Totila, Soviet, Jena, Ken e Langbard con Halexandra.

Der entrò nell’edificio dei guardiani Si udirono un paio di colpi secchi. poi si affacciò dicendo: ” Ora è pulito!”.

Gli etno si divisero: una parte andò verso lo chalet e gli altri entrarono nel capannone.

Da entrambi gli edifici apparve una bandiera bianca. Dalla palazzina comando uscì il capo, un bianco insieme a due ibridi. Con loro c’erano anche tre donne africane.

Dal capannone uscirono una ventina di ner terrorizzati e seminudi. Furono fatti allineare lungo il reticolato.

Il Capo del campo fu interrogato da Max e Der. Disse che la fattoria dell’Amore faceva parte di un programma di “ibridazione” forzata, secondo la Direttiva 702 del Go.Mo approvata, chiamata “Kalergi Plane”, il mese precedente.

Il capo, in modo irridente disse che in una ventina d’anni, anche grazie alle nuove tecnologie di inseminazione artificiale e grazie agli uteri artificiali,  la razza bianca sarebbe finalmente scomparsa.

Der e Ken, per tutta risposta, eliminarono i suoi collaboratori e le donne nigeriane che erano ai suoi fianchi.

L’uomo, terrorizzato, guardò i suoi collaboratori giacere a terra in un lago di sangue.

Il suo volto si trasformò. Gocce di sudore iniziarono a scendergli dalla fronte.

“Ma voi chi siete?” chiese con voce tremolante “Siete Fratelli della Foresta?”.

“Siamo la Compagnia dei Cani Rabbiosi…” rispose Jena.

“Ma… ma… non eravate morti?”

“Siamo resuscitati…! Volevi far sparire la razza bianca? Sparisci tu, bastardo!”

Un colpo secco eccheggiò nella “Fattoria”. L’uomo cadde da un lato con la testa oltrepasata da un proiettile.

Lo chalet fu perquisito e sequestrati molti documenti riguardanti il Piano Kalergi e la sostituzione etnica dei popoli europei.

Nel capannone, Halexandra, Totila, Soviet liberarono le donne, le fecero rivestire e dettero loro le armi prese ai guardiani.

Le rifornirono di cibo e dissero loro di rifugiarsi nelle foreste.

Lì sarebbero state sicuramente ritrovate dai ribelli di Stanis.

Der si pose davanti agli africani dicendo: “Finito il divertimento, eh?”

Non fece a tempo a schiacciare il grilletto che alcune donne liberate lo precedettero. Der e gli altri dettero loro il colpo di grazia ai “riproduttori”

Max guardò i camion dei multietnici parcheggiati dietro uno degli edifici, rimasti intatti nella sparatoria e disse: ” tentiamo? Risparmieremmo un sacco di tempo e soprattutto eviteremo i droni-killer…”

Nessuno ebbe niente da obiettare. Salirono sul primo camion dopo aver sistemato i cavalli sul secondo, e dopo aver augurato buona fortuna alle donne, imboccarono a forte velocità  la strada verso l’ agognato Baltico.

La Taverna del Serpente

Gli etno, dopo una mezz’ora arrivarono nella prossimità  della cittadina di Skrunda. Una macchina della Milizia posta ai lati della strada, intimò l’alt.

Raffiche di mitra partirono dal camion, facendo secchi i miliziani. “Questi sono i nostri lasciapassare…”, fu la risposta di Ken. I camion passarono attraverso la via principale della cittadina. Pochi e frettolosi abitanti guardarono con curiosità  quei “soldati” in mimetica a macchie di leopardo. Fino ad allora avevano visto solo le divise azzurro-turchine dei miliziani e degli Psicopol o quelle marroni dei randagi..

La piccola colonna proseguì a velocità  sostenuta lungo la strada che correva diritta diritta, fra frutteti e sterminate foreste. Si stavano dirigendo verso Aizpute. Ormai dal mare distavano solo una cinquantina di km.

All’ingresso di Aizpute un altro posto di blocco e un’ altra macchina della MuMi. Max si fermò. L’euforia e una certa dose di spacconeria aveva pervaso gli animi degli etno. Max scese dal camion mentre la Compagnia lo copriva con i suoi mitra.

“Siamo la ‘banda dei cani rabbiosi‘ e vogliamo passare. Avete qualcosa in contrario?” chiese Max agli esterrefatti miliziani. Un flebile “No” fu la loro risposta. Der ordinò loro di alzare le mani e sceso dal camion disse: ” Vi è andata male, eh?!”

La radio della macchina gracchiò qualcosa. Ken si avvicinò e rispose: “qui va tutto bene. Passo e chiudo”. Poi sparò una raffica, mettendola a tacere. Poi rivolse l’arma verso i miliziani uccidendoli.

“Andiamo!” disse Max. I due camion ripresero la corsa verso Pavilosta, nei pressi della quale arrivarono quando incominciava ad imbrunire. La vista del mare rese euforici gli uomini che si diressero verso la banchina dove erano ancorati alcuni natanti. Il villaggio era deserto. Solo da qualche finestra arrivava un tremolio di candela. Larth adocchiò un peschereccio di una ventina di metri. Salì a bordo insieme a Soviet. Dopo una decina di minuti scese e :” questo andrebbe benissimo, ma c’è un piccolo particolare: è senza carburante…”

“Merda!” Si lasciò sfuggire Max.” E dove lo troviamo il gasolio?!”

Patriota si guardò intorno. Dietro una finestra vide la figura di un uomo. Insieme a Soviet che parlava in po’ il lettone si diresse verso la casa. L’uomo si affacciò e parlò con Soviet, poi, dopo pochi minuti, richiuse la finestra.

L’ex-spetsnatz ritornò dai compagni. ” L’uomo ha detto che a nord, a 5 km di distanza a Labrags, c’è un deposito della Milizia che rifornisce i mezzi della Guardia Multietnica Costiera”.

“Andiamo a Labrags!” disse Max. La compagnia risalì sui camion e ripartì verso Nord. Scesero prima di arrivare nel paese. Sulla banchina videro una motovedetta di una trentina di metri nuova di zecca.

Max ordinò a Totila, larth e Ken di fare fuori le due sentinelle che stazionavano a poppa e a prua. Ken con il suo arco colpi i due marinai che caddero senza un lamento. Poi, con il resto della Compagnia si diresse verso una taverna dalla quale arrivavano risate ed urla sguaiate. Guardarono attraverso le finestre e videro all’interno, intenti a bere e a farsi di crack e coca, una ventina fra miliziani e marinai.

Max fece cenno agli altri di irrompere con i mitra spianati.

La sorpresa fu totale.

Der ordinò agli uomini, rinnegati, randagi e ibridi di mettersi con le spalle contro una grande parete. Un marinaio cercò di estrarre una pistola, ma Halexandra lo freddò. Ken strappò i fili del telefono, poi perquisì gli uomini, togliendo loro le armi  che portavano addosso. Poi Max si rivolse al comandante chiedendogli le chiavi per l’accensione del motore e la scheda cifrata di identificazione. L’uomo si frugò nelle tasche e poi allungò chiavi e scheda a Max. In quel momento arriv Larth.

“Ecco Larth, quello che ti serve per accendere i motori.”

“Non basta”, disse l’etno, ” mi ci vuole anche la mano del comandante. Serve l’identificativo contenuto nel nanochip”.

Der prese la mano del comandante e con un colpo secco della katana gliela staccò. “Ecco la mano!” disse con un sorriso a Larth. L’uomo gettò un urlo di dolore. Un colpo di Ken pose termine alle sue sofferenze. I prigionieri guardarono terrorizzati la scena.

“Quando sarete all’infermo, portate al vostro Capo i saluti della banda dei Cani Rabbiosi!” disse Ken e, così dicendo, aprì il fuoco, seguito resto della Compagnia.

Verso la Svezia!

Gli etno uscirono dalla taverna e si precipitarono verso la banchina. Fecero salire i cavalli a poppa.

Larth insieme a Soviet entrò nella cabina comando e inserendo le carte e la mano del comandante per mettere in moto la nave da guerra.

Non appena Green e Patriota ebbero sganciato le cime, Larth dette lentamente forza ai motori.

Erano le 21.30.

La motovedetta si mosse e percorse il porto-canale a luci spente.

Il “comandante” portò la velocità  a sei nodi orari.

“Perché andiamo così piano?” , chiese Der.

“Fra poco lo saprai…” rispose Larth, teso in volto.

Passarono una manciata di minuti , quando dalla radio di bordo una voce iniziò a parlare.

“Comando della Milizia Costiera. Identificatevi!”

“Qui peschereccio d’altura ‘Landanis’…” rispose il “comandante”.

“Perchè avete il transponder spento?!”

“Compagno, abbiamo un problema al sistema…Stiamo cercando di sistemarlo…”

“Datevi da fare! Qual è¨ la vostra rotta?!”

“Ovest-Nord-Ovest per 150 miglia…”

“E’ in arrivo una forte perturbazione dalla Svezia…”

“Grazie, compagno. Rientreremo prima che ci investa…”

“Tenetevi in contatto con il Centro Metereologico e sistemate il transponder! Conoscete gli ordini!”

“Sì compagno! Passo e chiudo…”

“Ora hai capito?” chiese Larth rivolto a Der.

“Siamo sotto controllo del radar costiero…Queste sullo schermo sono le onde che ci colpiscono…Se avessi messo i motori a tutta forza, si sarebbero accorti di avere di fronte una nava militare. Nessun peschereccio fila a 30 nodi… al massimo tocca i 15…”

“E se si accorgono di quello che è successo alla taverna e della scomparsa della motovedetta?”

“In questo caso saranno per noi cazzi amarissimi. La nostra speranza è che se ne accorgano il più tardi possibile…”

“Per quanti km ci possono seguire con il radar?” chiese Ken.

“Dipende…Diciamo che saremo visibili in un raggio di 60-90 miglia…”

“Questo significa dai 90 ai 150 km…”

“Più o meno…Quando usciremo dalla loro portata metteremo i motori al massimo e ce la fileremo…o…”

“O?”

” ci infileremo dentro la perturbazione . La pioggia e le onde disturbano fortemente la ricognizione radar…”

“E la perturbazione dov’è?” chiese preoccupato Max.

Larth accese un monitor.

“Eccola” disse indicando un fronte rossastro. “Direzione Est. Venti 35/40 nodi e piogge intense. Quello che fa per noi…Ora è a 200km e avanza ad una velocità  di 15/20 miglia orarie…”

Gli etno presenti iniziarono a fare dei calcoli.

“Ci vorranno cinque ore…” disse Ken. Nessuno rispose.

“Come hai fatto a dare il nome del peschereccio?” chiese Max.

“Prima di salpare, alla fonda nel canale c’erano tre battelli. Quello più grande era il ‘Landanis’…Speriamo che non esca in mare…”

Un brivido di freddo percorse la schiena degli etno all’idea di questa eventualità .

Nella plancia, ognuno ebbe un compito. Soviet si mise alle comunicazioni, pronto a caaptare ogni allarme.

Alle 22.30, ad un’ora dalla partenza tutto era tranquillo. Larth aumento sensibilmente la velocità, portandola a 10 nodi.

Alle 23.30 il battello ora si trovava ad una trentina di km dalla costa. La perturbazione si trovava, ora, a 150 km di fronte a loro.

Alle 24.30, Larth comunicò :” percorsi 48 km. Perturbazione a 100km…”

La voce della Milizia Costiera tornò di nuovo alla radio.

“State andando incontro al maltempo. Vi conviene fermarvi! Fra quattro ore ce l’avrete addosso…”

“Grazie compagno. Siamo quasi arrivati al punto.Procediamo ancora per un po’…”

“Come volete!” rispose la voce.

Alle 1, Soviet sul canale di emergenza captò una conversazione della MuMi.

“Camerati! Ci siamo. Hanno scoperto la strage della taverna. Stanno dando l’allarme e stanno mandando in loco squadre della Milizia…”

La notizia mise in comprensibile agitazione gli etno.

“Appena scoprono la scomparsa della motovedetta avvertimi!” disse Larth, aumentando la velocità a quindici nodi.

“Siamo a 60km dalla costa e la perturbazione è a 80 km da noi…”

Mezz’ora dopo, Soviet comunicò che la MuMi aveva scoperto la scomparsa della nave da guerra e che le vittime della taverna erano i marinai e il comandante dell’imbarcazione.

Una voce imperiosa uscì dalla radio.

“Qui comando Milizia Costiera a MV GP105. Dove siete?! Chi siete?!”

“Non rispondere!” urlò Larth a Soviet. “Altrimenti ci individuano e localizzano…”

Pochi minuti dopo la stessa voce ordinò a tutte le imbarcazioni di rientrare immediatamente ai porti.

“Tutti coloro che non volgeranno la prua verso terra saranno considerati soggetti ostili e affondati!”

“Ora!” disse larth, dando tutta forza ai motori. “Abbiamo si e no mezz’ora di tempo!”

I motori sobbalzarono, rispondendo ai comandi del “comandante”. Sottocoperta gli etno furono sballottati dall’improvviso cambio di marcia.

La voce alla radio ordinò al battello che ora filava a 35 nodi, di fermarsi immediatamente. ” Sarete immediatamente affondati!”

“Fottiti compagno!” urlò nel microfono Soviet chiudendo la conversazione.

“Siamo a 60 km dalla perturbazione…Considerando che noi viaggiamo a 35 nodi e lei a 15, saremo dentro fra quaranta minuti…Se hanno i jet a portata di mano…”

“Se hanno i jet a portata di mano…?” chiese Der preoccupato.

“Siamo fottuti…”

Larth ordinò agli etno sottocoperta di andare a poppa a rafforzare i legami ai cavalli, distendere delle coperte per terra, in modo che non scivolassero e bendargli gli occhi.

“Quale sarà  il tempo di reazione?” chiese Max.

“Dieci minuti per portare gli aerei sulla pista e scaldare i motori, due tre minuti per la partenza e arrivare in quota e cinque sei minuti per averli addosso…”

“Totale 17-19 minuti…” disse Soviet.

Alle 1.25 larth osservò, sullo schermo radar, due puntini prendere quota.

“Sono in ritardo…Forse con un po’ di fortuna ce la facciamo…”

Il mare iniziò a incresparsi, mentre la nave sollevava montagne di spruzzi.

Soviet controllò il monitor. “Si stanno avvicinando…”

Larth con una decisione fulminea spense tutte le apparecchiature elettroniche e le luci. Virò leggermente verso nord-ovest. Mise al minimo i motori. grandi scrosci di acqua investirono la nave.

“La pioggia!!” disse sollevato larth.

Davanti a loro il buio era totale, rotto solo dai lampi e fulmini.

Le onde aumentarono, sollevando la prua e facendola ricadere pesantemente. Sotto, gli etno si arreggevano con tutte le forze ai passamano, mentre i loro stomaci erano sottosopra.

“Ora non resta che pregare…” disse larth.

Un minuto dopo due jet passarono a due miglia da loro.. Ma i radar disturbati dai violenti piovaschi non localizzarono il mezzo navale.

“Qui Charlie a base!” comunicò il pilota. “Non si vedono. Si devono essere infilati dentro la perturbazione…Hanno spento radar e ogni fonte di emissione…”

“Ok! Fate un altro passaggio e tornate alla base!”

“Ok. Ricevuto!”

Nella motovedetta, si consumarono lunghi ed infiniti secondi di tensione.

Anche il secondo passaggio non ebbe seguito. I jet tornarono verso est.

“Ce l’abbiamo fatta?” chiese Der.

“Sì, ma ora prepariamoci a ballare…”

Per due ore la nave navigò nel cuore della bufera. Poi i venti iniziarono a placarsi. Anche la pioggia diminui d’intensità .

Alle quattro del mattino, una calma irreale aveva sostituito i boati della tempesta. Sul mare gravava ora una fitta nebbia.

Larth fece il punto. “Siamo fuori dalla portata dei loro radar. Abbiamo percorso 150 miglia in direzione Ovest-Nord.

Larth dette tutta forza ai motori, virando verso Nord.

“Siamo a 90 miglia dalla costa svedese!”

Da sottocoperta iniziarono a salire sulla plancia gli etno che erano rimasti sotto. Parevano fantasmi: il volto livido e verdastro, gli occhi cerchiati e le labbra riarse.

“Buongiorno, amici!” disse larth. “Tutto bene sotto?!”

“Fanculo…” rispose con un filo di voce Totila.

“Tranquilli, il peggio è passato…” disse Larth.

“Finalmente una buona notizia…” esclamò Halexandra, mezza morta. “Vado a fare un po’ di caffè…Ne abbiamo tutti bisogno…”

La nave ora filava, fendendo le acque calme e grigie.

Jena e Totila andarono a poppa a controllare i cavalli.

Erano sani e salvi anche se provati. Sbendati nitrirono flebilmente.

Alle 8 del mattino, Larth, dopo essersi riposato per un paio d’ore, riprese il comando della nave, lasciato a Soviet.

“Tutto a posto?” chiese.

“Sì, nessuna presenza ostile…Siamo a 60 miglia dalla costa e a 100 miglia da Stroemsbruck!”.

“Bene, ancora un paio d’ore e saremo giunti a destinazione…” disse larth.

In quel momento Ken, che aveva sostituito Soviet alla radio, annunciò: ” Camerati! pare che fra poco ci sarà  un discorso alla radio e alla TV da parte di Tsirhc, destinato al Mondo…”

“E che diavolo avrà  da dire?” chiese Green.

“E chi lo sa?!” rispose Patriota.

“Il discorso inizierà  alle ore 10 locali!” aggiunse Ken.

“E noi lo ascolteremo. Non possiamo mica fargli uno sgarbo…Siamo persone educate, noi…” disse ridendo Max.

La navigazione continuò tranquilla. Di fronte a loro il radar non segnalò ostacoli né presenze sospette, solo la nebbia, teneva alta la tensione. Ognuno temeva di veder apparire da un momento all’altro un pericolo.

Alle 10 la fitta coltre grigia iniziò lentamente a diradarsi. La nave virò verso la costa. L’annunciatore di Radio Mondo annunciò con enfasi e emozione il messaggio del Capo del Governo Mondiale.

Messaggio al mondo di Tsirhc

La Compagnia di accalcò nella plancia per sentire il discorso.

Dopo l ‘enfatica e stentorea introduzione dello speaker, una voce suadente e vellutata iniziò a parlare. glorificando e magnificando i successi del Governo Mondiale: la costruzione della Pace, il consolidamento della Democrazia, l’esportazione della Felicità  ed tutti gli altri risultati magnifici e progressivi.

Poi il tono di voce si fece cupo e grave: ” Ma c’è ancora nel Mondo chi cova un sordo rancore e  un infinito odio verso il Governo e il Mondo Buono. Ci sono genti malvagie e ingrate nell’Europa del Nord che sobillano

altre genti alla ribellione. Pochi terroristi che presto saranno liquidati.

A breve una grande operazione umanitaria estirperà  questo cancro reazionario e porterà  la felicità  , la concordia e il Bene anche in quelle terre. Solo allora ci sarà  il trionfo definitivo della Pace e dell’Amore.

Solo allora saremo un solo popolo . E solo allora apparterremo alla sola unica razza che esiste: quella Umana!

Un’altra cosa, cari compagni e fratelli, abbiamo da riferirvi notizie che ci hanno profondamente rattristato l’animo.

Ci hanno riferito che una banda di sciagurati terroristi provenienti dal Governatorato della 78a Stella degli SUM, ex Italia, approfittando della nostra bontà  e benevolenza, è fuggita due mesi fa da un CRM, dove era stata destinata al Pentimento e alla Rieducazione.

