Racconti fantastici

25 LUGLIO (2010)

Questo racconto mi venne in mente pensando alle analogie fra il conflitto politico fra Berlusconi e Fini che si concluse con il celebre: “Che fai, mi cacci?” e il 25 Luglio del 1943. Immaginai che Fini consigliato dall’allora capo di Stato Napolitano volesse tentare un ribaltone e cacciare Berlusconi. La crisi avvenne alla fine di Luglio. Come fare quindi a non pensare al 25 Luglio di 67 anni prima? Buttai giù questo fanta-racconto satirico e che pubblicai sui social. 3 anni dopo, Alan Friedman, giornalista americano, molto noto in Italia, scrisse un libro raccontando i retroscena della crisi sfiorata a Luglio e indicando in Napolitano il deus ex machina del “golpe” che doveva detronizzare Berlusconi in combutta con il Presidente della Camera Fini. Ci avevo dato.


1ª puntata
Quel Luglio si presentò particolarmente torrido e afoso. Una cappa grigia gravava sui cieli della penisola rendendo l’aria pesante e irrespirabile.
Nella penombra del suo studio, Berlusconi, immerso fra fogli, appunti e carte processuali, tentava di risolvere i nodi politici, sociali ed economici del paese aggravatisi con la crisi economica mondiale. Ma le sue preoccupazioni erano rivolte in particolar modo alla “fronda” interna, che in quei giorni si era fatta particolarmente sentire con dichiarazioni e
messaggi sibillini che promettevano poco di buono. Rilesse con attenzione il lancio di agenzia portatogli dalla segretaria. Si riferiva a “Fare Futuro”,
l’organo ufficioso dell’opposizione interna, che parlava apertamente di: “un necessario e inderogabile bisogno di discontinuità nella guida del Paese”.
Un messaggio chiaro.
Inoltre il giorno seguente ci sarebbe stato il Gran Consiglio del PdL. Il massimo organo politico del Partito. Una riunione che molti dei suoi fedelissimi gli avevano sconsigliato di convocare. Temevano qualche trappola della “fronda”. Bondi lo supplicò per giorni, ma non ci fu niente da fare. Il Capo lo licenziò con un sorriso e una battuta: «Ghe pensi mi! Stai tranquillo…» Il “Capo” voleva questo incontro. Era intenzionato a scoprire e leggere le carte degli oppositori interni e quindi agire di conseguenza.
Il Gran Consiglio del PdL si riunì alle 18 a Palazzo Grazioli. In discussione l’Ordine del Giorno Granata-Bocchino. L’atmosfera era tesa. I pesanti tendaggi che impedivano agli infuocati raggi di sole di penetrare nel salone del Gran Consiglio, resero l’atmosfera, illuminata dai fari alogeni, livida e tetra.
Bocchino iniziò la lettura dell’OdG, con una premessa fumosa,
come nel suo stile. Nessuno capì alcunché. Fu invece molto chiaro quando disse che l’alleanza era a un bivio: o Berlusconi si dimetteva e rimetteva
il mandato nelle mani di Napolitano, o si sarebbe aperta una crisi
al buio. Accusò inoltre Berlusconi di aver portato il paese allo sfascio mora le, politico ed economico. Ci furono le repliche dei membri del PdL e quella appassionata di Bondi che, rosso in faccia si scagliò contro quelli che definì “traditori prezzolati”.
Dopo una lunghissima ed estenuante discussione, nella notte del 25 luglio l’O.d.G. Bocchino-Granata fu messo ai voti e, grazie ad alcune assenze e astensioni inaspettate, fu approvato. «Voi avete aperto la crisi del governo!» disse Berlusconi guardando in modo torvo Bocchino, Granata e Urso. «Devi rassegnare le dimissioni nelle mani del Presidente!» sibilò Bocchino con un sorriso sarcastico. Bondi rosso in faccia si rivolse al lìder: «Silvio, facciamoli arrestare tutti dalla scorta!»
Berlusconi scosse il capo. «No! Se questa è la decisione del Gran Consiglio del PdL, non mi opporrò. Andremo alle elezioni e li annienteremo, Sandro. Napolitano scioglierà le Camere…»
«Non scioglierà niente, Silvio, questo è un golpe!»
«Lo vedremo…»
Fuori, nel cortile del Palazzo del Gran Consigliole macchine blindate della scorta presidenziale accesero i motori.
Destinazione: il Quirinale.


