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Canta che ti passa… la paura.

Quando abbiamo di fronte un nemico che ci sfugge, che è indefinibile e oscuro, il nostro primo istinto è quello di alzare la voce insieme ad altri per farsi coraggio a vicenda e per spaventare la presenza ostile. E’ qualcosa che affonda le radici negli stati profondi del nostro essere. Probabilmente i nostri progenitori cavernicoli di fronte ad una tigre con i denti a sciabola, reagivano con un ruggito o con un urlo sovrumano. Questa risposta istintiva al pericolo è poi passata nelle guerre: pensiamo agli haka maori, al rimbombo cupo e lugubre degli scudi scossi dalle daghe dei legionari romani, al rullare ossessivo dei tamburi durante le battaglie. La stessa cosa accade a noi pacifici, moderni e democratici cittadini del terzo millennio, impauriti e disabituati a guerre, carestie e epidemie. Non potendo usare tamburi o scudi o emettere urli guerreschi, ricorriamo a più pacate chitarre, fisarmoniche, pifferi e quant’altro, strimpellando e cantando dai balconi e dalle finestre l’inno nazionale o canzonette che, invece di spaventare il coronavirus, lo sollazzano . Un modo per sentirci vivi, vicini gli uni agli altri e per esorcizzare le paranoie e il panico. Qualcuno per associare qualcosa all’ “Italia che resiste”, intona Bella Ciao. Altri, presi da un sacro fuoco patriottico intonano l’inno nazionale. Insomma alla fine della fiera, chiuse finestre e balconi, ognuno torna a far compagnia alle proprie paure e alle proprie ansie fino al prossimo invito a porre sui balconi e sulle finestre magari il solito lumino.

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