Ebbene, questi esseri malvagi e privi di scrupoli si sono diretti verso Nord, lasciando dietro di sè, una lunga scia di distruzioni e di sangue innocente.

Tre avvenimenti ci hanno profondamente addolorato: l’uccisione dell’ eroe della Guerra Globale, il valoroso Generale dell’Armata della Pace John Burak Oboma e della sua scorta; la distruzione, il massacro di molti miliziani e di fratelli africani nella Fattoria dell’Amore di Skrunda e l’orribile strage dell’equipaggio della Motovedetta GP105!

Questi crimini orrendi – e qui la sua voce si fece stridula e metallica – questi cani rabbiosi, li pagheranno cari. La mano della legge universale li colpirà  e li schiaccerà , ovunque essi siano!

Poi il Tsirhc terminò con la solita voce suadente il suo discorso, ringraziando tutti i Governatori mondiali, le Forze di Sicurezza e l’Umanità . Infine il saluto di prammatica:

” Pace, Amore, Felicità  e Fratellanza al Mondo intero.”

Seguirono le lodi delle massime istituzioni al discorso del capo del GoMo, in particolare furono apprezzate e sottolineate quelle del Reverendo M’bongo, del Papa riformato Francesco III e quelle del Reverendo Moon, i massimi esponenti della Religione Universale Unificata.

“Tsirhc c’è l’ha con noi!”, disse ridendo, Der.

“Sapesse quanto ce l’abbiamo noi con lui…” , replicò Max.

Intanto la motovedetta scivolava sulle acque del Baltico verso Nord. La meta era ormai vicina!

Svezia!

La nave procedette al minimo verso la costa.

“Siamo a cento metri dalla riva!” , disse larth.

Dalla plancia gli etno distinsero il molo. La nave manovrò con prudenza. Soviet e Ken balzarono a terra , fissando le cime ai piloni di ferro. Un applauso e decine di “hurrah!” ruppero il silenzio irreale del molo. Nelle vicinanze non c’erano segni di vita. Una volta messa la passerella, Der, Totila e Green si avvicinarono prudentemente, con le armi pronte, verso le prime case.

“Sono tutte semidistrutte e bruciate…” disse Green.

“Ci deve essere stata battaglia, qui…” commentò Totila.

Dopo la breve esplorazione tornarono sulla banchina. Guelfo Nero e Halexandra portarono a terra i cavalli.

Anche loro sembrarono molto felici di avere qualcosa di solido sotto gli zoccoli.

La Compagnia, dopo aver riempito gli zaini e le sacche di viveri e munizioni, si avviò² verso il centro del paese. Trovarono una casa ancora in piedi e si riunirono all’interno.

“Che facciamo?” chiese Patriota.

Max prese delle carte e le appoggiò su una tavola.

“Noi siamo qui”, disse indicando con l’indice il porticciolo di Stroemsbruck. Secondo le informazioni questo luogo doveva essere l’avamposto della resistenza, ma non mi pare che ci sia anima viva.

Quindi proseguiremo verso Nord, finché non sbatteremo il naso contro la guerriglia…”

Dopo aver consumato un breve pasto, gli etno si misero in marcia lungo la strada costiera, procedendo tutti a piedi, per non stressare troppo i cavallini.

Al calar della sera giunsero ad un villaggio, posto all’interno, dopo aver percorso una decina di km.

Anche qui non trovarono tracce di vita. Solo una casa intatta, dove si accinsero a passare la notte. L’interno era tutto sottosopra, segno che era stata saccheggiata da rinnegati , randagi o  da chissà che diavolo di mondialisti.

“Stanotte ci fermeremo qui. Proseguiremo le ricerche domani mattina…”, disse Der.

Dopo la cena furono organizzati dei gruppi esploranti a cavallo. I primi a partire all’alba sarebbero stati Totila e Soviet. Il loro compito era quello di esplorare la zona ad ovest del villaggio per un raggio di 10 km, quanta era la portata dei ricetrasmittenti. Durante la notte Totila sentì un flebile miagolio. Si alzò dal suo giaciglio e con una torcia si avvicino ad un armadio. Il rumore veniva dall’interno. La porta era sgangherata. In un angolo un gattino tremante e affamato lo guardava.

“Vieni qua, piccino…” Lo prese fra le sue mani.”Ah, ma sei una micetta! Hai fame eh?” L’adagiò sul suo sacco a pelo e dallo zaino estrasse una scatoletta di pesce. L’aprì e sfamò la piccoletta dandole dei pezzetti di sgombro.

“Buono eh? Ti piace?” Terminato il pasto la prese e la mise dentro il suo giaccone mimetico. Svegliò Ken che dormiva al suo fianco per condividere con lui la gioia della sua scoperta, ma si beccò un “vaffa”. “Vabbè¨, piccoletta, ti presenterò alla Compagnia  domani mattina…”

La Cattura

Totila e Soviet montarono a cavallo e ascoltarono le ultime esortazioni di Max.

“Mi raccomando: chiamate ogni mezz’ora. Chiaro?!”

I due etno risposero affermativamente. Dal giaccone apparve la testolina di Pippina così aveva chiamato Totila la micetta, che con un flebile “miao” parve salutare gli etno.

Presero la strada asfaltata che correva verso l’interno, in direzione ovest. Folti boschi costeggiavano i lati.

Un cartello sforacchiato annunciò la presenza di un villaggio a 4 km alla loro destra.

“Andiamo a controllare!” disse Totila.

La strada era sterrata, ma buona. La terra umida evidenziò tracce recenti di pneumatici.

“Qui  è passato qualcuno da poco…” disse Soviet. “Forse ci siamo…”

Giunti al villaggio, l’esplorazione non dette i risultati sperati: quattro o cinque case abbandonate. Nessuna traccia di vita.

Una sottile angoscia li attanagliò.

Soviet scese da cavallo ed esplorò alcuni sentieri che si inoltravano nel bosco.

“Totila! Vieni qua!” urlò.

“Cosa c’è?” chiese il compagno.

“Guarda! orme di suole di scarponi…e parecchie…”

“Andiamo a vedere!”

I due avanzarono, seguendole.

Giunsero in una radura. Di fronte a loro una parete rocciosa e tutto intorno una folta vegetazione.

“Le tracce finiscono qui…”

“Come è possibile, Soviet?” chiese il compagno girandosi intorno.

Soviet prese la ricetrasmittente e comunicò alla “base” la scoperta .

Max ordinò loro di tornare indietro.

I due uomini risalirono a cavallo e fecero il percorso a ritroso, quando dai lati del sentiero, udirono una voce intimare di fermarsi. Seguirono gli scatti metallici di diversi otturatori.

Totila e Soviet bloccarono i cavalli.

“Ora alzate le mani e mettetele dietro la nuca!” ordinò la voce.

Una decina di uomini in mimetica, uscirono dalla vegetazione, circondandoli. Li guidava una donna che si parò di fronte a loro. I due non poterono fare a meno di guardarla: era alta, aveva lunghi capelli castano-rossi raccolti in una treccia che le scendeva sul petto. Indossava una mimetica attillata che le metteva in risalto le splendide forme. Il volto era determinato e due splendidi verdi li fissarono, lanciando lampi di fuoco.

“Ora scendete da cavallo, molto lentamente…”

Gli etno obbedirono. Alle loro spalle udirono dei passi.Robuste mani serrarono i loro polsi con lacci  di plastica, rudemente.

Totila, che aveva un polso malconcio a causa di una caduta nella nave durante la tempesta, lanciò un’imprecazione. Per tutta risposta si prese un colpo alla schiena con il calcio di un fucile.

Da dietro gli si parò una soldatessa.

“Cazzo! Che modi!” protestò l’etno.

“Käfta smutsigt bortfall! ” rispose la ragazza.

“Che ha detto, Soviet?”

“Credo ‘sporco rinnegato…”

“Rinnegato io?!…”

Anche lei era alta, capelli biondi raccolti in due trecce. Occhi azzurri leggermente obliqui, zigomi alti e una bocca carnosa.

Indossava una mimetica aderente con un giaccone e un basco nero.

Totila, pensando di sdrammatizzare la situazione, fece un fischio di ammirazione e chiese il suo nome. Per tutta risposta ricevette un colpo con la canna del mitra in volto.

Sentì un caldo rivolo di sangue scendergli dalla bocca. Poi afferrò la micetta che aveva fatto capolino dalla giubba e rivolta alla camerata disse : “questa la voleva mangiare! Maledetto miliziano!”

“Camminate!”. Ordinò la ragazza dai capelli castano-rossi.

“Uccidiamoli qui, questi cani!” urlò la ragazza bionda.

“No! li portiamo alla base per interrogarli…Bendateli!”

I due, strattonati e minacciati furono riportati nella radura dove le tracce erano svanite.

Ad un comando inviato con apparecchio a infrarossi, una parete rocciosa si aprì e i due vennero spinti con le canne dei mitra lungo un corridoio.

Al termine sbucarono in una sala dalle pareti in cemento armato. Qui la ragazza dai capelli castano-rossi si avvicinò ad un militare cui mancava una mano seduto ad una scrivania e parlottò con lui. Il militare prese il telefono e comunicò con qualcuno. I due prigionieri vennero fatti entrare in una stanza dove vi erano un tavolo ed alcune sedie, sempre guardati a vista dalle due ragazze. Totila aveva la bocca piena di sangue. Furono loro tolte le bende.

La rossa si avvicinò e con un fazzoletto di carta cercò di tamponare la ferita al labbro, mentre l’altra guardava, contrariata.

“E’ molto gentile, signorina…” disse Totila, guardando la bionda.

“Noi non siamo bestie come voi rinnegati mondialisti!”

“Ma noi non siamo mondialisti!…”protestò Soviet

“Questo lo vedremo…Dite tutti così una volta che vi catturiamo…”

Attesero qualche minuto. La porta si aprì e apparve un ufficiale con due graduati.

Si mise a sedere. Uno dei militari passò lo scanner sul dorso delle mani e sul corpo dei due.

“Non hanno microchip né nanochip, maggiore!”

“Se sono degli agenti è possibile che glieli abbiano tolti…” disse la soldatessa dai capelli biondi.

“Dove li avete catturati, tenente?

“Li abbiamo presi a due km dalla base. Si aggiravano a cavallo nei boschi…”

L’uomo osservò i due prigionieri. Le loro lunghe barbe; le divise mimetiche lacerate; i volti emaciati e sporchi.

“Siete dei Rinnegati? Randagi?!”

“Rinnegati?! No signore! Siamo combattenti etnonazionalisti…Siamo fuggiti dal CRM 17 per devianti…” rispose Totila.

“Etnonazionalisti? E da dove venite? “

“Dall’Italia del Nord…”

“Ah! ah! Dall’Italia del Nord?!” disse ridendo sarcasticamente l’ufficiale, facendo ridere anche le due soldatesse.

“E come siete arrivati fino in Svezia? con il treno?! in nave?! aereo?!”

“A cavallo, Signore…” rispose Soviet.

“A cavallo?!”

“Sì” intervenne la soldatessa dai capelli rossicci. “Quando li abbiamo catturati, erano a cavallo…”

“Siete soli?” chiese l’ufficiale che ora si era fatto serio.

“No signore. Ci sono altri dieci camerati che ci attendono in un villaggio ad una decina di km da qui…”

“Siete quindi in dodici?”

“Esattamente, Signore…” rispose Totila.

“E come siete giunti in Svezia?!”

“Abbiamo sequestrato una motovedetta della MuMi nel porto di Labrags…”

“Una motovedetta?! E dov’è ora?!”

“Nel porto di Stroemsbruk…”

L’ufficiale li guardò.

“Tenente. Fate venire qui gli ufficiali dell’Unità  Speciale 17…”

“Sissignore!” rispose la ragazza dai capelli rossicci, scattando sugli attenti.

“Sottotenente, cosa facevano questi due signori quando li avete catturati?”

“Signore, stavano perlustrando la zona con fare sospetto…” rispose la soldatessa bionda.

“Cosa stavate cercando?” chiese rivolto di nuovo ai due prigionieri.

“La Resistenza, Signore…” disse Soviet.

“Sì, cercavamo voi. Siamo partiti oltre due mesi fa. Abbiamo attraversato la Germania, la Polonia e i paesi baltici per giungere fino a voi…” disse Totila.

“Ora controlleremo…”, rispose l’ufficiale che parve aver cambiato atteggiamento nei loro confronti . Parlò con un altro militare.

Agnetha osservò la scena incuriosita.

Alcuni minuti dopo la porta si aprì. Totila senti alle sue spalle alcuni militari che condotti nella stanza da Frida, si fermarono, salutando l’ufficiale.

“Signori”, disse rivolgendosi ai nuovi venuti che si fermarono dietro i due prigionieri.

“Queste due persone che abbiamo catturato sostengono di essere dei devianti  e di provenire dal Nord Italia. Forse qualcuno di voi li conosce?…Prego, osservateli…”

I tre militari si pararono di fronte a Totila e a Soviet. Improvvisamente si levarono urla di gioia.

“Totila! Soviet!”

“Uqbar! Freik! Wolf!”

I tre si gettarono, abbracciandoli, sui due etno. La commozione fu altissima.

“Che gioia rivedervi!” disse Wolf guardandoli. “Ma come avete fatto ad arrivare fino a qui?! e…perchè¨ siete ammanettati?!”

“Grazie signori! Avrete modo di parlare e stare dopo in compagnia dei vostri camerati! Ora potete andare!”

“Signorsì, signor Maggiore!” disse Wolf, strizzando l’occhio verso i due amici ritrovati.

L’ufficiale ordinò immediatamente ad un soldato di togliergli le manette.

Poi si avvicinò commosso a ammirato.

“Pemettetemi! Sono il maggiore Burglund e sono onorato di fare la vostra conoscenza. Vi faccio le mie profonde scuse per il trattamento che via abbiamo riservato, ma in questi casi, come ben capirete,  la prudenza non è mai troppa!” . Così dicendo, strinse loro calorosamente le mani.

“Da oltre un mese sapevamo, dai comunicati delle radio e tv mondialiste delle vostre gesta. Quando ieri abbiamo ascoltato il discorso di Tsirhc, abbiamo pregato per voi e per la vostra salvezza! Oggi siete qui! E’ una gioia immensa per tutti noi!!!”

Frida e Agnetha si guardarono. Anche loro avevano sentito parlare di questa strana e misteriosa Compagnia che tanti problemi aveva procurato ai mondialisti.

Sorrisero imbarazzate ai due.

Il maggiore Burglund dette ordine a due ufficiali di preparare due squadre: una per prelevare, al comando del tenente Frida, il resto della Compagnia; l’altra di recuperare la motovedetta.

“Lei signor Soviet guiderà  la squadra del tenente verso il villaggio dove il resto dei suoi camerati  vi attendono. Anzi, li chiami immediatamente e li avverta del suo arrivo. Lei sottotenente Agnetha avrà  cura del signor Totila. Lo accompagnerà  in infermeria e poi nel suo alloggio! Vedo che ha una ferita alla bocca che sanguina. Come se l’è procurata?…”

“O niente signor maggiore, sono andato a sbattere contro un  fiore…”

“Prego?!”

“Era solo una metafora…”

“Capisco…” rispose l’ufficiale, sorridendo, perplesso.

Agnetha arrossì, abbassando gli occhi.

Dopo aver salutato il maggiore, i due si allontanarono dalla stanza dell’interrogatorio

e si diressero verso una galleria.

“Le faccio le mie scuse. Sono mortificata”, sussurrò la ragazza. “Non potevo immaginare…”

“Non si preoccupi, sottotenente. Lei ha fatto solo il suo dovere…”.

Il medico applicò due punti di sutura e una pomata al labbro superiore, controllò le altre ferite dell’etno e le sue condizioni generali.

“Fra un paio di giorni sarà  a posto…”

Uscirono.

“Ora le mostrerò il suo alloggio. Venga…”

Presero un ascensore che li portò ai livelli superiori.

I loro sguardi si incrociarono; ma non una parola uscì dalle loro bocche.

Fu Totila a rompere l’imbarazzante silenzio.

“La rivedrò signorina?”

“Non saprei…” rispose la ragazza presa alla sprovvista. “Ma se le farà  piacere, stasera verrò a controllare come sta…”

“L’attenderò con ansia!”

“Le fa male la ferita?”

“Il colpo che ho preso sulle labbra non è niente rispetto a quello che ho ricevuto al cuore…”

La ragazza arrossì.

“Signor Totila, lei dice queste cose a tutte le ragazze che incontra?”

“No…”

Agnetha girò lo sguardo verso la la porta dell’ascensore che provvidenzialmente

aprì.

“Questo è il suo alloggio, signor Totila…” disse la ragazza aprendo la porta.

“Dentro troverà  tutto il necessario. Se ha bisogno di qualcosa lo chieda pure…”

“Grazie, signorina…”, rispose l’uomo. ” Ah, dimenticavo una cosa…Stasera sarei libero. Le andrebbe se cenassimo insieme?”

“Vedremo…” disse la ragazza sorridendo. “Stasera verrò a vedere come sta…Arrivederci dopo…”

“A dopo…”

L’etno rispose al saluto e accompagnò con lo sguardo la ragazza finchè non giunse all’ascensore.

Prima di entrare, Agnethasi girò e lo salutò con la mano.

Totila entrò nella stanza assegnatagli. Sul letto della biancheria pulita ed una tuta da ginnastica.

Si tolse gli abiti laceri e sporchi. Si guardò allo specchio. Il viso era segnato da profonde rughe e cicatrici. Era la prima volta dopo tanto tempo che si specchiava. Ebbe quasi paura della sua immagine.

Si ritrasse.

Entrò nel bagno e iniziò a riempire la vasca. Non ricordava più l’ultima volta che si era potuto lavare facendosi mollemente cullare dall’acqua. Si immerse. Gli parve di rinascere. Accostò questo pensiero ad un nuovo battesimo.

Si asciugò il corpo e i capelli e si mise la biancheria pulita e profumata di bucato. Si rase la barba incolta.

Ora l’immagine che riflettè lo specchio, gli parve più familiare. Si sentì rassicurato.

Si gettò sul letto, addormentandosi pesantemente.

Il suono delle nocche sulla porta lo risvegliò. Assonnato aprì.

Era un ufficiale con un civile.

“Mi spiace disturbarla, signore. Ma siamo qui per la divisa. Dovremmo prenderle le misure…”

“Divisa?”

“Sissignore, per la cena in vostro onore…”

“Capisco…E i miei camerati sono già  giunti alla base?”

Stanno arrivando, signore…”

Il civile prese le misure e poi uscirono dalla stanza.

Mezz’ora dopo un altro militare portò alcuni pacchi.

Erano gli indumenti che posò, in ordine, sul letto. Totila si avvicinò ad osservarli.

Era la divisa: una camicia grigia con cravatta nera; una giacca nera con fregi e mostrine d’argento; pantaloni grigi e scarpe nere. Infine una bustina nera  dei reparti d’assalto.

Iniziò a vestirsi in fretta. Non vedeva l’ora di guardarsi. Alla fine, si calcò² il berretto in testa e si avvicinò allo specchio. Decisamente si piacque. Si accomodò la cravatta e si accomodò la giacca.

Il telefono squillò. Era Frida, che gli annunciava che i suoi compagni erano giunti alla base e che ora si trovavano nella sala mensa per uno spuntino.

Totila uscì dall’alloggio e si recò verso l’ascensore. Durante il tragitto si accorse che i militari che lo incontravano, con sua sorpresa, scattavano sugli attenti. Pensò che il fatto fosse dovuto alla severità e ai fregi  della divisa che indossava.