2ª puntata
Il Presidente Napolitano lo accolse freddamente.
«Ho saputo della votazione… La situazione del
Paese è alle strette. La crisi economica è grave. Il popolo si lamenta!»
«Sono qui a rassegnare le mie dimissioni, Presidente…»
«Bene. Avete seguito la via della ragionevolezza!»
«Ora me torno ad Arcore, in attesa che lei, Presidente, sciolga le Camere…»
«Sciogliere le Camere? Prima dovremo verificare
che non ci siano altre maggioranze…» rispose Napolitano con un sorrisetto
che non piacque a Berlusconi.
«E poi, andare ad Arcore non è prudente… Mi
dicono che la voce della crisi politica sia arrivata fra
la gente. Le strade si stanno riempiendo di manifestanti. I vostri oppositori esultano.
A Milano i giudici della Procura hanno improvvisato un comizio a Piazzale Loreto, ci sono
migliaia di persone eccitate… No,credetemi, non è prudente né che attraversiate Roma né che vi rechiate ad Arcore…»
«E cosa dovrei fare, allora?»
«Mettervi in sicurezza. Lasciar decantare la situazione e poi tornare tranquillo a casa vostra. Abbiamo pensato a tutto noi…»
Napolitano chiamò il suo segretario. Confabulò con lui. L’uomo uscì e subito dopo entrarono due ufficiali dei carabinieri.
«Uscirete dal Quirinale dentro un’ambulanza…» disse Napolitano.
«Ambulanza?!»
«Nessuno ferma le ambulanze. Lo facciamo per la vostra incolumità…»
Poi si avvicinò ad una finestra e mostrò all’ex-premier i primi drappelli di manifestanti con bandiere rosse e viola che stavano avvicinandosi, celebrando la Costituzione e la caduta del governo.
«Guardate quei cartelli, ci sono scritte che inneggiano alla vostra morte… Se foste fuori vi lincerebbero. Andate tranquillo con questi due ufficiali…»
Berlusconi, teso in volto, porse la mano al Presidente, ma Napolitano gli girò le spalle, allontanandosi.
I due carabinieri accompagnarono l’ex-capo del Governo sul mezzo parcheggiato nel cortile. Per prudenza gli bendarono il volto.
«Dove mi portate?»
Non ci furono risposte.
Nelle piazze, folle eccitate dai proclami incendiari dei giudici manifestarono, attaccando i giornali vicini al governo e le sedi del PdL. Molti politici di centro-destra furono aggrediti e arrestati.
Un comizio improvvisato fu tenuto in Piazza del Popolo con Davigo, Grillo, Santoro, Travaglio, Vauro, Ruotolo e Sabina Guzzanti. Poi un corteo si mosse e assaltò Palazzo Grazioli.
Le telecamere di Anno Zero di Santoro, messe già in pre-allarme da giorni, ripresero la scena e poi penetrarono nel palazzo del “Despota” filmando gli arredi preziosi e i bagni che, a detta di Ruotolo, avevano
rubinetti d’oro tempestati di pietre preziose. Furono assaltati anche gli studi televisivi di Mediaset.
La De Filippi e Costanzo, schieratisi con la folla, arringarono i manifestanti e li invitarono ad incendiare e distruggere tutti i simboli dell’odiato “ex-regime berlusconiano”.
Anche a Milano si susseguirono assalti e aggressioni. I giudici spiccarono mandati di cattura a raffica contro esponenti politici del PdL.
Emilio Fede, a queste notizie, tentò il suicidio gettandosi dal pianterreno, ma si procurò solo leggere escoriazioni. Fu arrestato e tradotto a San Vittore.