E a tale proposito gli venne in mente di fare uno scherzo ai suoi amici.

Giunto davanti la porta della mensa, assunse un portamento deciso. Entrò e urlò con tutta la voce: “At-tenti!”. I suoi camerati balzarono in piedi, stupiti e preoccupati dalla visione dell’ufficiale.

Si tolse il cappello e dette il “riposo”. Lo riconobbero. Senza barba, pulito e rivestito pareva un altro.

Un coro di “vaffa” lo sommerse.

Halexandra lo guardò ammirata.

“Dove l’hai presa questa divisa?” chiese.

“Ora la daranno a tutti voi, ma prima fatevi un bel bagno…ah!ah!ah!”

La gioia nella Compagnia era palpabile. Un’immensa allegria albergava ora nei loro cuori. Avevano raggiunto l’obiettivo. Dopo oltre due mesi di fughe,pericoli, trappole, agguati, erano finalmente giunti alla meta. Un ufficiale entrò portando due bottiglie di champagne che aveva tenuto in serbo per loro. I bicchieri si riempirono e Max invitò a brindare alla vittoria.

Poi tutti raggiunsero i loro alloggiamenti.

Alle 19 in punto, Frida ed altre soldatesse andarono a prelevare gli etno. Uscirono.

Solo Totila era ancora chiuso nella sua stanza.

Jena bussò.

“Non vieni alla cena?”

“Ehm, aspetto una persona…”

“Una persona??!!”

Larth abbozzò ad un sorrisetto.

“D’accordo”, disse Max. Raggiungici alla mensa. Ricordati che la cena inizia alle 20…Non facciamoci riconoscere subito. Capito?!…”

Totila rientrò nella stanza. Controllò nervosamente l’orologio. Agnetha sarebbe già  dovuta essere lì. Si avvicinò all’uscita deciso ad attenderla fuori.

Quando aprì la porta si trovò di fronte la ragazza che si apprestava a bussare.

L’etno rimase senza parole. Agnetha indossava la divisa di gala: una giacca nera, camicia e gonna grigie con bande nere laterali; calzava stivali neri con un po’ di tacco.

Aveva i lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca e sulla testa portava una bustina nera dei reparti d’assalto.

Un leggero ombretto azzurro sulle palpebre in tono con gli occhi e le labbra erano colorate da un leggero rossetto lucido. A Totila parve una visione. Rimase muto e incantato.

“Sbaglio o avevamo un appuntamento, Comandante?”

“Ehm..sì…” furono le uniche parole che riuscì  ad articolare.

“Allora andiamo…”

“Sì…”

Presero l’ascensore.

La ragaza gli disse qualcosa, ma lui non ascoltò le sue parole, preso com’era dalla ragazza. Guardava solo la sua bocca, i suoi capelli e i suoi occhi.

“Comandante, mi ascolta?” chiese Agnetha.

“No, ehm…sì…Il fatto è che…”

“Me lo dirà  dopo. Siamo arrivati!”.

Le porte si aprirono su una vasta sala.

Un migliaio di soldati e di soldatesse l’affollavano seduti ai tavoli.

Quando apparvero tutti si alzarono in piedi.

“Hurrah! per il comandante Totila!” gridò un ufficiale. Mille “hurrah” rimbombarono nella sala.

L’etno arrossì, salutando con la mano gli astanti.

Poi, condotto, quasi per mano, da Agnetha, attraversò la sala fra gli sguardi ammirati dei soldati, fino a giungere al tavolo dove era seduta la Compagnia insieme ad altri ufficiali.

“E’ arrivato in ritardo per prendersi una ‘standing ovation’, disse ridendo Langbard.

“No, no…Lo so io perché è  arrivato in ritardo…” aggiunse Larth, ridacchiando e dando di gomito a Green.

“Non dia retta signorina a questi due…Amano prendere in giro…”

Agnetha sorrise, mettendosi a sedere vicino a Totila.

Lui si avvicinò alla ragazza, sussurrandole :” Tenente, io veramente speravo in un  tête à tête, insomma in  cena al lume di candela…”

“Mi spiace, Comandante, ma temo che non ci siano ristoranti a lume di candela nel giro di centinaia di chilometri…Comunque se le può interessare, ma non lo dica a nessuno, è un segreto militare, domani sera sarà  organizzata una festa in vostro onore. Altro non posso dirle. Ci sarà  una sorpresa…”

” E lei ci sarà  Agnetha?” chiese l’uomo con trepidazione.

“Credo di sì…In fondo Frida ed io vi abbiamo catturati…”

Disse queste parole cariche di sottintesi, guardandolo con una dolcezza, che lo colpì al cuore.

Lui le sfiorò la mano.

La cosa non sfuggì alla combriccola di Larth, Green e Langbard, che commentarono divertiti i voli d’amore del camerata.

Finita la cena, Max e Der raccontarono alla platea le avventure della compagnia.

Tutti i presenti ascoltarono la storia in assoluto silenzio.

Al termine un fragoroso applauso sottolineò il senso di profonda ammirazione  dei soldati verso quegli uomini, che con le loro sole forze, avevano attraversato un continente per unirsi a loro. Centinaia soldati e soldatesse li circondarono, desiderosi di stringere loro le mani.

“Domani prima della festa la vedrò, Agnetha?” chiese Totila, mentre lui e la Compagnia venivano riaccompagnati ai loro alloggi.

“Domani sarò di pattuglia…” rispose la ragazza,con un tono che tradì disappunto.

“Di pattuglia?!”

“C’è la guerra, Comandante…”

“Sì lo so, ma… è pericoloso…”

“Certo, ma è necessario che qualcuno ci vada. Domani è il mio turno…”

“Posso venire con lei?”

La ragazza sorrise.

“Non credo. Lei e i suoi compagni domani avrete molti incontri. Oltre il comandante della base, verranno alti ufficiali del Comando Unificato della Resistenza…”

“Allora domani non la vedrò?” chiese l’etno con tono triste.

“Ci vedremo domani sera alla festa, non ricorda?…” rispose, sorridendo la ragazza.

Poi si salutarono, guardandosi intensamente.

“Lo stiamo perdendo…” disse Larth rivolto a Langbard e a Green.

“Sì, ormai è cotto…” confermò Green.

La giornata successiva trascorse in varie riunioni. La Compagnia fu ascoltata da molti ufficiali del Comando Unificato, fra cui un generale russo e uno tedesco. Le carte segretissime sequestrate al generale mondialista Oboma si rivelarono di un’importanza strategica straordinaria.

Il generale Karlsberg tenne una relazione su quanto appreso dalla documentazione top secret.

“Per la prossima primavera, i mondialisti scateneranno un’offensiva finale contro le forze della Resistenza. E’ attesa manovra a “gancio”, che prevede la conquista della Scandinavia e poi attraverso la Carelia la penetrazione nella Russia del Nord. La fase due prevede un’offensiva da sud che avrà  come obiettivo strategico quello di riunirsi alle forze del nord, non prima però di aver annientato ogni forma di resistenza nella zona centrale della Russia. Saranno impiegate notevoli forze di terra e aeree. E’ prevista la mobilitazione di 3 milioni di miliziani e contractors appoggiati da 20.000 mezzi corazzati e di artiglieria; sul mare ci sarà  un’imponente flotta di portaerei che supporterà  gli sbarchi nella Norvegia settentrionale; dagli areoporti della Svezia del Sud, Polonia e Romania, partiranno quotidianamente centinaia di cacciabombardieri. Sono previsti, ove necessario, bombardamenti atomici. Abbiamo quindi di fronte a noi sei/sette mesi per studiare le contromisure. Nel frattempo i piani del progetto ‘POLIFEMO’ procederanno secondo la tabella di marcia. A Gennaio saremo pronti…”

Max chiese ad ufficiale seduto accanto a lui, cosa fosse il “Progetto POLIFEMO”.

L’ufficiale gli rispose che si trattava di un piano ultra-segreto.

Karlsberg ringraziò ufficialmente gli uomini della Compagnia per il contributo che avevano dato alla lotta della Resistenza contro i mondialisti.

Prese poi la parola Max che raccontò delle tristi condizioni in cui versavano le popolazioni sotto il giogo del GoMo.

Fu interrotto da un ufficiale di collegamento.

“Comandante, Max. Stiamo lavorando anche a questo problema. Ora però non le posso dire altro. La priorità . oggi, è quella del vostro utilizzo nella ‘madre di tutte le battaglie’…”

“Siamo pronti a combattere!” intervenne Der.

“Non ne dubitiamo!” disse l’ufficiale.” Ma per voi abbiamo in mente qualcosa di molto speciale…”

Il generale Goetz, concluse la riunione. “Ora lei e i suoi uomini siete liberi” disse a Max. “Ma fino a stasera. Non dimenticatevi della festa in vostro onore…”

Gli etno uscirono dalla sala e si unirono finalmente ai camerati delle unità  speciali di Wolf e Uqbar. Entrambi raccontarono la loro storia.

“Prima della Guerra Globale, non so se vi ricordate, partimmo insieme ad una quarantina di tradizionalisti verso la Svezia, dove si teneva un raduno della Gioventù Identitaria Europea…”

“Certo che ricordiamo. Vi dovevamo raggiungere, ma lo scoppio del conflitto ci impedì di raggiungervi!”

“Esatto Der. Eravamo circa in diecimila, provenienti da tutto il continente. La dichiarazione di guerra ci colse nel grande Campus Identitario di Borlange. La successiva presa di potere dei mondialisti e dei multietnici ci costrinse a fuggire verso nord. Parte dell’esercito si era ribellato al potere progressista. Noi, insieme a migliaia di civili fummo accolti nelle strutture dell’esercito e nei suoi immensi siti di protezione civile. Qui fummo addestrati e armati. Quando il GoMo proclamò la sua sovranità  sulle ex-nazioni, passammo alla resistenza…”

“E tu Uqbar?” chiese Max.

“E’ la stessa storia di Wolf…”

Ma perchè siete in queste Unità  Speciali?” chiese Der.

“Fra non molto, Wolf ed io partiremo per due missioni. Saremo paracadutati lui a nord ed io a sud. Abbiamo il compito di organizzare i primi nuclei di resistenza con le nostre squadre. Io nei pressi di Caserta dove sorge il più grande Campo di Rieducazione Mentale per devianti…Ci sarà  da divertirsi…”

Totila notò le mostrine del camerata.

“Portate al braccio la bandiera del Regno delle Due Sicilie…”

“E che altro dovevamo portare? La bandiera massonica ?! ah!ah!ah!…Del resto voi avete come emblema…”

“La runa del Dente del Lupo”, intervenne Der, sorridendo.

“Ho sentito in giro che per voi hanno grossi progetti…”

“Cioè, Uqbar?”

“Sicuramente farete un corso di paracadutismo…”

“Para… che?!” intervenne Larth. “Io soffro di vertigini. Non se ne parla nemmeno!”

“Larth, sono solo voci. Noi, però lo abbiamo fatto …” disse indicando il distintivo con l’aquila d’argento.

“Be'”, tagliò corto Der. “Noi siamo pronti a tutto!”.

Wolf e Uqbar abbandonarono la sala. Il dovere li chiamava. Salutarono calorosamente i camerati.

“Dobbiamo uscire di pattuglia.

La Festa

Halexandra e i camerati della Compagnia si prepararono con cura per la festa in loro onore. Totila in particolar modo. Voleva fare colpo su Agnetha. La ferita al labbro era quasi rientrata.

Si controllò allo specchio. Il pensiero di rivedere la ragazza, gli procurò una gioia intensa.

Alle 18 sentì bussare alla porta. Era Frida.

“Posso entrare ?”

“Ma certo! Accomodati!” le disse indicandole la sedia.

“Sono qui per parlarti di Agnetha…”

“Agnetha?! Le è successo qualcosa??!!”

“No, tranquillizzati. E’ rientrata dal pattugliamento da poco e si sta facendo bella per te…”

“Sia lodato il cielo! Ma allora di cosa si tratta?”

“Le voglio molto bene. E non vorrei che la vita le riservasse ancora dolori e delusioni…”

“Non capisco…”

“Agnetha ha subito in questi ultimi anni, durissimi colpi. Quando finì la guerra, nella sua città , i rinnegati multietnici e gli immigrati si scatenarono contro gli svedesi, in particolar modo contro coloro che erano sospettati di essere ostili al nuovo ordine mondiale. Il padre di Agnetha fu ucciso davanti ai suoi occhi. Poi le uccisero la madre e il fratellio. Lei subì violenza…”

“Luridi bastardi…” sibilò l’etno, il cui volto era percorso da un fremito di rabbia.

“La notte stessa, Agnetha, rinchiusa in una stanza sorvegliata da due ‘marokkos’, ruppe il vetro della finestra. Ne prese un pezzo simile ad una lama e lo avvolse alla base con una federa del cuscino. Chiamò dentro uno dei suoi carcerieri fingendo di voler…insomma, hai capito. Quando l’uomo entrò, lo sgozzò. Prese la pistola che portava al cinturone e freddò l’altro. Fuggì in piena notte, mentre la città  era in preda agli incendi e ai saccheggi. Vagò per tre giorni nei boschi, finchè non la trovammo. Sfinita, ma viva. Per mesi l’ho curata e aiutata ad uscire dalla prostrazione in cui era caduta. Questo volevo dirti, Totila. Credo che sia innamorata di te. Se i tuoi sentimenti sono veri, ti prego di…”

“Non dirmi altro, Frida. Io l’amo e farei qualsiasi cosa per lei…”

“Grazie!” gli disse la soldatessa, stringendogli le mani. “Abbine cura. In battaglia è una guerriera determinata e senza paura, ma dentro e fragile come un fiore..”

“Ma ora andiamo alla cerimonia. Agnetha è lì…”

“Cerimonia? quale cerimonia, Frida?”

“E’ una sorpresa…Vieni!” gli disse prendendolo per mano.

Fuori gli altri componenti della Compagnia erano in attesa.

La ragazza condusse i dodici etno al livello superiore. Una grande sala li accolse.

Dentro c’erano decine di ufficiali. Su un grande tavolo di quercia erano disposti dodici cuscini di velluto nero con un cofanetto su ognuno di essi.

“Ora, per favore, schieratevi su questa parete” disse loro Frida, controllandone l’allineamento. Un operatore iniziò a fare delle riprese, suscitando la curiosità  degli uomini e di Halexandra. Totila vide Agnetha e le fece un cenno con la mano. Lei rispose con un fugace sorriso.

Il comandante della Base, dopo un rapido saluto iniziò il discorso.

“A nome del Governo Provvisorio e delle Forze Armate Unificate, per lo straordinario contributo di informazioni e per l’ eroismo dimostrato dagli uomini della Compagnia sono fiero di conferire loro la più alta onorificenza”.

Si avvicinò a Max e dopo aver aperto il cofanetto gli cinse il collo con la leggendaria Croce di Ferro fermata al nastro nero-bianco-rosso.

“Complimenti, Capitano Max!”

Poi fu la volta di Der e degli altri. Ultimo fu Totila. Quando il generale gli appese al collo la decorazione, gli occhi di Agnetha scintillarono di orgoglio e ammirazione.

“Ed ora, Signori, sia dato inizio alla Festa!” disse il generale.

I ranghi si sciolsero e tutti entrarono in una vasta sala.

Ai lati grandi tavoli riccamente imbanditi. Al lato opposto un’ orchestra.

I presenti si servirono di tartine mentre alcuni camerieri versarono nelle coppe dello champagne.

Seguì un brindisi alla vittoria.

Il generale si avvicinò a Max e Der e in via confidenziale disse loro che il giorno seguente avrebbero conosciuto la loro destino.

“Ma ora divertitevi!” aggiunse il generale.

Totila corse verso Agnetha. Brindarono insieme.

L’orchestra iniziò a suonare. La prima a gettarsi nelle danze fu Halexandra, invitata da un aitante ufficiale dei reparti d’assalto, seguita da Frida con Max. Poi tutti gli altri.

“Posso avere l’onore di questo ballo, tenente?” chiese Totila ad Agnetha.

“Un momento…Devo controllare il mio carnet… Sì, il primo ballo glielo posso concedere…” Rispose sorridendo.

“Anche i prossimi, Agnetha…Segni il mio nome fino al termine della festa!” disse l’etno guardandola negli occhi.

Quando finì la musica i due continuarono a danzare.

“Non sentono più le note…” disse Langbard.

“Sentono solo  violini e  campane…” rispose Green.

Continuarono a ballare, finchè Agnetha fu invitata dal comandante della base.

Totila si avvicinò al tavolo per prendere una coppa di champagne.

Si ritrovarono di nuovo abbracciati in un ballo lento.La strinse a sé.

Sentì il suo corpo fremere contro il suo. Si staccò dalla sua guancia e si trovò di fronte il suo volto e le sue labbra. Si guardarono in silenzio.

Lo sguardo della ragazza sembrava però coperto da un velo di tristezza.

“Agnetha, io…”

“No! ti prego…”

Si liberò dal suo abbraccio e uscì di corsa dalla sala.

Totila rimase paralizzato in mezzo ai ballerini.

Halexandra che gli era vicino gli chiese in modo brusco: “ma cosa le hai fatto?!”

“Niente…io…”

Frida, che aveva seguito la scena, lo soccorse.

“Non ti preoccupare…Qualcuno le ha detto che a breve partirete…Le è presa una crisi di sconforto.

Va’. La troverai sulle rive del laghetto! Uscendo segui il sentiero sulla sinistra…Ti prego, raggiungila!”

Totila si precipitò lungo i corridoi verso l’uscita. Chiese ad un militare se avesse visto uscire la ragazza. La risposta fu affermativa.

Appena fuori, seguì le indicazioni di Frida. Una pallida luna illuminò i suoi passi.

Su una roccia vide la silhouette di Agnetha che si stagliava contro le acque argentate.

Corse verso di lei.

“Agnetha, ma cosa ti ho fatto?” le chiese.

“La ragazza si girò. Calde lacrime le rigavano il volto.

“Niente mio adorato…”

Totila l’afferrò e la strinse fra le sue braccia.

Cercò le sue labbra e la baciò.

Stettero in silenzio stretti l’uno all’altra.

“Dimmi cosa c’è, amore mio…”

“Tra qualche giorno te ne andrai…Non ci rivedremo e pensieri tristi mi attraversano la mente.

Ho paura…Sono stanca di soffrire. Non ho nessuno. Ho appena  trovato te ed fra poco potrei perderti…”

“Non dire cosi, amore mio. Io sarò sempre con te….”

“Tot, io sapevo che ti avrei incontrato…”

Lo sapevi? E come facevi a saperlo?”

“Un paio di mesi fa, feci un sogno terribile. Sognai che i miei camerati ed io eravano chiusi in una caverna. Stavamo combattendo contro degli orribili mostri. Ma per quanti ne uccidessimo, essi risorgevano e diventavano sempre più numerosi. Eravamo disperati. Quando all’improvviso dai boschi uscì un branco di lupi. Si avventarono contro i mostri sbranandoli e mettendoli in fuga, terrorizzati. Uscimmo allora dalla caverna. Volevo avvicinarmi a loro, ma prima che potessi farlo, si trasformarono in aquile e volarono verso occidente. Mi si strinse il cuore. Mi svegliai felice ma anche piena di angoscia…Ora ho capito il senso di quel sogno. I lupi eravate voi…”

“Agnetha” , la rassicurò l’uomo. “E’ solo un sogno…”

“Sì, ma a breve partirete. Te ne andrai con i tuoi camerati…”

“Ritornerò, anima mia. Te lo prometto! Ma ora rientriamo. Comincia a fare freddo…”

Totila la cinse alla vita e rientrarono abbracciati nella Base.

Parte 2a

La mattina seguente la Compagnia fu convocata nella Sala delle Riunioni.
Una grande aula semicircolare. Indossarono la divisa verde-grigia e si avviarono.
Nel lungo corridoio incontrarono le squadre di Wolf e Uqbar.
“Quando ci convocano qui, c’è roba che bolle in pentola…” disse Wolf ammiccando.

Un altoparlante invitò i militari a sedersi .
Tutti presero posto nei banchi. Insieme a loro vi erano altre Squadre: francesi, spagnoli, russi, croati, ungheresi, tedeschi etc. Tutti riconoscibili dagli scudetti con gli stemmi nazionali sulla manica.
Entrarono degli ufficiali ed ebbe inizio la riunione.
Un colonnello espose il programma. La Compagnia, il giorno seguente avrebbe iniziato un corso di paracadutismo,
in quanto destinata ad un’operazione speciale.
Gli etno si guardarono. Larth disse preoccupato: ” L’ho detto e ridetto: soffro di vertigini…Chiederò il trasferimento ai servizi sedentari…”.
Dopo un’altra ora di disposizioni l’ ufficiale disse agli uomini: “ora siete liberi!”
Totila, mentre gli altri si intrattenevano con Wolf e Uqbar, sgattaiolò via e si diresse
verso l’alloggiamento di Agnetha e Frida.
Bussò alla sua porta, ma nessuno rispose.
“Non ci sono”, disse un sergente. “Due ore fa c’è stato un allarme. Sulla costa sono sbarcati elementi ostili. Probabilmente miliziani irregolari: randagi o ibridi. Il battaglione d’Assalto è stato mandato in tutta fretta a risolvere il problema.
L’etno se ne ritornò sui propri passi, mogio e turbato.

20 Settembre
Dopo pochi giorni, durante i quali Totila e Agnetha si erano visti pochissimo, un grosso elicottero venne a prelevare la Compagnia. Furono tutti portati ad un centinaio di km più a Nord in una base nei pressi di un areoporto. Un ufficiale dei paracadutisti li accolse con calore.
“Benvenuti, Signori. Ho avuto il compito dal Comando di addestrarvi e di prepararvi per la missione che vi attende. Sappiate che non vi risparmierò.
Chiedo solo la vostra fattiva collaborazione. Abbiamo tre mesi di tempo di fronte. Domani, signori, inizierà  il corso intensivo. Grazie!”
I giorni e le settimane che seguirono furono massacranti: palestra, marce, addestramento al corpo a corpo, difesa, attacco, uso degli esplosivi, tiri con ogni tipo di armi da fuoco; impararono l’uso delle armi bianche, ad uccidere in silenzio, a camuffarsi nell’ambiente, a sopravvivere in situazioni estreme e poi i lanci. Dopo una settimana di prove dalla torre il grande momento. Il primo lancio. L’emozione fu fortissima. Grazie alla preparazione avuta dal colonnello Harmstadt, tutto andò alla perfezione. Il successo inorgoglì gli etno che nei giorni seguenti si precipitarono nel vuoto con sempre maggiore sicurezza e preparazione. Anche i lanci notturni furono ottimi. Pareva che una buona stella li assistesse, perfino quando Jena e Larth caddero a causa del vento in un bosco, finendo impigliati fra i rami. Se la cavarono solo con qualche ammaccatura e una caviglia gonfia. I primi di Novembre si lanciarono in condizioni proibitive, sotto la neve e con temperature che raggiunsero i -20. A metà  Dicembre il corso terminò. Il colonnello Harmstadt, visibilmente soddisfatto appese sulle loro uniformi l’ambito il distintivo degli “spetsnaz” russi: un pipistrello nero in campo rosso.
A Natale, la Compagnia ebbe l’agognata licenza e tornò alla Base. Totila non stava più nella pelle.Il pensiero di rivedere la sua amata, lo rese sempre più impaziente ed euforico. Ma quando fu alla base, lo attendeva un’amara sorpresa. Il battaglione d’assalto a cui appartenevano Frida e Agnetha, insieme ad altri era stato mandato in linea a contenere la pressione dei mondialisti, che stava aumentando giorno per giorno.
Potè vederla solo per pochi istanti il giorno di Natale. L’incontro fu intenso e straziante. Perfino dei duri come Larth e Green si commossero alla vista del camerata così triste per la partenza dell’amata. Cercarono di consolarlo, mentre Frida faceva la stessa cosa con Agnetha. anche la micetta Pippi, parve risentire della tristezza dei suoi padroni.
Max prima di partire assicurò Agnetha. “Non ti preoccupare. Al tuo Totila ci pensiamo noi.
Saremo i suoi angeli custodi.Anche se non ne ha bisogno…”. Agnetha lo ringraziò con un sorriso triste.
Il 28 Dicembre, improvvisamente, la Compagnia partì per una destinazione ignota.

Un aereo da trasporto era in loro attesa.
Il volo durò circa un’ora. L’atterraggio fu avventuroso. La zona che stavano sorvolando era interessata da una tempesta di neve.
Ci vollero più passaggi sulla pista prima di atterrare.
Quando gli etno si affacciarono sulla scaletta un gelido vento li investi.
“Azz…Ma dove siamo?! Al Polo Nord?”, chiese Jena tirandosi su il bavero di pelliccia del giaccone. Gli altri non risposero, intenti come furono a coprirsi il volto con le sciarpe e le teste con i colbacchi. Un mezzo cingolato da neve si avvicinò all’aereo, facendoli entrare a bordo.
” Benvenuti a Kamenka!” disse l’ufficile.
“Immagino siamo molto a Nord” chiese Guelfo infreddolito.
” Sìssignore. Siamo ad est di Arkhangel’sk…Fuori siamo a -35…”
Dopo una decina di minuti il mezzo entrò in una grande galleria illuminata.
L’ufficiale li condusse al livello superiore fino alle soglie di una grande sala.
All’interno vi erano un centinaio di militari. Tutti con l’insegna degli incursori.
“Questi sono i vostri posti”, disse loro un’avvenente soldatessa russa.
Gli etno si misero a sedere. Davanti ad ognuno di essi, su un tavolo trovarono dodici cartelle gialle sigillate con i loro nomi.
“Uhm… ci siamo…” disse Guelfo a Halexandra.
“Già …”
Mentre tutti commentavano, una porta si aprì Una decina di alti ufficiali entrarono nella sala mettendosi a sedere di fronte alla platea dei militari che nel frattempo erano scattati sugli attenti.
“Prego, signori. Accomodatevi…” disse uno di questi. “Il generale Orlov ora vi informerà  sul perchè siete stati tutti qui convocati.
Passò quindi la parola al Generale…”
L’uomo, ancora giovane, era conosciuto nelle forze della Resistenza, come uno dei più brillanti strateghi dell’ex- Armata russa. Un Eroe, che si era coperto di gloria, infliggendo una sonora sconfitta alla 2a Armata della MuMi sul fronte di Mosca, prima della Grande Ritirata.
“Signori, benvenuti nella Base 21.
Voi tutti siete stati scelti per le vostre capacità  di forza, coraggio e intelligenza.
A voi sarà affidata una missione che, ove riuscisse, ed io sono sicuro che riuscirà, cambierà le sorti del pianeta e quelle dell’umanità.
Sulle vostre spalle poggia il destino di noi tutti e del nostro mondo.
Nome in codice della missione: “Minotauro” ; ma essa è¨ subordinata ad un’altra operazione che porta il nome in codice di : “Polifemo”. Un altro mito.
Il gigante accecato da Ulisse. Solo così¬ l’Odisseo riuscì a sfuggire insieme ai suoi compagni all’annientamento. Ebbene, il re di Itaca ed i suoi uomini, sono oggi la metafora della nostra lotta. Noi combattiamo il gigante mondialista per sopravvivere; per far sì che la nostra storia, le nostre radici e le nostre differenze,la nostra civiltà sopravvivano. Ebbene signori, noi ‘accecheremo’ il Gigante! Ma andiamo per ordine. Tutti voi sapete che la forza del Go.Mo si basa sul controllo integrato dell’umanità  attraverso i microchip e nanochip sottocutanei e corporei e sul monitoraggio satellitare sulle comunicazioni e sui movimenti. Ebbene questa massa di informazioni vengono convogliate, smistate, filtrate da un supercomputer: ‘THE BIG EYE’.
Da esso dipende tutto il sistema informativo di intelligence, di sicurezza e quindi di difesa del Go.Mo. Ora provate a immaginare se questo supercomputer fosse sabotato cosa accadrebbe. Il sistema di difesa-comunicazione, collasserebbe. Certo, non all’infinito, ma per tre-quattro giorni. Quanto basterebbe a chi lo volesse, per dare un colpo mortale al Go.Mo e a Tsirhc.
Per questo i mondialisti proteggono ‘Il Grande Occhio’ circondandolo con una coltre di mistero. Fino a qualche tempo fa, noi sapevamo pochissimo di questo supercomputer. Avevano solo notizie incerte e frammentarie. Pensavamo che fosse negli ex- USA. Oggi di lui sappiamo TUTTO!”
Un grande schermo si accese alle spalle del generale. Su di esso apparve la mappa del mondo con dei cerchi rossi ed uno giallo.
“Il cerchio giallo indica la località  dove è occultato The Big Eye: India!”
Un ufficiale ad un cenno di Orlov zoomò sul cerchio giallo.
“E’ una zona montuosa dell’India settentrionale. Una base supersegreta nelle viscere della montagna. Dentro vi lavorano i migliori bio-ingegneri e ingegneri informatici del mondo. Gente superselezionata…Ma, anche nel migliore meccanismo, si può nascondere sempre l’imprevisto. In questo caso “Zeta”.
‘Zeta’ è un nostro uomo. Faceva e fa parte di una rete di nostri collaboratori al termine della Grande Guerra Globale, entrata diciamo, in ‘sonno’. Della sua esistenza erano a conoscenza solo il capo dell’FSB, il vice e il Presidente della Federazione Russa. ‘Zeta’, dopo la guerra aderì al GoMo, Entrò in alcuni laboratori di ricerca bio-ingegneristica. E’ un esperto in intelligenza artificiale. Materia che pare interessi molto i mondialisti… Un anno fa, dopo uno psico-corso fu ammesso al progetto Big Eye e da un mese ha iniziato a lavorare nel sito segreto. Due giorni fa ci ha fatto recapitare questo…” alzò una chiavetta e sorridendo disse:” qui dentro abbiamo tutte le informazioni sul sistema di sicurezza del GoMo! A momenti o forse a giorni, ‘Zeta’ saboterà ‘Il Grande Occhio’. Non appena sarà  fuori uso ognuna delle squadre volerà  verso questi dodici cerchi indicati sulla mappa geografica degli ex-Usa, ora 1a Stella 1 degli Stati Uniti del Mondo. La vostra destinazione” disse rivolto alle Squadre d’Elite, la troverete nelle vostre cartelle sigillate. Dentro troverete la struttura dei cosiddetti “Nidi di Vipera” dove Tsirhc e i suoi collaboratori si riuniscono. Essi decidono sempre volta per volta dove spostarsi, quindi noi, quando scatterà  l’operazione, non sappiamo dove si troveranno. Solo una squadra, fra le dodici che sono qui presenti avrà  l’onore di poter schiacciare la Testa del Serpente. Le altre si limiteranno a sabotare i rifugi. Ora cedo la parola al Colonnello Miliushin che vi spiegherà  come entrare nelle basi e come muovervi. Grazie e buona fortuna, Signori.”

Il colonnello mandò sul pannello luminoso lo schema dei “nidi di vipera”.
“Ecco signori, come potete vedere questa è la pianta di un ‘nido’. Esso è scavato nella roccia e consta di quattro livelli:
il primo contiene la mini centrale atomica che eroga energia a tutta la base;
nel secondo livello ci sono i magazzini, le cucine, la mensa della truppa etc;
il terzo livello è il cuore pulsante della base: ci sono le sale di controllo, di comunicazione e gli uffici di Tsirhc;
al quarto livello ci sono gli alloggiamenti della Guardia Presidenziale e quelli dei membri del governo e dello staff presidenziale e governativo.
Per entrare ci sono tre possibilità :
1) condotti di areazione
2) uscite di sicurezza
3) entrata principale.
I primi li sconsiglio. Le grandi pale di areazione impediscono qualsiasi passaggio: le uscite di sicurezza sono chiuse dall’interno. Si tratta di porte di acciaio di un metro di spessore, quindi non violabili. Rimane l’entrata principale: eccola sul pannello”, disse il colonnello indicandola con una bacchetta. “E’ ovviamente pesantemente controllata. Tutti coloro che entrano sono controllati. Ma, c’è una possibilità. Questa: dalle 16 del pomeriggio arriva alla base una lunga teoria di camion che trasportano i viveri ai depositi. In genere il controllo è sommario: se voi riusciste a entrare dentro uno di questi mezzi, arrivereste direttamente dentro il magazzino. Una volta qui, dovreste stare attenti alle telecamere, la cui disposizione troverete nella cartella sigillata. Alla parete est del magazzino c’è un terminale per l’accesso al sistema di sicurezza. I miliziani lo usano quando smontano di guardia e quando montano. Per penetrare nella memoria vi servirà  il codice di accesso alfanumerico che cambia ogni giorno. Metterete una microcamera sulla parete superiore e carpirete il codice. Clonerete una card che vi servirà  come pass per aprire tutte le porte. Ma vi servirà per una cosa importantissima. Prego di ‘prestare massima attenzione. La sicurezza interna è affidata a telecamere a raggi infrarossi e con sistema identificativo che interagisce con i microchip sottocutanei. Se voi vi muoveste di qualche passo, sareste individuati e immediatamente scatterebbe l’allarme. Dovrete quindi ricorrere ad un escamotage: una volta il possesso del codice entrerete nell’archivio e scaricherete la registrazione della notte precedente o di due o tre notti precedenti. Quindi la metterete in rete al posto di quella “in diretta”. Gli addetti alla sicurezza non vedranno voi, ma solo le immagini di una tranquilla notte. Signori, troverete i dettagli nelle vostre cartelle. Grazie e buona fortuna”. L’ufficiale raccolse i fogli e insieme agli altri uscì dalla sala.
Un militare prese il microfono.
“Le squadre sono attese nel magazzino equipaggiamento. Prego di prepararsi nel corridoio. Grazie!”
Gli etno raccolsero le loro buste sigillate e le misero nella cartella personale. Nessuno commentò quanto era stato loro appena detto.

Nel magazzino, un ufficiale consegnò loro il kit completo per la missione, che andava dalle tute mimetiche “camaleonte” che avevano la proprietà  di cambiare tonalità e colore  a seconda dell’ambiente circostante e che trattenevano il calore corporeo in modo tale da sfuggire al rilevamento dei visori a raggi infrarossi, ai binocoli con telemetro; ai navigatori satellitari, e alle microcariche di esplosivo ad alto potenziale. Halexandra, che aveva fatto un corso di medicina di emergenza, ebbe un kit di pronto soccorso. Tutti furono dotati di un AK-09 corto dotato di silenziatore e lancia granate ad alto esplosivo. Ebbero in dotazione cibo concentrato e pasticche anfetamininiche, nonché una capsula di cianuro da usare in caso di cattura. Guelfo e Patriota si rifiutarono di accettarle. La loro profonda fede respinse l’idea del suicidio. Gli etno sistemarono tutto nei loro zaini e si avviarono nella loro camerata dove fino a tardi discussero sull’operazione. Larth, scettico come sempre, la giudicò una missione suicida.
Ken invece era del partito degli ottimisti, insieme a Der, Max, Totila e Jena.
“Non dimenticatevi della ‘profezia’ ” ribattè rivolto ai camerati che spalleggiavano Larth.
“Profezie…Sono cose che lasciano il tempo che trovano…”, rispose l’etno sbuffando.
“Finora si sono avverate!” tagliò corto Der. “Larth, riusciremo nell’incarico che ci hanno affidato. Dobbiamo riuscirci! E ora basta con le chiacchere inutili. Concentratevi sulla missione!”
L’emozione che l’operazione suscitò nei loro animi, impedì loro di dormire. Sentirono sulle loro spalle una responsabilità  enorme. E questo, nonostante i dubbi espressi da Larth, aumentò nei loro cuori la determinazione ad agire. Il giorno seguente lo passarono a studiare le carte e la struttura della base segreta del GoMo che avrebbero dovuto violare.
L’obiettivo era il Nido di Vipera12, sul Monte Mitchell, North Carolina. Monti Appalachi.
Distante dal mare 500 km.
“Il ritorno sarà  lungo…” disse Langbard.
“Faremo l’autostop fino alla costa…” rispose ridendo Halexandra.

L’eccitazione fu tale che ogni minimo rumore li feceva sobbalzare. I loro occhi corsero in continuazione alla luce posta sopra la porta. La tensione rimase tutta la mattina altissima e l’attesa logorante.
Il pomeriggio stava per finire, quando un suono intermittente, seguito dal lampeggiare della luce rossa risuonò nella camerata.
“Ci siamo! Presto muovetevi. Abbiamo un quarto d’ora di tempo. Mi raccomando, non dimenticate niente…Chiaro?!” urlò Max.
In perfetto orario la Compagnia si trovò nel corridoio affiancata e seguita da altre squadre.
Un ufficiale si rivolse a loro con tono trionfante: “il Gigante è accecato!” e li condusse grazie ad un enorme montacarichi in un gigantesco hangar. Aveva ufficialmente inizio l’Operazione Minotauro.
Al suo interno 12 Tupolev-22 Backfire in fila diagonale erano in attesa delle squadre.
La Compagnia sarebbe stata l’ultima a salire.
A intervalli di dieci minuti, i grossi bombardieri strategici, uscirono dal grande rifugio e iniziarono la loro corsa sulla pista ghiacciata.
Finalmente giunse il turno della Compagnia.
Dopo aver indossato i paracadute, attraverso una scaletta entrarono nel vano bombe modificato per la bisogna.
Si sistenarono su dei seggiolini.
Sentirono i motori girare al massimo.
L’aereo uscì sulla pista e prese il volo diretto verso occidente.

Durante il volo il comandante dell’aereo scese nella plancia dell’aereo.
“Ho delle buone notizie da darvi. Le comunicazioni nel campo nemico sono nel caos più totale.
La confusione regna sovrana. L’operazione Polifemo ha raggiunto i suoi obiettivi iniziali.
Ora spetta a voi il resto. Credo farà  bene al vostro morale sapere che la
Grande Flotta Atlantica del GoMo composta da 10 portaerei d’attacco, in rotta
verso l’ex- Inghilterra per supportare gli sbarchi nella penisola scandinava,
è stata mandata a picco un’ora fa dai missili missili Sunburn SS40.
Se ne sono accorti quando gli erano addosso. Ma ora veniamo a noi.
Fra due ore saremo sull’obiettivo. Stiamo volando a 900 kmh ad un’altezza di 8.000 mt.
Scenderemo a 3.500 mt quando saremo sopra il punto di lancio
ad una velocità di 350 kmh. 10 minuti prima sarete avvertiti dalla luce arancione.
Quando lampeggerà  la luce verde, vi lancerete a tre per volta dal vano bombe.
Vi auguro buona fortuna, signori…”. Strinse la mano agli etno e risalì nella cabina di pilotaggio.
Max controllò l’orologio. “Ancora due ore!”