3a Puntata
La sera del 25 luglio, in un’atmosfera surreale e di attesa, ci fu un intervento di Napolitano a reti unificate. Il Presidente si appellò alle virtù civiche degli italiani e invitò tutti alla calma.
Disse che, vista la gravissima situazione d’emergenza e sentito il parere delle forze politiche anti-berlusconiane, aveva incaricato il Presidente della Camera Finoglio di costituire un nuovo governo di unità e salvezza nazionale.
Trascorsero altri giorni di torbidi e violenze.
A Nord dopo un primo momento di incertezza e smarrimento, la Lega, che aveva assunto un atteggiamento fintamente attendista e possibilista nei
confronti di Finoglio, si preparò alla riscossa. Bossi con una mossa fulminea e approfittando del caos che regnava, fece occupare le televisioni e le Procure dalle sue camicie verdi e l’8 agosto proclamò la secessione del Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, dall’Italia. Molti reparti delle forze dell’ordine e dell’esercitò aderirono alla repubblica secessionista. Furono istituite formazioni para-militari in cui affluirono migliaia di volontari leghisti e fedelissimi di Berlusconi:
nacquero le Brigate Azzurre e le Brigate Verdi, le forze dell’ordine confluirono nella Guardia Nazionale Repubblicana del Nord. Nei giorni successivi iniziarono numerosi rastrellamenti da parte delle Brigate Verdi e Azzurre, comandate rispettivamente da Borghezio e Bondi. Migliaia
di elementi dei centri sociali, grillini, finoglini, piddini, furono arrestati e presero la strada del sud, dove furono adibiti al lavoro coatto e alla costruzione di fortificazioni sulla linea del Po.
Altri riuscirono a raggiungere le montagne dove avrebbero dato vita alla Resistenza. La perdita delle regioni produttive del Nord, fu un colpo gravissimo per il governo Finoglio e per l’economia del paese.
Napolitano e il nuovo premier iniziarono una propaganda serrata contro la Repubblica secessionista accusandola di egoismo, razzismo e xenofobia. Non solo: il Primo Ministro chiese soccorso agli USA, GB e Francia e l’intervento della Nato. La questione italiana diventò una questione di primaria importanza per gli equilibri internazionali. Obama assicurò, come del resto fecero Cameron, Sarkozy, Zapatero, ogni aiuto possibile per ristabilire l’ordine e l’unità del paese. Più freddi si dimostrarono
i governi tedesco e quello russo. A Roma, durante una manifestazione patriottica, fu lanciato da Ciampi e Scalfaro l’appello a creare una grande armata, ma visto lo scarso entusiasmo guerresco che seguì all’appello, furono aperte le porte agli extra-comunitari che, con la promessa della cittadinanza, di un lavoro e di una casa, accorsero in massa nei centri di arruolamento. Nacque così, sotto il tricolore, il più grande esercito multirazziale mai visto.
Berlusconi, nel frattempo, trascorsa una settimana dal golpe finogliano, dalla Maddalena, dove era stato portato in un primo momento, fu trasferito a Campus Imperatore, sul Gran Sesso. Qui sotto la scorta di una ventina di carabinieri, visse isolato dal mondo, senza avere notizie su quanto stava
accadendo all’esterno.
A Roma la caduta del governo del Centro-Destra provocò l’insorgere di potenti forze laiciste e anticlericali. Ogni giorno migliaia di gay, atei e radicali manifestavano davanti a San Pietro.
La Chiesa e il Papa erano sotto assedi. Nei giorni che seguirono le manifestazioni anticattoliche aumentarono in modo preoccupante. Il 14
agosto il Papa Benedetto fu arrestato con l’accusa di essere il mandante delle violenze pedofile, e con lui tutti i cardinali. L’arresto scosse l’opinione pubblica cattolica e fu considerato un atto sacrilego.
Il ministro per gli Affari Religiosi del Governo Finoglio, Emma Bonino, disse, papale papale, che il Pontefice sarebbe stato processato ed estradato negli USA per associazione a delinquere di stampo pedofilo.
Il soglio di San Pietro fu testimone in quei giorni di manifestazioni blasfeme organizzate dalla potente lobby gay, che aveva piazzato nel governo romano due ministri: Luxuria (Ministero della Famiglia), e
la trans Natalie, ex amante del Presidente della Regione Lazio M’arrazzo (Ministero alle relazioni con le Regioni).