La luce arancione avvertì che il punto d’arrivo era vicino.
Gli uomini controllarono l’equipaggiamento e che i paracadute fossero a posto.
La luce verde iniziò a lampeggiare e il grande portellone posteriore si aprì. Un vento gelido li avvolse.
A tre per volta si gettarono nell’oscurità  verso il loro destino.

La Compagnia prese terra in un grande campo di mais coperto di neve.
Gli etno raccolsero i paracadute e li seppellirono. Il lancio era stato perfetto.
Max fece il punto geografico con il suo rilevatore satellitare. Erano ad una quindicina di km dal monte Mitchell.
“In marcia!” ordinò Max.
In fila indiana il gruppo iniziò il cammino che lo avrebbe portato verso il Nido di Vipera 12.
Max controllò l’orologio, con il nuovo fuso orario.
“Sono le 17. Abbiamo tre ore di tempo…”
Alle 20 giunsero ad un sentiero che portava nelle vicinanze della Zona Proibita.
Camminando nell’oscurità , ai margini di un bosco si trovarono davanti a un reticolato.
“Questo fa parte del primo anello di sicurezza…” disse Der.
Gli etno lo costeggiarono fino alle vicinanze della strada che conduceva al Nido.
C’era un posto di blocco. Si nascosero dietro alcuni alberi e osservarono il movimento degli automezzi. Alcuni di questi in fila attendevano di entrare. Max e Der, notarono che i controlli erano sommari. Ai conducenti venivano chiesti svogliatamente solo i documenti.
Erano evidentemente autisti abituali e conosciuti . Dopotutto trasportavano solo alimenti.
In quel momento arrivarono tre camion-frigo che si misero in coda.
” Dobbiamo entrare in uno di quelli!…Andiamo!”, disse Patriota.
“Ecco il nostro lasciapassare!” aggiunse Guelfo.
Il commando scivolò in silenzio lungo una discesa nevosa fino nelle vicinanze dell’ultimo veicolo.
Larth aprì il portellone, poi fece cenno ai camerati di entrare.
Appesi alle pareti, quarti di manzo. Si strinsero e attesero che il camion si muovesse.
Dopo una decina di minuti, il veicolo si mise in marcia. Sentirono l’autista scherzare con i miliziani del posto di controllo. Era fatta. Il primo ostacolo era stato superato!
Der aprì leggermente il portellone posteriore e vide che stavano percorrendo un lungo tunnel illuminato.
Poi, il veicolo girò a destra e imboccò un altro tunnel.
Una freccia indicò il magazzino-viveri.
Si aprì una grande saracinesca e i mezzi entrarono dentro, parcheggiando vicino ad una parete.
Der vide che alcuni uomini con dei carrelli erano occupati a scaricare delle casse di cibo, ponendole dentro enormi scaffalature di acciaiao fissate alla parete rocciosa. Fra poco sarebbero venuti a trasportare nei frigo la carne.
“Dobbiamo uscire ora!” Ad un suo cenno, Halexandra e gli uomini della Compagnia , sgattaiolarono fuori strisciando sotto i pesanti mezzi e nascondendosi dietro una scaffalatura, piena sacchi di cereali.
“Se questo è il magazzino-viveri, ci sarà  una dispensa; se c’è una dispensa ci sarà  una cucina, quindi siamo nel posto giusto…” , disse Green.
“Hai fame per caso?” gli chiese Halexandra.
“Spiritosa…”, rispose l’etno alla ragazza con un sorriso tirato.
Gli incursori, rimpiattati fra la parete rocciosa coperti dai sacchi attesero che le operazioni di facchinaggio fossero concluse. Poi, protetti dagli enormi scaffali pieni di ogni ben di Dio si avvicinarono, facendo attenzione alle telecamere sulle pareti, verso il Terminale. Una telecamera era proprio sopra . Max e Der calcolarono che c’erano sì e no una ventina di cm di “angolo morto”.
Con molta attenzione, strisciando contro la parete e usando il braccio, sarebbe stato
possibile piazzare la microtelecamera sopra il quadro alfanumerico.
Fu incaricato Jena. L’etno, con un balzo si portò sulla parete, schiacciandosi il più
possibile contro di essa. Prese la microtelecamera e allungando il braccio la sistemò
sulla parte superiore. L’apparecchio, sottilissimo aderì alla parete metallica.
Fece un cenno con il pollice e ritornò su i suoi passi. Der accese il palmare. In quadro del terminale apparve sullo schero.
“Ottimo! Ora attendiamo che qualcuno della sicurezza lo attivi…

Non dovettero aspettare molto tempo. Era ormai l’ora della chiusura del magazzino e delle cucine.
Gli addetti uscirono dai locali e si diressero verso l’uscita. Poi fu la volta dei miliziani della MuMi.
Ultimo fu un ufficiale che si avvicinò al terminale. Introdusse la sua card e digitò il numero alfanumerico della pass.
Sullo schermo del palmare di Jena apparve la scena.
“Ci siamo!” disse trionfante. Attesero che l’ufficiale fosse uscito. Il magazzino cadde nella penombra delle luci violette.
“Ora siamo soli!” disse Der.
Jena digitò i numeri e le lettere del codice di accesso sul suo computer.
Sullo schermo apparve la pagina del Sistema di Controllo e Sicurezza.
Cercò l’archivio e scaricò nella memoria la registrazione notturna del giorno precedente.
“Questa e fatta!” disse ai compagni assiepati intorno a lui.
“Ora devo riversarla nei circuiti di sicurezza facendo combaciare gli orari…”
“Sono tre minuti alle una…” disse Der.
“Perfetto alle una partirà la registrazione!”
Der fece il count down. “Cinque-quattro-tre-due-uno…”
Jena cliccò su “invio”.
Da quel momento nella sala di controllo della Mumi, non apparvero le immagini in diretta, ma quelle della notte precedente.
“Ora potremmo organizzare anche una festa da ballo! sì, nel centro di monitoraggio non se ne accorgerebbero!” disse Jena, trionfante. Poi clonò la card dell’ufficiale della Mumi, consegnandola a Larth.
“Ora possiamo entrare nelle cucine!”
L’etno introdusse la carta nella fessura e la porta blindata si aprì.
“L’operazione ‘Apriti Sesamo’ è riuscita!” disse ridendo.
La Compagnia entrò nelle cucine.
“Sulla sinistra ci dovrebbe essere l’entrata per l’ascensore…” disse Guelfo.
Le torce fendettero la semi-oscurità .
“Eccola!” disse Halexandra.
“Bene!” disse Max. “Ma ora dobbiamo pensare a domani mattina. Il programma del Capo del Go.Mo è questo:
alle 7 le cucine riapriranno;
alle 7.30, i collaboratori e la segretaria di Tsirhc entreranno negli uffici;
alle 8.00 saliranno i camerieri dalle cucine per preparare nella sala delle riunioni il ‘breakfast’;
alle 8.30 arriverà Tsirhc con i commissari del Governo.
Dopo la colazione, alle 9.00 inizierà  il Consiglio. A quell’ora noi dovremo scattare fuori e portare a termine l’operazione. Ma siccome alle 7.00 le telecamere di sorveglianza riprenderanno a trasmettere in “diretta”, occorrerà  che alle 9 in punto ci sia un black-out nel circuito di sorveglianza.
Quindi, mentre noi saliremo nella sala delle riunioni, voi – e indicò Soviet, Larth e Ken, scenderete al livello inferiore e piazzerete delle microcariche temporizzate sul cavo di trasmissione. Il cavo di colore blu.
D’accordo?”
I tre risposero affermaivamente.
” Non appena avete finito, raggiungeteci al livello “3”, disse Max dando una pacca augurale sulla spalla di Larth.
“Andiamo e torniamo!”

Max e gli altri nove etno salirono con l’ascensore al 2°livello. La porta si aprì su una vasta sala elegantemente arredata. Era l’anticamera della Sala del Consiglio. c’erano tre scrivanie con altrettanti computer.
“Queste sono le scrivanie delle segretarie di Tsirhc…” disse Max.
Sul pavimento ricchi tappeti orientali e alle pareti arazzi e quadri di scuola veneta, toscana e fiamminga.
“Si tratta bene l’amico…” commento Guelfo osservando i quadri.
“Guarda! ‘La Primavera’ del Botticelli…” disse Jena.
“Sì è stato un omaggio di Finis al Presidente del Governo Mondiale” commentò Ken.
“Si credo che centinaia di capolavori siano stati inviati al Capo dei Capi come omaggio dai suoi camerieri europei…”
“Servi!” sibilò Soviet.
“Be’ ora occupiamoci della situazione…” disse Max.
Gli etno esplorarono l’ambiente. Controllarono anche i bagni, arricchiti con mosaici, preziosi marmi e con rubinetteria d’oro.
Poco dopo l’ascensore si aprì. Erano i tre sabotatori rientrati dall’operazione “cavo blu”.
“Tutto a posto!” disse Larth. “Alle 9 in punto ci sarà  il black out…”
“Perfetto!” disse Max. “Ora però dobbiamo trovare un posto dove nasconderci”
“Nei bagni?” suggerì Jena.
“Naaa….E’ poco dignitoso…” disse Totila sorridendo.
Der osservò le pareti. Erano occupate da grandi armadi in legno di quercia massello.
Aprì una delle ante. Era piena di contenitori di documenti. Ne aprì altre finché, l’ultimo armadio, vicino alla porta d’ingresso, fu trovato vuoto.
“Presto, venite qui!”
Mostrò ai camerati l’interno del mobile.
“Qui dentro ci possiamo entrare. Magari stiamo stretti, ma è l’unico posto…”
Anche gli altri convennero.
Max ripassò gli ultimi dettagli con i compagni.
“Dunque. Tsirhc e i suoi accoliti alle 9 si chiuderanno nella Sala del Consiglio.
Alle scrivanie ci saranno le tre segretarie. Probabilmente alla porta ci saranno due guardie del corpo. Altre due all’ingresso della Sala del Consiglio, mentre altre due non so cosa cazzo faranno e dove saranno. Comunque Larth e Soviet si occuperanno di quelle che saranno davanti alla Sala del Consiglio; Halexandra e Der a quelli all’ingresso Totila e Ken a quelli sul divano o in piedi; Jena, Guelfo e Patriota si occuperanno delle segretarie; Der ed io saremo di riserva…D’accordo? sempre che Tsirhc sia qui e non in un altro Nido…”
“D’accordo!” fu la risposta dei compagni.
“Bene. Ora sono le tre del mattino. Fra tre ore entreremo nel nascondiglio…”
Der fece nel legno dell’anta un forellino e ci introdusse una fibra ottica che inserì nel palmare.
Si chiuse dentro e osservò i compagni. La visuale era perfetta.

Intorno alle 7 del mattino Der vide aprirsi la porta che portava nell’anticamera.
Entrarono tre donne. Una di colore e due ibride. Si sedettero alle rispettive scrivanie. Quella che sembrava la segretaria particolare prese il telefono e comunicò con le cucine dando alcune disposizioni. “La colazione”, disse, “dovrà essere servita alle 8.00 in punto”.
Poi aprì la grande porta di quercia. Der vide un grande tavolo con una dozzina di sedie dalle spalliere imbottite in pelle. Poi dal montacarichi-ascensore uscirono dei camerieri che portarono un carrello con una grande tovaglia, posate d’argento, piatti e bicchieri. Un ‘altro carrello era carico di composizioni floreali. Gli inservienti in breve tempo apparecchiarono la tavola e dopo aver disposto i fiori, ripresero l’ascensore. Poco dopo entrarono degli uomini tre neri, due meticci e un bianco che controllarono la sala. Poi uscirono e attesero nell’anticamera sulla porta.
Der mostrò agli altri il pollice. Tsirhc sarebbe stato compito loro.

Alle 8 meno un quarto, Der vide entrare dentro una dozzina di uomini. Nel mezzo c’era Tsirhc!
Tutti si diressero verso la sala, sedendosi. Tsirhc era a capo tavola. Subito dopo dall’ascensore iniziarono ad uscire carrelli con scaldavivande: la colazione del capo e dei suoi accoliti. La pesante porta di quercia si chiuse. Nell’anticamera rimasero solo le sei body-guards e le segretarie. Max fece cenno ai suoi di prepararsi. Al tre, gli etno si catapultarono nella sala. Decine di leggeri suoni metallici di otturatori ruppero il silenzio. Le sei guardie del corpo caddero senza aver il tempo di rendersi conto di quanto accadeva. Anche le segretarie non ebbero il tempo di aprire la bocca. Der e Soviet dettero il colpo di grazia a tutti. Poi presero il pesante divano e lo misero contro la porta d’ingresso.
Max a quel punto indicò la grande porta di quercia. Gli uomini la guardarono. Era l’ultimo diaframma fra loro e il Nemico. Jena tolse dal collo della segretaria la card di accesso. Ad un segnale di Max la introdusse. La pesante porta si aprì.

La Compagnia si precipitò dentro, intimando ai presenti di alzarsi in piedi e mettersi le mani dietro la nuca. Larth e Jena, staccarono i fili telefonici interni. Tsirhc e i suoi, osservarono stupiti e sgomenti questi sconosciuti, materializzatisi da chissà  dove, con la divisa camaleonte e la Croce di Ferro che splendeva al loro collo. La sorpresa fu totale. Riavutosi, Tsirhc, con voce suadente si rivolse agli etno: “Dunque ce l’avete fatta. Siete stati straordinari, valorosi… Onore a voi, figli miei…” , poi indicandoli ai suoi Commissari, quasi volesse presentarli disse:
” questi sono i valorosi componenti della Banda dei cani rabbiosi, che tanta angustia e dispiacere ci hanno arrecato… Potessimo avere Noi, al nostro fianco dei valorosi combattenti come voi!”
Poi tornando a rivolgersi verso la compagnia, proseguì:
” ma voi ci odiate e so che siete venuti per assassinarci. Voi potete ucciderci, ma l’idea di Fratellanza, Amore, Pace, quella no. Quella non la potrete mai uccidere. Riflettete, cari figliuoli miei…”. Lo sguardo del capo del GM, si era fatto luminoso e una sottile forza, quasi fosse il filo che tesse il ragno, stava avviluppando gli etno che lo stavano ascoltando in silenzio, ipnotizzati.

“Voi cari figli miei siete stati ingannati dal Male Assoluto…Se voi, miei cari figli, passerete con Noi, vi sarà  dato tutto quello che avete sempre desiderato: gloria,sesso, potere, denaro…”.
In quel momento Halexandra, che si era messa al lato del Capo, fuori dalla forza magnetica dei suoi occhi, scattò come una pantera verso l’uomo. Con un balzo gli fu addosso e gli vibrò una pugnalata nel collo. Tsirhc la guardò atterrito e sorpreso. Sibilò solo :”Maledetta tu sia!”. Poi tentando di tamponare il sangue che usciva copioso, si portò le mani alla gola e cadde in ginocchio. Gli etno a quella scena parvero ridestarsi e cominciarono a scaricare i mitra con il silenziatore sui sodali del Presidente. Jena, riprese la scena con una videocamera digitale.
Der, Ken, Larth, Totila, Green, Halexandra e Langbard dettero a tutti il colpo di grazia. Max e Patriota presero la valigetta che Tsirhc teneva al braccio (Der, per non perdere tempo, lo tagliò ) e che conteneva i codici per l’attacco atomico. Presero anche un’altra valigetta al braccio del Commissario della Difesa e dell’Interno e che conteneva un PC con i segreti militari e politici più gelosamente custoditi.
Jena scannerizzò l’iride e i polpastrelli di Tsirhc per avere la sicurezza che non si trattasse di sosia. Infine Der, con la sua katana staccò la testa di Tsirhc e la pose sul grande tavolo. “Ora, figlio di Satana, sei veramente morto…” sibilò.
Quando ebbe finito, Max collocò una bomba a tempo nella sala che sarebbe esplosa entro cinque minuti. Larth, nel frattempo aveva chiamato il montacarichi. Quando giunse al livello, gli etno entrarono dentro e premettero il tasto delle cucine. In quello stesso momento alla porta dell’anticamera sentirono bussare e urlare. Evidentemente il balack out, il silenzio delle segretarie, il e quello nella Sala Ovale del Consiglio avevano destato dei sospetti. Arrivati al livello delle cucine uscirono come se niente fosse accaduto. I cuochi e gli inservienti guardarono i nuovi venuti con gli occhi sbarrati. Poi un’esplosione fortissima scosse l’ambiente. Era esplosa la bomba piazzata da Max. La Compagnia uscì dalle cucine e si diresse di corsa verso il magazzino. C’erano dei camion. Max salì al posto di guida di uno di essi, mentre gli etno saltarono sul cassone posteriore. Il capo etno dette tutto gas e imboccò il tunnel che lo avrebbe portato verso l’uscita. Mentre il mezzo percorreva la galleria iniziarono a suonare le sirene di allarme e a lampeggiare luci rosse. La porta blindata all’apertura del rifugio si stava muovendo per chiudersi, ed alcuni uomini si stavano barricando dietro sacchetti di sabbia per impedire qualsiasi uscita non autorizzata. Der e Ken imbracciarono i due fucili a pompa e in rapida successione colpirono la porta corazzata.
Uno due, quattro cinque cartucce esplosero l’una dietro l’altra uccidendo le guardie e bloccando la porta d’acciaio.
La Compagnia uscì sullo spiazzo. Fuori era il caos. I miliziani cercando di respingere indietro i camion non si accorsero degli etno che si diressero verso l’eliporto.
Posati a terra diversi veivoli. Scelsero quello blu. L’elicottero presidenziale. Patriota e Guelfo Nero si precipitarono verso il veivolo e costrinsero il pilota, dietro la minaccia delle armi a prendere il volo. Gli uomini e Halexandra salirono sopra. Il pilota mise il dorso della mano in uno scanner e digitò il codice identificativo. Il mezzo si alzò e Soviet con la sua Tokarev puntata alla tempia, ordinò al pilota di dirigersi verso Est. Poi prese i comandi. Il pilota, un ibrido fu accompagnato da Der al portellone.”Non ci servi più. Buon viaggio”, disse scaraventandolo nel vuoto.
Jena intanto dopo aver inserito i dati raccolti sul corpo di Tsirhc ed aver scaricato i files del filmato inviò il contenuto (insieme alla parola d’ordine “Winterstorm”) al Comando della Resistenza a Turku in Finlandia, con la richiesta di conferma.
Pochi secondi dopo arrivò la conferma attraverso le parole in codice “die Rosen werden geblauht! Complimenti!”. Ora al di là  di ogni ragionevole dubbio c’era la conferma ufficiale che quello che avevano eliminato non era un sosia. Era Tsirhc! Un “Hurrah!” si levò dall’elicottero che ora volava a pochi metri da terra verso Ovest. A trecentocinquanta km vi era il luogo di raduno delle Squadre Speciali. Tre sommergibili nucleari russi erano al largo in attesa del loro ritorno.

Il viaggio verso la costa durò tre ore. L’elicottero volando a pochi metri da terra evitò ogni rilevamento radar. Atterrò vicino a Cap Lookout località  costiera della Virginia.
La notte gli etno entrarono in contatto con il sommergibile “Moskva”.
Si impadronirono di un peschereccio e si allontanarono verso il largo per il rendez-vous.
Alle due della notte la gigantesca mole del “Moskva” apparve di fronte a loro.
Due gommoni li raccolsero.
A bordo ricevettero gli onori del comandante Akrumov e di un picchetto d’onore.

Non appena la notizia della morte di Tsirhc ebbe raggiunto il Comando della Resistenza a Turku, assieme ai filmati della morte del Presidente della Repubblica Mondiale e dei suoi accoliti , le radio e le televisioni ribelli dettero la notizia con la massima risonanza. Sulle linee Multietniche furono lanciati manifestini con la foto di Tsirhc morto e le foto che esaltavano l’impresa temeraria della Compagnia della Croce di Ferro.
La notizia creò nelle file nemiche, sgomento e terrore. Nonostante gli ufficiali mondialisti cercassero di rassicurare le truppe, la mancanza di comunicazioni e ordini, causarono sbandamenti e caos .
Alcune grosse unità  sottoposte ad attacchi, furono messe in fuga da deboli forze ribelli.
Il terrore stava insinuandosi e dilagando nell’Armata mondialista.
L’ordine del Comando era quello di condurre la Compagnia al Comando, con precedenza assoluta, sana e salva.
Gli altri sottomarini avrebbero dovuto attendere, al largo, il ritorno delle altre Squadre .
Il Moskva si mise in navigazione, rotta Nord-Est, alla massima velocità .
Il sommergibile avrebbe navigato in superfice. Come spiegò il Comandante agli etno, non sussistevano più pericoli in mare. La Flotta atlantica mondialista era stata annientata al largo della Scandinavia e in altre due battaglie, grazie a missili Sunburn S40.
“Il governo mondialista”, disse ironicamente il Comandante Akrumov, “può contare solo su qualche peschereccio”.
Era il 30 Gennaio.
Durante la navigazione, Max ricevette un messaggio di congratulazioni personale del Presidente Vutin. Gli etno erano attesi con ansia nella Base di Turku.
La mattina del 3 Febbraio il Moskva attraccò alla banchina della città  finlandese.
La Compagnia fu accolta da un picchetto d’onore e dal Ministro della Guerra Gustavsson.
Poi con l’elicottero presidenziale fu condotta al Quartier Generale.
Qui il Presidente Vutin con le massime cariche politiche e militari, consegnò loro la Croce dell’Ordine di San Giorgio e Sant’Andrea. Televisioni e cineoperatori immortalarono la scena.
Nel pomeriggio parteciparono ad una riunione dello Stato Maggiore Unificato dell’Armata di Liberazione Europea.
Qui seppero che anche le altre Squadre erano state recuperate ed anch’esse erano riuscite a penetrare nei Nidi di Vipera, distruggendoli.
Purtroppo c’erano state delle perdite. Ora erano in navigazione verso la Finlandia.
Seppero anche che il fronte era stato sfondato in più parti. Stoccolma, e la notizia riempì di gioia Totila, era stata liberata e i Multietnici erano in fuga verso sud. Sul fronte russo le cose stavano andando ancora meglio. Le armate ribelli, con l’aiuto delle formazioni partigiane, avevano sfondato in più punti e stavano avanzando in Bielorussia, nei paesi Baltici e in Polonia.
Nei paesi occupati la Resistenza stava mettendo in difficoltà  le linee di comunicazione multietniche. I Werwolfe, avevano già  liberato vaste zone della Germania; in Italia, le numerose squadre speciali paracadutate vicino ai Campi di Rieducazione Mentale erano impegnate in furiosi combattimenti.
Dalle prime notizie gli etno seppero che i loro compagni a Sud, dopo aver liberato un grande campo nei pressi di Caserta, avevano occupato la città  con migliaia di insorti. Wolf, Vlassov e gli altri, invece, il giorno prima aveva teso un agguato ad una colonna di marokkos-goumiers, annientandola, nei pressi del CRM17, liberando il campo. Lo stesso da dove veniva la Compagnia! La notizia suscitò in loro entusiasmo e una grande gioia.
“Il Governatore della 72a Stella degli SUM, Finis, ha decretato lo stato d’assedio…” disse Gustavsson.

Totila e Max ebbero il privilegio di poter parlare con Agnetha e Frida. Tutti i combattenti della Base, alla notizia della loro impresa e del loro ritorno avevano brindato. Frida disse che erano orgogliose della Compagnia. Totila e Max salutarono le ragazze. Il dovere le chiamava. Stavano per tornare in battaglia. Il loro reparto d’assalto doveva ripulire un quartiere di Stoccolma dove si erano asserragliati i mondialisti della MuMi.
“Fateli a pezzi!” disse Max.
“Contaci!” gli rispose la giovane guerriera.
Si salutarono dicendosi reciprocamente che sentivano la mancanza gli uni delle altre. Ma la guerra era all’inizio e le loro strade sarebbero state divise ancora per lungo tempo.

Gli etno vennero poi a conoscenza, durante la riunione dello Stato Maggiore,che mentre erano in navigazione, approfittando della totale cecità  dei sistemi di rilevamento satellitare e radaristico dei Multietnici, era partita l’ Operazione Ragnarok.
20 Topol a testate multiple avevano annichilito le maggiori città  americane.
“E’ stato il colpo di grazia alla Repubblica Mondiale…” disse il Generale Gustavsson. “Ma non illudiamoci. La Bestia è ferita mortalmente, ma non è ancora morta…Di fronte a noi abbiamo ancora milioni di miliziani, sbandati, senza più una guida, ma pur sempre una forza ancora temibile. Noi in primavera avremo un milione di uomini e donne in armi.Ma fino ad allora, non rinunceremo a morderli alle caviglie. Non dovremo dare loro tregua!”
Dopo i festeggiamenti, il Comandante Supremo disse agli eroi del Monte Mitchell, che a giorni sarebbero partiti per far parte della costituenda Brigata Corazzata “Hoenstaufen”, in preparazione nei pressi di Helsinki.
“In primavera”, disse il generale, “daremo inizio all’offensiva finale. In Autunno l’Europa dovrà  essere liberata dalla peste mondialista!”

Per esigenze di economia narrativa procederemo ora per sommi capi riguardo a quella che chiamata la
” Seconda Reconquista”.
Il 1° Marzo la Compagnia prese il comando della 12a brigata Corazzata”Hoenstaufen” formata da giovani volontari provenienti dal nord europa.
Il 10 Marzo la brigata, giunta sulla linea di combattimento sfondava le linee multietniche e puntava su Danzica che liberava il 12. Poi l’unità attraversò l’Oder-Neisse proseguendo la sua cavalcata verso la Sassonia, liberando Lipsia 20 Marzo. Qui si unì con un’altra grande unità : la 13a Brigata “Alexander Nevskji”.
Il 25 di Marzo le due brigate , attraversando regioni parzialmente liberate dai Werwolfe, liberavano Norimberga. In questa città  i comandanti etno , vale a dire la Compagnia, istituirono, motu proprio, ma poi la decisione venne ratificata dal Governo Provvisorio, il Tribunale dei Popoli, che sarebbe diventato famoso dopo la guerra per i processi a carico dei nemici delle genti europee e per punire i loro crimini.
Il 30 Marzo il III° Corpo d’armata Corazzato (alle due brigate si era unita una nuova Brigata, la 14a “Wehrwolfe” costituita da ex-resistenti, dopo aspri combattimenti con reparti della Psicopol e reparti della famigerata divisione mondialista 666 Shaytan, entrava a Monaco, liberando di fatto tutta la Baviera.
Nel frattempo la resistenza Sud-tirolese guidata da Maria K. aveva tagliato la più grande via di comunicazione fra nord e sud: la ferrovia e l’autostrada del Brennero. Ormai la Brigata di Montagna “Andreas Hofer” controllava la valle dell’Isarco. Una massa di miliziani ibridi, randagi, rinnegati e sbandati furono chiusi in una gigantesca sacca senza via d’uscita.
In Italia del Nord, le formazioni di resistenti organizzate e comandate da Wolf, Vlassov ed altri comandanti , approfittando del caos che regnava fra i mondialisti con poche forze, liberarono Brescia e la zona del lago di Garda.
A sud, Uqbar e i suoi “briganti” dopo aver liberato migliaia di neo-borbonici e cattolici refrattari rinchiusi nei CRM, entrarono a Napoli, catturando migliaia di multietnici e di Rinnegati appartenenti ai famigerati 99 Posse. I prigionieri furono condotti nei campi di raccolta e di lavoro.

Ad Uqbar e Akritas giunsero direttamente dal Presidente Vutin, le Croci dell’Ordine di San Giorgio e Sant’Andrea.
Il 1 ° Aprile i multietnici rinchiusi nella Sacca di Innsbruck chiesero la resa.
I prigionieri, furono condotti in grandi campi di raccolta, eccetto i Randagi e Rinnegati bianchi, che furono tutti passati per le armi.

Il 5 Aprile il III° Corpo Corazzato attraversò il Brennero,
accolto dall’entusiasmo della popolazione sud-tirolese.
Il 7 le avanguardie della Hoenstaufen si congiungevano a Brescia con le forze ribelli di Wolf e due giorni dopo entravano insieme a Milano. Qui sostennero alcuni combattimenti.
11 Aprile migliaia di Rinnegati, Randagi e Ibridi che si erano barricati in una vasta area ex-industriale, trasformata a suo tempo dal Governo Mondialista in una grande bidonville per rispondere alle esigenze estetiche dei Randagi e chiamata “Leonkavallo”, furono investiti dalle forze degli insorti. Il combattimento fu breve e crudele.
Quando le forze guidate dalla Compagnia, circondarono la zona, dalla bidonville si sentirono solo suoni di tamburi (bonghi) e urla disarticolate, probabilmente danze di guerra. Poi i “leonkavallini” si presentarono sulle barricate armati in modo eterogeneo e vestiti con tute strane, caschi da minatore, cappelli da rasta o simil-boliviani, bandoliere alla Pancho Villa, scarpe da tennis, pantaloni da rappers. Da alcuni camions con sopra altoparlanti spararono slogans e musica a tutto volume. Una cannonata sparata da un T-90, mise fine a tutte le loro velleità guerresche. Questa volta non avevano di fronte i poliziotti di fine secolo; ma gente determinata a chiudere la partita con loro dopo che per decenni era stata costretta a subirli.
Gli uomini di Wolf entrarono nella lurida baraccopoli: di fronte a loro, i mondialisti fuggirono da ogni parte in preda all’isterismo e alla follia. Molti rimasero uccisi perché travolti dai loro stessi compagni; altri si facevano, fumando crack o ubriacandosi di birra. Sembravano mosche impazzite. Uno spettacolo penoso che gli etno non avrebbero mai dimenticato.
Langbard, rattristato da questa vista così¬ angosciante,
volle mettere fine alla sofferenza di questa umanità  ormai perduta e dette ordine ai cannoni del suo battaglione di carri di fare fuoco.
Migliaia di cadaveri di Multietnici giacquero sul terreno per giorni. L’area fu in seguito spianata e coperta con terra trasportata da camion. Sopra ci furono piantati migliaia di alberi, ma anche le piante pareva non volessero vivere sopra quella terra mefitica: infatti le pianticelle morirono dopo qualche settimana. La zona fu quindi abbandonata. Con il tempo si trasformò
in fetida palude e fu chiamata Palude del Leonka.
Ancor oggi c’è chi assicura di udire rumore di bonghi in alcune notti di luna piena.
Ad Estl’avanzata delle forze russo-svedesi fu travolgente:
il 5 Marzo fu liberata Minsk; il 10 Mosca. Alla fine del mese, le forze dell’Armata di Liberazione erano giunte sulle sponde del Mar Nero.
Al centro, il II° Corpo Corazzato (6 brigate russo-scandinave) entravano il 10 a Varsavia.Il 20 Marzo a Praga. Il 30 chiusero in una grande sacca a Budapest, un milione di Multietnici.
Il 15 Aprile veniva liberata Budapest e il 30 Zagabria, già  disinfestata dagli Insorti. Lo stesso accadeva a Belgrado, liberata dalla 2a Divisione Partigiana d’Assalto serba “Slobodan Milosevic”.
L’avanzata si fermò ai confini del Kosovo, presidiati oltre che dai multietnici, dai musulmani kosovari-albanesi, dall’esercito turco.
Anche ad Ovest la marcia delle forze delle forze etno-nazionaliste , dopo aspri combattimenti, dovette fermarsi davanti a Parigi. Milioni di Multietnici, Marokkos, Ibridi e Rinnegati, mobilitati dal Governo Mondialista che aveva sostituito quello di Tsirhc.La spinta offensiva si fermò di fronte ad una muraglia umana sulla Marna e in Belgio. Le forze che si opponevano ai mondialisti erano sproporzionate: da una parte si calcolavano dai due ai tre milioni di Multietnici, dall’altra c’erano circa centocinquantamila insorti.
Fu per questa ragione che il Comando Supremo decise di togliere dal fronte nord-italiano e da quello balcanico il 2° e il 3° Corpo Corazzato.
La Compagnia e la sua divisione, insieme alla Nevskji e alla Wehrwolfe, il 20 Aprile , giunsero sulle rive della Marna.

La cattura di Frida e Agnetha.

La travolgente avanzata dell’Armata di Liberazione , costrinse, come abbiamo detto, il Comando Multietnico in Francia, ad arretrare la linea del fronte fino a quasi le porte di Parigi.
Addossarono lungo la nuova linea difensiva, chiamata “Linea Mandela”, 3 milioni di multietnici.
Era l’ultimo disperato tentativo di fermare le forze etnonazionaliste.
Questa muraglia umana partiva a Nord da Ostenda e proseguiva a Sud verso
Lilla-San Quintin-Fontainbleau-Nevers-Lione e terminava a Marsiglia.
Su questa linea, il Governo Multietnico dell’Europa Occidentale aveva schierato i resti della MuMi
sfuggiti alle battaglie dell’Europa del Nord e Centrale: turchi di Germania, marokkos, randagi, rinnegati, tossici, gay, ibridi, rafforzati dalle potenti Milizie delle Banlieues composte dai temibili ‘Casseurs’.
Tutti questi individui erano pronti a combattere fino alla fine, perchè sapevano che per loro, in caso di disfatta, non ci sarebbe stata pietà  né misericordia.
Fu dunque su questa muraglia umana armata che alla fine di Aprile si esaurì la spinta offensiva
che aveva viaggiato sulle ali della vittoria .
Il Comando dell’Armata di Liberazione decise, quindi , di rafforzare le posizioni e di inviare nuove truppe. L’offensiva finale sarebbe scivolata di un mese.
Fu durante questi giorni di stasi che la Compagnia della Croce di Ferro decise di fare una visita a sorpresa al comando del 500° Battaglione d’Assalto svedese, quello delle ragazze, che si trovava a Fontenay-Tresigny, ad una ventina di km dalle loro posizioni
Doveva essere una sorpresa; ma quando giunsero nella villa dove era installato il Comando di Battaglione, la sorpresa la ebbero loro.
Notarono una certa concitazione. Un soldato, dopo averli salutati, scattando sugli attenti,
li condusse dal colonnello Fredriksson, comandante dell’unità .
Il maggiore li accolse con gioia ; ma disse loro che erano capitati in un momento non felice: la 3a Compagnia d’Assalto (quella di Frida e Agnetha), uscita per un’azione tattica, da cinque ore non dava più notizie di sé..
“Temiamo che la 3a d’Assalto, sia caduta in un’imboscata…L’ultimo messaggio è stato: “ci portano via!!!…Poi il silenzio. Mi spiace, camerati…”
Gli etno si guardarono preoccupati e scossi.Totila e Max impallidirono. La notizia fu per loro un’autentica mazzata. Il pensiero che le ragazze fossero cadute nelle mani dei multietnici, li rese furenti.
Poi Der disse: ” Non preoccupatevi! So io come fare a sapere cosa è successo. Usciamo in pattuglia. Catturiamo qualche bastardo multietnico e lo facciamo cantare. Datemi Ken, Soviet e Green. Voi” disse indicando Max e Totila, “rimarrete qui. Siete troppo agitati. E l’agitazione non è amica di un guerriero.
Fra un’ora saremo qui di ritorno!”
Max assentì, del resto non poteva fare altro. Quando Der si metteva in testa una cosa, non c’era verso di toglierlela.
I quattro etno scivolarono fuori dalla trincea. Una leggera nebbiolina li nascose al nemico posto a qualche centinaio di metri. Penetrarono in un bosco e scomparvero alla vista di Max e degli altri che cercarono di seguirli con i binocoli.
Dopo un’ora, il resto della Compagnia vide tornare i quattro etno. Stavano trascinando due individui.
” Che demòni!”, esclamò Max. “Non si sono accontentati di due scalzacani. Hanno catturato due capi. Guardate! uno ha la bandana rossa. L’altro è un randagio con la stella rossa sul berretto.
Der saltò nella trincea insieme a Soviet, Ken e Green, scaraventando giù in malo modo i due prigionieri. Quindi li condusse in un rifugio.
I due multietnici, dopo un’iniziale fase di reticenza, furono convinti da Der a parlare.
Lo fecero come due torrenti in piena.
Dissero che la mattina avevano catturato una quarantina di assaltatori, fra cui, una decina di donne. Come da ordini ricevuti da Parigi, li avevano caricati su tre camion e condotti nella capitale: alla Conciergerie.
“Alla Conciergerie?!”, chiese stupito Larth. “Ma è il vecchio carcere della Rivoluzione Francese…”.
Il capo multietnico assentì, e disse che lì, venivano rinchiusi tutti i refrattari e devianti che durante il fine settimana, sarebbero stati ghigliottinati per la Festa della Libertà , della Pace e dell’Amore.
“Ghigliottinati??!!” esclamò Guelfo. “ma che diavolo significa?!”
“Ma cosa stai dicendo, bastardo mondialista??!!”?!” , intervenne Soviet passando la lama del suo pugnale sotto la gola del capo multietnico.
“Ogni sabato”, disse il prigioniero, balbettando, “in Place de la Concorde, dove è stata issata una ghigliottina, dalla mattina alla sera, fra balli e musica rap, crack e alcool, ci sono le esecuzioni pubbliche dei devianti e dei prigionieri controrivoluzionari, in genere francesi bianchi…”. Gli etno si guardarono increduli.
L’uomo proseguì, dicendo che i prigionieri venivano portati dalla Conciergerie su dei carretti,
fra due ali di folla fatta affluire dalle banlieu e dalle baraccopoli, eccitata ed urlante, fino alla ghigliottina e poi giustiziati uno ad uno di fronte a Robespierre, Marat e Danton.
“Bastardo!”, urlò Guelfo Nero. “Ti stai prendendo gioco di noi?! Cosa c’entrano quei démoni sputati dagli inferi della Rivoluzione Francese??!!”
L’uomo giurò e spergiurò su Satana che quello che diceva era la pura verità , e aggiunse che quelli erano solo soprannomi che i triumviri del Comitato di Salute Pubblica si erano dati. “In realtà “, disse, ” Robespierre è un vecchio filosofo, Marat un marokkos e Danton un ibrido ex capo dei casseurs delle banlieu.”
“Come si chiama questo filosofo?”, chiese Guelfo Nero.
“Non lo so: Bernard..Bonnard Levy mi pare. Dicono che abbia fatto il mitico ’68…Tutti e tre vivono nel bunker dell’Hotel de la Ville.
Alla fine dell’interrogatorio, i due multietnici furono eliminati.
“Oggi è giovedì. Dopodomani ci saranno le esecuzioni. Non abbiamo un minuto da perdere!”
disse Totila.
Vi daremo una mano, disse Larth, battendo la mano sulla spalla del compagno.” Le troveremo!”
La Compagnia si diresse a sud, verso la Foresta di Fontainbleau

Il piano di Max prevedeva di arrivare alla Ile de la Cité¨, risalendo la Senna con dei gommoni.
Liberare i prigionieri e ritornare indietro, Dio piacendo.
Nella zona di Fontainbleau, c’era le truppe della brigata francese “Le Pen” che controllava l’ansa del fiume e addirittura aveva stabilito una testa di ponte sull’altra sponda.
La Compagnia giunse al comando francese la sera intorno alle 20. Da lì, chiese al Comando Supremo il via libera all’operazione. Il Feldmaresciallo, Von Vietinghof, comandante del Fronte Occidentale, sebbene fosse contrario, obtorto collo, fu costretto dalla determinazione degli etno, a dare il suo assenso.
Alla Compagnia furono assegnati dei gommoni con motore ad idrogeno, assolutamente silenziosi. Salirono su due di essi e ne portarono al traino altri quattro, per i prigionieri che avrebbero liberato. Gli uomini prima di partire controllarono le armi, indossarono il parka mimetico, si aggiustarono la Croce di Ferro che portavano sul maglione nero a collo alto, si tinsero il volto con striature nere e grige e si calcarono sulla testa la bustina nera con il teschio argentato, quindi entrarono nei gommoni, salutati dai camerati della “Le Pen” che guardarono ammirati quegli strani combattenti scendere lungo il fiume per chissà  quale missione.