4ª puntata
Le settimane che trascorsero furono dedicate al rafforzamento delle rispettive posizioni.
Tremonti, capo dell’economia e degli esteri della neonata Repubblica del Nord riuscì ad
allacciare importanti relazioni e alleanze strategiche con alcuni paesi europei.
Volò a Mosca dove, in un incontro segreto firmò un’intesa segreta, passata alla storia come il
“Patto Tremonti-Putin”. In esso si contemplava un intervento militare russo in appoggio alla
Repubblica del Nord ove si fossero determinate particolari condizioni di pericolo per gli
interessi russi. Negli stessi giorni, entrò nel Patto segreto anche la Germania, interessata a
che il Nord Italia facesse parte di un’area economica integrata di cui avrebbero fatto parte
Baviera, Austria, Ungheria, Cekia, Slovacchia e altri paesi della zona mitteleuropea.
Putin, oltre alla promessa dell’appoggio politico-militare, fornì a Tremonti una notizia clamorosa:
i servizi segreti di Mosca avevano localizzato il luogo di prigionia di Berlusconi.
Bossi e Tremonti, in concerto con il Ministro della Guerra Borghezio decisero di intervenire:
occorreva liberare Berlusconi.
Bossi in persona si premurò di seguire personalmente il piano ideato dal ministro della Guerra.
Esso prevedeva l’intervento fulmineo di una compagnia di paracadutisti: i “Diavoli Verdi”, a Campus
Imperatore. L’unita di élite avrebbe liberato Berlusconi e poi, a bordo di un elicottero, lo
avrebbe portato oltre la linea del Po, dove, a Linate, ad attenderlo ci sarebbero stati Bossi,
Tremonti e i ministri del governo rovvisorio del Nord.
Il piano fu preparato nei minimi particolari e scattò il 10 settembre. Una sessantina di parà
atterrò a Campus Imperatore cogliendo di sorpresa i carabinieri di guardia. Berlusconi liberato
si imbarcò su un grosso elicottero che, alzatosi in volo, virò verso Nord.
Atterrato a Linate, fu accolto da Bossi e dal figlio Piersilvio.
Il 12 settembre, nella sua residenza ad Arcore, il Capo formò il nuovo governo. Bossi, Tremonti
ebbero i ministeri della Guerra, Esteri ed Economia. Gli altri ministeri furono affidati in parti
eguali a “verdi” ed “azzurri”.
Il 13, dagli studi televisivi di Segrate si rivolse agli italiani, incitandoli alla riscossa e
promettendo la giusta punizione dei traditori e dei golpisti.
Anche Finoglio a Sud lanciò un proclama dai forti accenti. Asserì che a Nord il Male Assoluto si
era impadronito di quelle terre e che occorreva bloccare sul nascere l’“infezione verde-azzurra”,
prima che “il suo veleno” si propagasse nel resto dell’Europa.
Creò un nuovo governo che riscosse il plauso delle forze progressiste e dei governi amici:
da Zapatero a Cameron, da Sarkozy-Bruni a Obama, da Mandela a Mugabe.

  • Primo ministro: Finoglio
  • Ministro degli Interni: Di Pietro
  • Ministro degli Esteri: interim Finoglio
  • Ministro della Famiglia: Luxuria
  • Ministro della Giustizia: Travaglio
  • Ministro delle Comunicazioni: Maurizio Costanzo
  • Ministro del Lavoro: Bocchino
  • Ministro per l’immigrazione e integrazione: Kyenge
  • Ministro dell’Economia e Finanze: prof. Monti
  • Ministro delle Poste: Maria De Filippi
  • Ministro della Salute: Rosy Bindi
  • Ministro dell’Ambiente: Riva (delle acciaierie di Taranto)
  • Ministro degli Affari Religiosi: Emma Bonino
  • Ministro della Guerra: interim Finoglio

5ª puntata
Verso la fine di agosto l’Armata Verde-Azzurrascatenò l’offensiva, dilagando nella pianura
emiliana. In pochi giorni le difese approntate dal governo di Roma furono annientate: le tanto
strombazzate “legioni africane”, vanto e gloria della “integrazione” finogliana, si liquefecero
come neve al sole. Anche la brigata d’élite “ Generazione Balotelli” non resse l’urto e si
dissolse. Le formazioni politiche di sinistra che avrebbe dovuto rallentare la marcia furono
spazzate via. Una radicale e brutale pulizia politica ed etnica fu intrapresa nelle terre liberate.
Terribile fu la mattanza nel cosiddetto famigerato “Triangolo Verde” emiliano.
Il 28 agosto Bologna accolse fra due ali di folla in festa le truppe berlusconian-leghiste…
Pochi giorni dopo, le formazioni del Generale Borghezio, oltrepassati i passi appenninici,
dilagarono in Toscana e nelle Marche. Solo la città di Livorno, difesa da black bloc, extracomunitari
e comunisti tentò una disperata difesa. Ma fu conquistata in poche ore: rasa al suolo, il suo nome
cancellato e sulle sue rovine, sparso il sale.
L’8 settembre le avanguardie dell’esercito del Nord arrivarono alle porte di Roma.
Nottetempo, Finoglio, il presidente Napolitano e tutto loro seguito fuggirono dalla città, e
attraverso l’autostrada Roma-L’Aquila, a bordo di una infinita
colonna di auto blu, giunsero sull’Adriatico. A Ortona a Mare furono raccolti da una nave militare USA
che li condusse al sicuro a Brindisi, dove furono accolti dal Governatore Vendola a braccia aperte.
La difesa della capitale, abbandonata dal governo e dal Presidente, fu affidata alla Brigata “Luxuria”
formata da gay, lesbiche e trans. Formazione ammirata soprattutto per l’eleganza delle sue divise
mimetiche dai toni rosa fuxia e rosa salmone.
In realtà, dopo le prime fucilate, i difensori calarono le braghe e si arresero.
Altre formazioni costituite dai “ragazzi” dei Centri Sociali, radicali, annozerini e farefuturologhi
furono piazzati negli snodi strategici della città, con il compito di controllarne gli accessi.
Il generale Borghezio, vista la situazione, ordinò di attaccare Porta Pia, tenuta dai radicali della
Brigata Pannella. La resistenza fu breve e inutile. Purtroppo per loro, si trovarono di fronte una unità
di cattolici lefevriani papalini con il dente particolarmente avvelenato nei loro confronti.
La sera, nella Città Eterna, fu celebrato in San Pietro dal Papa, liberato dalla prigionia, un solenne
Te Deum di ringraziamento.