Avrebbero dovuto percorrere una ventina di km. Max controllò l’orologio.
Erano le 22. L’azione sarebbe dovuta scattare alle 2.00 della notte.
Calcolò il percorso e previde di arrivare nei pressi della Conciergerie, intorno alle 1 della notte
I mezzi guadagnarono il centro del fiume ed iniziarono a dirigersi verso la meta.
L’oscurità  era pressoché totale, anche grazie all’oscuramento e alla scarsità  di energia elettrica,
erogata solo per poche ore durante il giorno.
Intorno a mezzanotte, le imbarcazioni entrarono nei sobborghi della città.
Dalle rive di tanto in tanto luci di torce e suoni di bonghi, di balli e di canti.
I Multietnici, come al solito la sera popolavano le strade e le piazze.
Ogni occasione era buona per fare casino e farsi di crack, marijuana, alcol e sesso.

“E’ la movida multietnica”, disse ridendo Green.
“E’ bene che si divertano ora…” rispose con un sorriso sarcastico Larth.
Nei pressi del ponte di Austerlitz , dove era in corso l’ennesima festa con balli accompagnati da bonghi, maracas, alcool e droghe, un marokkos ubriaco, seduto sulla spalletta del ponte, perso l’equilibrio, cadde nelle acque nere del fiume, a pochi metri davanti ai gommoni.
L’uomo raffiorò e tentò di aggrapparsi all’imbarcazione.
Der sfoderò la sua pistola con il silenziatore e lo colpì fra gli occhi.
L’uomo scomparve fra i flutti. Fortunatamente, i suoi compagni, infoiati, rincoglioniti dalle droghe e dall’alcol e presi dalle danze, non si accorsero di nulla e nessuno gettò uno sguardo giù nel fiume.
Alle 1.00 la piccola flottiglia attraccò alla punta nord dell’Ile de la Cité, dove sorgeva maestosa e tetra la Conciergerie.
Gli uomini risalirono la scalinata che li condusse sui marciapiedi della Senna, sul Quai de l’Horloge.
Scivolarono lungo le spallette del fiume, protetti dall’ oscurità e da vecchie carcasse di automobili parcheggiate lì da chissà  quanto tempo e da cumuli di sporcizia maleodorante.
Max si affacciò da dietro una autovettura e vide due guardie sul portone che si facevano una canna, parlottando fra loro. Fece cenno a Soviet e Der di eliminarle.
I due etno, attraversarono la strada e strisciando lungo i muri della prigione si avvicinarono alle due sentinelle. Un balenio di lame e i due multietnici caddero a terra sgozzati.
Der fece cenno alla Compagnia di venire avanti. Il commando penetrò dentro l’edificio attraverso una porticina aperta nel grande portone.
Sulla destra c’era la stanza del corpo di Guardia. Una dozzina di miliziani, dormiva profondamente. Der gettò una bomba Thanatos che sprigionò un gas letale e chiuse la porta. In mezzo minuto i guardiani passarono dal sonno alla morte. Gli uomini presero quindi un lungo corridoio che portava ad una grande sala con le volte ad ogiva.
Ad un lato videro un tavolo, illuminato da alcune candele. Intorno al tavolo quattro guardie che giocavano a carte, fumando, bevendo e ridendo sguaiatamente.
Der, Ken, Green e Jena, approfittando dell’oscurità  e cercando di far meno rumore possibile, si avvicinarono al gruppo con le pistole con il silenziatore in pugno senza essere visti, né sentiti.
L’etno si presentò davanti al tavolo e disse :
“Sapete chi siamo?!”
I guardiani, stupiti, sollevarono gli occhi dalle carte e guardarono increduli i quattro sconosciuti con le pistole spianate. Un lampo di terrore balenò nei loro occhi quando videro brillare alla tremula luce delle candele le croci di ferro con spade e brillanti al collo degli sconosciuti.
Gocce di sudore gelido cominciarono a scendere sulla loro fronte.
“Non sapete chi siamo?!”, riprese Der. “Bene allora ve lo dirò io . NOI SIAMO LA VOSTRA MORTE!” Seguirono quattro scatti metallici. I guardiani crollarono a terra senza vita.
Der fece un fischio e arrivò il resto della Compagnia. Furono raccolte le chiavi che i guardiani portavano alla cintura, aprirono un grande cancello in ferro e iniziarono ad spalancare le celle che si trovavano nei corridoi davanti a loro.
La sorpresa dei prigionieri fu immensa quando videro davanti a sè soldati dell’Armata di Liberazione. Totila e Max, corsero verso l’ultima cella. Aprirono la grande stanza, dalle volte in pietra.
Per terra sulla paglia una cinquantina di uomini e donne in divisa. La luce delle torce accecò gli occhi dei prigionieri.
“Siamo vostri camerati! Non temete! Siamo venuti a liberarvi!” urlò Totila
Un “hurrah!” accolse i liberatori, mentre Frida e Agnetha, riconosciuta la voce dell’ etno si gettarono al collo dei loro uomini tempestandoli di baci.
“Sapevo che saresti venuto”, disse Agnetha, stringendo con tutte le forze, felice ed emozionata il suo uomo.
“Presto! Non c’è un minuto da perdere!”, urlò Max, tenendo per la vita Frida. Nel grande atrio si radunarono oltre un centinaio di prigionieri. Max disse loro qual era il piano di fuga e si raccomandò, quando fossero usciti, di mantenere la calma e di fare meno rumore possibile. Mentre finiva di parlare, si udirono degli scoppi. Larth e Langbard che erano rimasti di guardia sul portone, comunicarono a Max, che centinaia di multietnici stavano attraversando, urlanti, i ponti che collegavano l’Ile de la Citè al resto della capitale e che la Conciergerie era sotto il fuoco di lanciarazzi e mitragliatrici che sparavano dalla riva opposta.
Der si accorse che uno dei guardiani che aveva ucciso, aveva fatto a tempo a schiacciare un pulsante sotto il tavolo e a dare l’allarme.
Max ordinò a Langbard e Larth di barricare il portoncino e raggiungere il resto della Compagnia.
“Cari camerati, siamo nella merda…” disse Max con tono solenne.

La via di Fuga e il Comitato di Salute Pubblica.

In quel momento da un corridoio laterale, probabilmente uscito da una porta, Totila
vide uscire un africano con le mani alzate.
Green, stava per sparargli, quando Max lo fermò.
“Chi sei?!” gli chiese.
” Posso aiutarvi ad uscire di qui”, disse l’uomo.” Vi chiedo solo grazia”.
Green abbassò l’AK.
Max lo invitò a parlare.
“Conosco un passaggio che porta nella rete fognaria. Da lì potrete raggiungere la salvezza.
Vi chiedo solo di portarmi con voi”.
“Perché vuoi allontanarti dai multietnici? E perché vuoi venire con noi?”, chiese Guelfo Nero.
L’uomo succintamente raccontò la sua storia. Disse che era stato costretto a venire dall’Africa con la sua giovane moglie. Poi una volta arrivato in Francia era stato costretto dall’ordinanza sulla
Razza Unica del GoMo a separsi dalla sua donna , che fu data ad un bianco e costretto
a vivere con una bianca.
“Ma io non riuscivo a vivere senza di lei ed ero disperato. Volevo tornarmene nella mia terra
con lei; ma i Multietnici, prima mi hanno imprigionato e poi mi hanno destinato a
lavorare nelle fogne.
Vi chiedo solo, quando avrete liberato la vostra terra, la grazia di aiutarmi,
a ritrovare la mia sposa e farci tornare dove siamo nati”.
Il racconto commosse la Compagnia.
Max promise a Maurice, questo era il suo nome, che avrebbero fatto tutto il possibile
per rintracciare la sua sposa.
Il nero, rincuorato, disse: “Seguitemi!”.
Fuori gli scoppi aumentarono d’intensità .
“Sbrighiamoci! Fra poco arriveranno qui!”.
Max fece chiudere la pesante grata di ferro
che chiudeva il corridoio delle celle e invitò i prigionieri liberati a seguire Maurice.
Mandò Totila e Soviet (insieme ad Agnetha, che non volle separarsi dal suo amato)
a sistemare alcune trappole esplosive per ritardare l’ingresso dei Multietnici una volta
che fossero riusciti ad abbattere la pesante inferiata.
Maurice entrò in una grande stanza. Da una cassapanca invitò i prigionieri e
gli etno a prendere le torce che ivi erano contenute, poi spostò un armadio: nascosta,
vi era una porta di ferro che aprì. Accese la torcia e fece cenno ai prigionieri di seguirlo.
Max attese che l’ultimo prigioniero fosse passato. Poi chiamò Totila Soviet e Agnetha.
I due etno chiusero la porta ed entrarono, dopo aver rimesso alla parete, non senza
difficoltà, l’armadio che nascondeva il passaggio segreto.
Anche qui i componenti della Compagnia piazzarono delle trappole esplosive.
Poi, seguendo un corridoio giunsero ad una scalinata che portava in basso.
Al termine c’era una grata, che Maurice aprì e che conduceva nella
immensa e misteriosa rete sotterranea di Parigi.
Ora Totila potè finalmente scambiare due parole con Agnetha.
Tenendola stretta a sé le disse: ” Eravamo in pensiero per voi.
Temevamo che quei bastardi potessero avervi fatto del male…”
“Siamo state fortunate, Tot! Dopo essere state catturate, siamo stati tutti condotti in una casa.
Lì venuto un reparto di mondialisti gay (e sorrise) a prelevarci e a condurci alla Conciergerie.
Qui ci hanno subito gettati in una cella. I guardiani erano strafatti di alcol e droghe, non si sono curati di noi. Comunque avevano l’ordine di tenerci in vita per la festa della
ghigliottina che sarebbe iniziata fra due giorni…”, disse Agnetha.
“Sono contento di essere arrivato in tempo a salvare la tua bella testolina”, disse
ridendo Totila.
“Ti sbagli. La mia ‘testolina’ l’ho già  persa tanto tempo fa. Quando ti ho conosciuto,
amore…” rispose la ragazza, guardandolo dolcemente.
L’etno, intenerito e felice , la baciò.
“Ti pare questo il momento e il luogo di tubare?” disse ridendo Soviet.
Più avanti, i due etno videro la Compagnia fermarsi insieme ai prigionieri ad un crocicchio.
Maurice, la loro “guida” stava dicendo qualcosa a Max.

l’Hotel de Ville

Maurice, stava spiegando a Max e agli etno che in quel momento erano sopra l’Hotel de Ville, sede del Comitato di Salute Pubblica.
” Vorresti dire che qui sopra si riuniscono ‘Robespierre’, ‘Marat’ e ‘Danton’ ?”, chiese Max.
“Sì” rispose l’uomo, e indicando una grata che chiudeva un passaggio disse: “Attraverso quel corridoio si accede alle cantine. Un’altra scalinata, porta ad un corridoio in fondo al quale c’è una porta segreta che si apre nella Sala delle Riunioni del Comitato. E’ un passaggio segreto costruito durante il Terrore che sarebbe dovuto servire ai capi giacobini come via di fuga. Solo io e pochissimi altri lo conosciamo. Abbiamo lavorato per sei mesi per restaurarlo…”
Max ordinò all’uomo di disegnare su una carta il percorso per arrivare alla Sala. Poi fece disegnare una piantina per la via di fuga attraverso le fogne.
Disse a Frida di seguire Maurice e di portare i prigionieri in salvo. La Compagnia aveva una gran voglia aveva di fare una visitina di cortesia ai tre “rivoluzionari”.
Agnetha alla proposta di Max, fece il diavolo a quattro, voleva restare con il suo uomo. Ci volle tutta la pazienza di Frida per convincerla a rientrare nelle linee amiche.
Totila la calmò, dicendole che avrebbero passato il resto della giornata e il giorno successivo insieme.
Maurice, nel frattempo con il suo passepartout, aveva aperto il cancello di ferro. Ricordò agli etno il percorso che dovevano fare e poi sparì con gli altri, negli oscuri cunicoli sotterranei.

La Compagnia salì gli scalini umidi che portavano all’Hotel; forzarono la porta che era ostruita da un pesante armadio e penetrarono nelle cantine. Seguendo le indicazioni di Maurice, trovarono la seconda porta che dopo una ventina di scalini, conduceva ad un corridoio dalle volte di mattoni. In fondo, c’era un’altra entrata. Questa si apriva sulla Sala delle Riunioni. L’apertura era occultata da un trumeau stile Luigi XIV.
La sala era vuota. Entrarono solo Max, Der e Guelfo Nero. Gli altri avrebbero atteso nel corridoio. I tre etno dopo aver rispostato il mobile si nascosero dietro i pesanti tendaggi della finestre. Poco dopo, entrarono nella sala dei Miliziani con il berretto bolivian-frigio. Misero sulla tavola una caraffa di caffe e dello zucchero ed alcune bottiglie di vino. La porta si aprì ed entrarono i tre “rivoluzionari”.
“Non vogliamo essere disturbati da nessuno, urlò il marokkos (Marat).Trangugiarono una tazza di caffè. Marat iniziò ad inveire, bestemmiando ed imprecando. L’attacco alla Conciergerie, l’aveva reso furibondo.
Il filosofo, che si faceva chiamare “Robespierre”, tentava di calmarlo. “Danton” se ne stava in disparte, facendosi una canna. Poi il filosofo prese il telefono e con voce stridula, ordinò a qualcuno, che quella stessa mattina dovevano essere rastrellati 150 devianti da ghigliottinare.
“Vedrai, caro compagno”, disse ‘Robespierre’ rivolto a ‘Marat’, “la festa ci sarà . Entro stasera altre 150 teste di devianti si uniranno alle 200.000 che abbiamo già  tagliato. La Rivoluzione Multietnica ha bisogno di sangue bianco e reazionario e noi la disseteremo!”. terminò queste parole con una risata isterica, femminea.
Fu in quel momento che i tre etno uscirono e presero alle spalle i tre, tirandogli indietro la testa per i capelli.
“Un vostro sospiro e le vostre gole si apriranno!”. disse Max puntando il pugnale alla gola di “Robespierre”.
I tre rivoluzionari impallidirono come lenzuoli e non fiatarono, paralizzati com’erano dalla sorpresa.
Guelfo Nero battè tre volte al trumeau. La porta si aprì e, spostato il mobile, furono scaraventati dentro i prigionieri, che furono accolti dagli altri etno a calci e pugni. ” Benvenuti in Vandea!”, disse ai tre, sghignazzando, Larth.
Totila e Soviet, rimisero a posto il mobile e chiusero la porta, minandola con due cartucce esplosive.
Jena legò le mani ai prigionieri dietro la schiena e quindi, la Compagnia riprese la via della salvezza.
Quello che si faceva chiamare “Robespierre” durante la fuga, iniziò a frignare, dicendo che lui era un discendente di un piccolo popolo pacifico e da sempre perseguitato.
Totila gli illuminò il volto con una torcia e : ” Io ti conosco! Tu sei BHL il sedicente filosofo…”

“Sì, sono io”, rispose piagnucolando il prigioniero.
Gli altri due imprecavano e bestemmiavano in continuazione, tant’è che fecero uscire dai gangheri Guelfo Nero, che li colpì in faccia con il calcio del fucile. Si limitarono dopo, solo ad invocare Satana che li aiutasse.
Dopo un paio d’ore, Max controllò la mappa disegnata da Maurice.
Erano arrivati a destinazione. Sopra le loro teste c’erano degli scalini in ferro che portavano ad un tombino. Salì per primo Jena.
L’apertura dava su una strada deserta. Una voce da una casa intimò l’alt.
“Siamo la Compagnia della Croce di Ferro”, urlò Jena.
“Venite avanti lentamente e con le mani bene in vista”, ordinò la voce. Gli etno uscirono dalla fogna con i prigionieri.
La voce urlo’ :” Sono loro! Hurrah!!”.
Dalla casa uscirono dei soldati che iniziarono a festeggiarli. Erano i volontari del Reggimento Granatieri “Flanders”.
“Benvenuti fra noi. Sono il tenente Van Dimmer”, disse l’ufficiale. “Vi aspettavamo. I prigionieri che avete liberato alla Conciergerie ci hanno avvertito che sareste arrivati. Ora sono tutti al sicuro nel castello di Crecy, dove siete tutti attesi”.
Max ringraziò il tenente, “Ma prima” , disse “dobbiamo sistemare questi tre “rivoluzionari”…”

Alla Compagnia fu ordinato di lasciare i tre prigionieri al capitano Charité della 35a Compagnia di sicurezza e Operazioni Speciali. Lui avrebbe pensato ai prigionieri e a farli cantare. Der s’impuntò. Volle restare anche lui. Fu accontentato. Max e Totila, raggiunsero il Castello di Crecy, dove incontrarono le loro amate.
“Questo è il più bel regalo che potessi ricevere” disse Agnetha a Totila quando lo vide arrivare. Passarono il resto della giornata nel grande salone, vicino al caminetto abbracciati, a narrarsi le storie che erano accadute da quando si erano dovuti separare. Fu un pomeriggio allegro e spensierato. Anche grazie alla particolare verve di Jena, Larth, Green, e Ken, e Langbard che iniziarono a prendersi in giro, facendo morire da ridere l’allegra brigata.
Durante la cena, ci fu una telefonata del presidente della nuova Confederazione dei Popoli Europei, Vutin che ringraziò di nuovo a nome del governo provvisorio, la Compagnia per la nuova eroica impresa. Max ricambiò i saluti a nome di tutti.
Il giorno seguente, gli etno dovettero raggiungere la loro Brigata e le combattenti la loro unità  d’assalto.
Totila volle rivedere la sua amata.
” Presto sarà  tutto finito. Tu ritornerai in Svezia a breve, l’ho saputo dal vostro comandante. C’è un’isola a Nord di Stoccolma, si chiama Gramso. Il governo me l’ha donata. Su quest’isola c’ un castello.
Attendimi lì. Quando mi vedrai arrivare, sarà  per sempre”.
Agnetha assentì con la testa. Lui le carezzò i capelli e la baciò.

Il pomeriggio ritornò Der raggiante.
“Abbiamo fatto parlare quei cani. Questo Charité, è veramente convincente. I tre rivoluzionari hanno cantato come uccellini. Poi sono stati decapitati e le loro teste sono state gettate fra la folla in attesa dei ghigliottinamenti in Place de la Concorde, da un elicottero.
Io c’ero. Dovevate vedere le facce dei multietnici. hanno perfino cominciato a spararsi fra di loro. Una strage. Ahahahah!”.
Il 27 Aprile, il fronte era di nuovo in movimento. Grazie alle informazioni fornite dai tre Capi “rivoluzionari, il 3° Corpo Corazzato attaccò a Nord di Parigi, sfondando in un sol colpo le linee multietniche ormai allo sbando.
Nei due giorni successivi, una massa di mondialisti terrorizzati e in fuga si ritirò disordinatamente verso il mare, concentrandosi sulle spiagge di Dunkerque, con la speranza che i loro confratelli inglesi, venissero a salvarli con ogni tipo di imbarcazioni.
Sulla spiaggia si concentrarono da un milione e mezzo a due milioni di fuggitivi. Il 3° Corpo corazzato li chiuse in una morsa di ferro.
Fu spedito un messaggio al Comando Supremo su cosa fare. La risposta fu secca :”Annientateli!”.
Max rivolgendosi ai suoi uomini disse : “Non ci sarà una seconda Dunkerque!”.
Gli etno capirono al volo ed accesero i motori dei loro carri.
La carneficina durò tre giorni. Metà dei multietnici cercò scampo in mare, ma morirono tutti affogati o assiderati.
Il quarto giorno si alzò una grande vento di tempesta che flagellò la costa per 48 ore, con onde altissime.
Il giorno successivo il sole splendeva e sulla spiaggia non c’era più un cadavere.
Il mare aveva ripulito la terra.

La Liberazione e il Congresso di Vienna.

Dopo la sconfitta di Dunkerque, le forze multietniche volsero in fuga su tutto il territorio europeo. In sintesi
gli avvenimenti di Aprile-Maggio.

Il 3° Corpo Corazzato comandato dalla Compagnia a Gennaio, dopo aver liberato tutta la Francia settentrionale entrò in Spagna nei Paesi Baschi.
Il 10 Maggio liberava Madrid e il 20, occupava Gibilterra. Il capo del governo multietnico, Zappatoro, catturato con la sua guardia del corpo composta da gay, fu fucilato nei pressi di Guadalajara. Alla fine di Maggio la Spagna e il Portogallo furono liberati e ripuliti dalla presenza extraeuropea.
Nell’Italia meridionale, Aprile e Maggio furono i mesi della vittoria dell’esercito dei “briganti” comandati da Uqbar, Ulfenor e Akritas.
Il 1°Maggio a Napoli, Don Carlos di Borbone, fu incoronato re delle Due Sicilie.
Segui una ferrea repressione di polizia, tesa ad eliminare una volta per tutte la criminalità  organizzata e forze settarie. Napoli divenne di nuovo la capitale del Regno. Tutti i segni esteriori dell’ occupazione furono cancellati dalla furia popolare.

Nei Balcani, il 15 Aprile il 7 Korpus serbo-croato, supportato da forze Austro-ungheresi e russe, dava inizio all’Operazione “Kralj Lazar”.
Il 30 dello stesso mese, nei pressi di Kosovo Polje, le linee turco-kosovare-albanesi, furo sfondate e accerchiate. Le divisioni “Slobodan Milosevic” e “Ratko Mladic” sterminarono gli eserciti accerchiati. Il Kosovo fu liberato dalla presenza islamico-kosovara per sempre.
Il 5 Maggio, la 3a Armata della Guardia russa, entrava a Costantinopoli, liberandola. Il 7, nella basilica di Santa Sofia, riconsacrata, venne celebrato un solenne Te Deum di ringraziamento.
In Italia del Nord, le Forze capeggiate da Wolfe, Kalashnikov, Furlan, Vlassov, ed altri valorosi comandanti ribelli, riunite nell’Esercito di Liberazione del Nord, liberararono la valle padana e la Toscana. L’unica resistenza venne dalla città di Livorno, dove si trincerarono: Marokkos, Rinnegati, Randagi miliziani e gay. Il 15 Maggio, la città capitolò. Per ordine diretto del Cavaliere della Croce di Ferro Larth, fu messa a ferro e a fuoco e sulle sue rovine fu sparso il sale.
Finis e i suoi accorliti fu catturato mentre vestito da prete tentava di raggiungere Pescara per imbarcarsi su una motovedetta che lo avrebbe portato a Gerusalemme.
Insieme agli altri collaborazionisti europei del Nuovo Ordine Mondiale fu portato a Norimberga, dove sarebbe stato in seguito processato.
A Roma, Papa Francesco III, fu catturato ad Ostia. Processato, fu condannato al rogo. Al suo posto fu eletto un vescovo lefevriano, che prese il nome di Pio XIII. Furono ricostituiti gli Stati Pontifici che compresero Lazio, Umbria e Marche.

Il 1° Giugno si aprì lo storico Congresso di Vienna nel quale si gettarono le basi della Nuova Europa Confederata.
Il continente fu suddiviso in:
Confederazione Russa (Russia-Bielorussia-Ucraina-Polonia Orientale, Siberia)
Confederazione Mitteleuropea(Austria-Ungheria -Slovacchia-Slovenia-Croazia-Friuli-LombardoVeneto-Toscana)
Confederazione Occidentale(Piemonte-Liguria-Francia-Vallonia-Spagna-Portogallo-Sardegna)
Confederazione Germanica(Germania-Svizzera-Flander-Olanda-Danimarca-ex-Polonia occ.-Koenigsberg)
Confederazione Scandinava ( Svezia-Norvegia-Islanda-Finlandia-Paesi Baltici)
Confederazione Balcanica ( Serbia-Romania-Bulgaria-Macedonia-Grecia)
Confederazione Italica (Regnodelle Due Sicilie-Stati Pontifici)
Ogni stato etnico era indipendente. Solo la politica estera, sicurezza e difesa dipendevano dal Praesidium Supremo della Confederazione dei Popoli Europei, organo supremo della Confederazione euro-asiatica costituito dai 45 rappresentanti delle altrettante nazioni europee.
Il 20 Giugno , con la resa dell’Inghilterra, occupata dal 3°, 4° e 5° Corpo Corazzato cessava in Europa ogni resistenza Multietnica.
il 1° Luglio a Parigi ci fu la grande sfilata della Vittoria, aperta per volere del Presidente Vutin dalla Compagnia della Croce di Ferro a cavallo, fra scrosci di applausi e lanci di fiori di centinaia di migliaia di persone accorse per lo storico evento

Dopo la Vittoria, Il Praesidium Supremo della Confederazione, emise una serie di leggi, fra le quali quella fondamentale sulla Sicurezza.
Si contemplò la fondazione di un Ordine Sovranazionale che si sarebbe chiamato l’Ordine dei Cavalieri della Croce di Ferro. Esso avrebbe vigilato in futuro sull’ortodossia religiosa, ideologica ed etnica della Confederazione e sull’insorgere di qualsiasi eresia settaria. L’ Ordine sarebbe stato autonomo e transnazionale ed avrebbe risposto solo al Presidente del Praesidium Supremo.
Primo Gran Maestro fu Max, a seguire a rotazione, ogni anno, sarebbero ascesi alla carica gli altri undici etno.
La Confederazione fu divisa in 12 diocesi. In ognuna di queste zone, sarebbe sorto un “Burg” dal quale i 12 etno avrebbero vigilato. A loro disposizione ebbero 12 Brigate dell’Ordine. Uomini scelti e dedicati alla lotta contro le eresie e qualsiasi deviazione.

In seguito ci furono avvenimenti che cambiarono il volto dell’Europa che nacque dalla Guerra di Liberazione.
La Chiesa Cattolica e Ortodossa, dopo il Concilio di Praga si riappacificarono, dando inizio alla riunione spirituale dei popoli europei.
Il protestantesimo fu bollato come eresia anti-europea e nel giro di pochi anni fu totalmente estirpato.
L’ Europa, uscita dal disastro della guerra con un numero di europei ridotto a poche decine di milioni di abitanti, in un decennio raddoppiò la propria popolazione. .
La nuova gioventù che si affacciava sarebbe stata educata ai valori della Tradizione e della Religione. Sarebbe cresciuta sana, ardita e intraprendente. Il loro modello sarebbe stato, per i maschi, la Compagnia e quello degli altri patrioti guerrieri confederati. Per le femmine, Halexandra e le intrepide combattenti dei Battaglioni d’Assalto Russo-svedesi.
Un grande impulso fu dato alla terra e al paesaggio. Le periferie metropolitane in stile democratico-sovietico, furono rase al suolo e su di esse sorsero boschi e foreste.
In America il 70% del territorio fu restituito agli indiani, eccetto il Quebec e l’Alaska (che tornarono alla Confederazione). Il resto fu restituito agli Stati Confederati del Sud, che strinsero, insieme agli Indiani, un patto di alleanza eterna con la Confederazione Europea.
Il Giappone costituì,sotto la sua influenza, la Grande Asia con Cina, Filippine Sud Est asiatico e Indonesia.
L’Australia fece parte della Confederazione.

L’Islam fu confinato nei suoi limiti tradizionali.
Patti ferrei furono sottoscritti dai paesi mediterranei.
Qualsiasi tentativo con barca, barchetta di migranti che avesse tentato di sbarcare in Europa, sarebbe stato considerato un atto di guerra contro la Confederazione.
Accadde che dalla Tunisia partisse un barcone di clandestini alla volta della Sicilia. Il barcone fu intercettato e colato a picco. In seguito Tunisi fu bombardata e rasa al suolo, come avvertimento. Da quel giorno non uno spillo osò attraversare il Mediterraneo.
In Medioriente l’annosa questione palestinese fu risolta equamente con la distribuzione della terra ad entrambi i popoli, che da quel momento vissero in pace.

Der ebbe il comando dei Campi di Rieducazione Politica dove furono rinchiusi 4 milioni di multietnici (randagi, renegados, ibridi e maroccos). Nel giro di 3 anni i campi chiusero per mancanza di “rieducandi”.

Il Matrimonio di Totila

Dopo la Vittoria, Totila fu impegnato insieme a Der nella “pulizia etnica e politica” dell’Inghilterra. L’isola alla fine, se si eccettua la Scozia e il Galles e l’alleata Irlanda, rimase quasi disabitata . Solo a pochi inglesi fedeli alla Confederazione fu concesso di continuare la loro vita. Come pastori.
Finalmente i primi di maggio, Totila ebbe la licenza che tanto attendeva.
Prese un aereo e atterrò a Stoccolma. Qui, una motovedetta della Marina Confederata lo portò sull’isola. Dopo essere sbarcato con alcuni suoi aiutanti, si diresse verso il castello.
Agnetha non c’era.
Una attendente della ragazza, disse a Totila che l’avrebbe trovata sulla riva del mare. “Tutti giorni è lì ad attendere il suo ritorno, Comandante…”, disse la donna. L’etno si affacciò ad una finestra , e la
vide seduta sulla spiaggia che guardava lontano. Intorno a lei saltellava Pippi, la micetta.
Il vento dell’Est giocava con i suoi biondi capelli che si stagliavano come fili d’oro contro l’azzurro profondo del cielo. L’ uomo scese di corsa le scale e corse verso il mare.
La ragazza, quasi presentendo la sua presenza si voltò di scatto. Sì alzò e corse verso di lui.. I due non dissero una parola. Le loro bocche si cercarono avidamente.
“Ora sono qui per sempre”, le disse, e preso dalla tasca un cofanetto di velluto nero, le mostrò un anello con uno zaffiro tempestato di brillanti.
“Mi vuoi sposare?” le chiese.
Agnetha con le lacrime agli occhi gli sussurò “Sì…”.
“Allora non perdiamo tempo. Vai a vestirti. Nella cappella c’è un sacerdote che ci aspetta e con me sono arrivati anche Frida e Max. Ci faranno da testimoni!” disse Totila.
“Ma… ma… non ho l’abito da sposa!”, disse Agnetha preoccupata.
” Ho pensato a tutto io”, rispose l’etno.
I due, mano nella mano si avviarono verso il castello. Seguiti dalla gattina che li precedeva correndo e poi tornando verso di loro. Nella camera della ragazza, c’era uno una decina fra sarte e acconciatori e diversi vestiti da scegliere.
“Ti do’ un’ora di tempo. Se fra un’ora non sarai fuori, me ne andrò”, le disse, ridendo, Totila.
“Fra dieci minuti sarò da te!”, rispose emozionatissima Agnetha.
L’etno scese al piano terra dove Frida e Max si erano seduti su un morbido divano in pelle nera.
“Mi ha detto che fra dieci minuti sarà  pronta…”, disse Totila.
” Anche Frida disse la stessa cosa prima del nostro matrimonio. Due ore ho aspettato!” disse ridendo l’amico.

Dopo un’ora Agnetha uscì dalla camera. Era bellissima. L’abito bianco di seta lungo le fasciava le splendide forme. Sui capelli una spendida ghirlanda di fiori. Incedeva con passo talmente leggero, che pareva quasi non toccasse terra. Totila la guardò incantato.
Si diresse verso Frida e Max, baciandoli. Anche loro le fecero i loro complimenti. Poi prese il braccio di Totila ed insieme si avviarono verso la cappella.
Dentro, due attendenti del comandante etno, chiusero la porta. La cerimonia fu abbastanza breve. Dopo le formule di rito, lo scambio degli anelli e la benedizione, i due sposi si baciarono. Poi si diressero verso l’uscita accompagnati dai due testimoni. Aperta la porta una cascata di petali di rosa li accolse.
Ai lati la Compagnia della Croce di Ferro
schierata in alta uniforme e con le spade sguainate che formavano una galleria,li accolse con un “Hurrah!”.
E sul piazzale le camerate di Agnetha, i combattenti : Wolf, Kalashnikov con sua moglie Agape con il pancione , Vlassov, Furlan,, Freik, Herrmann, Taranis e tantissimi altri. E poi Uqbar, Akritas, Hate in rappresentanza dell’Armata Reale Duosiciliana e dell’Armata Sarda; gli Ufficiali francesi, belgi, dei Werwolfe, della Guardia Russa etc.
Agnetha era raggiante. La sorpresa era stata totale.
“Lo sai, amore mio, che l’arma segreta della Compagnia è la sorpresa…”, sorrise Totila.
Il corteo nuziale si diresse verso il grande parco, dove uno stuolo di camerieri aveva apparecchiato le grandi tavole per il banchetto all’aperto.
Nel cielo volteggiarono alcuni grossi elicotteri che atterrarono poco lontano. Da uno di essi, Scese il Segretario Generale del Praesidium Supremo Vutin. Si diresse verso la sposa e le baciò la mano. E rivolto all’etno disse: “Non potevo mancare al suo matrimonio comandante Totila e a quello della sua splendida sposa. Incantevole, mio caro Totila! Avete fatto una scelta… splendida. Siete fortunato, Comandante!”.
La festa durò tre giorni, fra balli, canti, fuochi d’artificio e banchetti.
Poi gli amici se ne andarono. Totila ed Agnetha rimasero soli nel loro castello.
A fare loro compagnia il mare, la sabbia dorata, il vento dell’Est e il loro amore.

Dopo aver concluso il ciclo, con l’Ultimo Gran Maestro Jena, La Compagnia dei Cavalieri della Croce di Ferro si ritrovò per l’ultima volta nella grande sala in pietra dalle volte ad ogiva del Castello dell’Ordine
Il Gran Maestro Jena sciolse la Compagnia. Da quel giorno ognuno dei Cavalieri si sarebbe ritirato nel proprio, lontano e misterioso feudo. Nella sala una grande emozione attanagliava gli etno; ma ognuno di loro era consapevole che la loro missione era finita. Nei dodici anni trascorsi la pace e la bellezza e l’armonia regnavano nella Confederazione. Il Male era stato incatenato alle rocce degli Inferi e per molto tempo non si sarebbe mosso. Furono nominati per cooptazione 12 nuovi cavalieri che avrebbero vigilato sulla Pace per 12 anni:

Durante la cerimonia ogni Cavaliere consegnò la propria croce di Cavaliere ottenuta la prima volta il Svezia ai nuovi Cavalieri, quale simbolo di continuità , fedeltà  e di onore.
“Questa Croce -disse Jena- vi accompagni sempre nelle decisioni difficili. Onoratela sempre!”.
Il rito della consegna avvenne in un’atmosfera di grande commozione. I nuovi 12 Cavalieri giurarono sul Vangelo e all’unisono gridarono:” Il nostro Onore si chiama Tradizione” Poi, baciarono la Bandiera della Compagnia.
terminata la cerimonia dell’Investitura gli ex Grandi Maestri, uscendo dal castello ricevettero l’onore delle armi da parte di un picchetto scelto della Guardia. Poi a piedi si diressero verso i resti del grande bunker che 12 anni prima li aveva ospitati per una notte. Soviet toccò le mura, commosso.
Gli etno salirono in groppa a dodici cavalli bianchi e si diressero al galoppo verso il sentiero che li avrebbe portati fuori dalla foresta. Giunti nei pressi di una radura baciata dal sole, Max si fermò e guardò per l’ultima volta i suoi camerati. Calde lacrime scendevano dai loro occhi.
” Addio, fratelli! Addio cari camerati! Per me è stato un onore vivere questa impresa insieme a voi. Ringrazio Dio di avermi concesso questo privilegio e per la spendida avventura che mi ha donato e ci ha donato!”
Gli uomini scesero da cavallo e si abbracciarono per l’ultima volta. Poi, una volta risaliti a cavallo di divisero in tutte le direzioni: ad est, ad Ovest, a Nord e a Sud.

Fu da quel giorno, quando nelle contrade della Confederazione si sparse la voce che la compagnia della Croce di Ferro si era sciolta, che iniziarono a nascere le prime leggende.
Ci fu chi giurò di aver visto dodici cavalieri cavalcare biondi destrieri nelle foreste della Turingia o delle Ardenne; chi sosteneva di aver visto, nelle notti di luna piena, sul dorso delle colline, i dodici stagliati contro il disco lunare.
Altri sostenevano che i dodici eroi vivevano insieme in castelli inaccessibili sui monti Tatra, o in Carpazia o sugli Urali, pronti a ritornare se il Male fosse ritornato.
Le giovani fanciulle al tempo degli amori e del maggio fiorito,ricordandosi di Agnetha, Frida e Halexandra erano solite intrecciare fiori per farne corone e cingersi la testa, in attesa che i giovani della Guardia tornassero dai campi di Marte.
Le madri usavano raccontare, nelle notti d’inverno ai loro piccini che i gemiti e i sibili degli alberi scossi dal vento, non erano altro che i lamenti di dolore dei multietnici raggiunti e sferzati dai Cavalieri della Croce di Ferro. “Perché -spiegavano ai piccoli- la Compagnia è come il vento dell’Est. Arriva all’improvviso, spazza via gli uomini neri, protegge i deboli le madri e i fanciulli e poi come è venuta, scompare nel nulla.
Infine le madri, una volta rassicurati i figli, iniziavano a cantare una dolce e antica canzone:

“They came from the hills
And they came from the valleys and the plains
They struggled in the cold
In the heat and the snow and in the rain
They came from the south
From the west and the north and from the east”

“Essi vengono dalle colline
dalle valli e dalle pianure
Essi lottano nel freddo
nel caldo nella neve e nella pioggia
Essi vengono dal Sud
dall’Ovest e dal Nord e dall’est”

Qui termina la storia della Compagnia della Croce di Ferro


2 Comments

  1. Michele Vallario

    ho letto il racconto, complimenti, avvincente anche se angosciante. cerchiamo di impegnarci tutti i giorni perché non diventi mai realtà

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