6ª puntata
A metà settembre la spinta offensiva dell’Armata Verde-Azzurra si esaurì alle porte di Napoli.
Nuove formazioni militari arruolate a Poggioreale e in altre celebri galere e formate dai casalesi
di Francesco Schiavone, detto Sandokan, fermarono le esigue forze del generale Borghezio.
Iniziò una guerra di posizione che durò fino a quando a Salerno non ci fu un poderoso sbarco
di anglo-franco-americani venuti in aiuto al governo dell’autoproclamatosi Maresciallo Finoglio.
L’alleanza atlantica scese in campo con tutto il suo peso.
Il governo finogliano mise in campo anche altre formazioni ben determinate a combattere: fu svuotato
il celebre carcere dell’Ucciardone, e quindi le carceri calabresi, pugliesi oltre a quelle campane.
20.000 picciotti armati e determinati a difendere i loro interessi, erano pronti alla lotta.
In cambio della loro collaborazione, non appena finita la guerra, avrebbero pretesero carta bianca
e la piena sovranità sui territori di loro competenza.
Il governo, nella persona del ministro plenipotenziario Bocchino firmò il “papello” con le varie
famiglie e ‘ndrine nella Reggia di Caserta.
Furono ricostituite 10 brigate multietniche ed altre formazioni minori. Dalle basi in Puglia e Sicilia
gli aerei della Nato iniziarono a martellare le posizioni verdi-azzurre.
Lo Stato Maggiore berlusconiano, vista l’impossibilità di tenere il fronte, riunitosi a Frascati decise
una ritirata strategica e un riposizionamento delle proprie forze sulla linea “Silvia” che partendo dal
Tirreno, attraverso Cassino, arrivava all’Adriatico.
Nei mesi che seguirono grazie all’eroismo di un pugno di paracadutisti, i Diavoli Verdi, già protagonisti
della liberazione di Berlusconi sul Gran Sesso,le ondate finogliane e alleate si infransero contro il
“Bastione della Libertà”, come fu definito da Sandro
Bondi, il celebre monastero benedettino.A maggio, dopo la seconda distruzione dell’Abbazia, la pressione
divenne insostenibile: la Linea “Silvia” fu sfondata in diversi punti.
Iniziò una lenta ritirata verso Nord.
Il 6 giugno Roma cadde in mano alleata. Primi a entrare furono i marocchini del “colonnello” Ronchi,
che sfilarono lungo i Fori Imperiali cantando il loro inno: “Siamo una risorsa e una ricchezza”.
Il Governo del Maresciallo Finoglio fece finalmente ritorno nella Capitale e il Presidente Napolitano
ritornò al suo amato Quirinale.


7ª puntata
Ad Agosto le truppe alleate raggiunsero l’Arno.
Stava per iniziare una grande battaglia di contenimento sulla temibile e potente linea
“Bossica” che, attraversava tutto l’Appennino giungendo fino a Rimini.
Per tutto l’autunno e l’inverno le offensive finogliane si infransero contro l’accanita
resistenza delle forze berlusconian-bossiane.Pareva che il conflitto si fosse cristallizzato.
Nel frattempo le grandi potenze si confrontarono intorno al problema italiano.
Russia e Germania dopo aver riconosciuto il governo del Nord, iniziarono, in quell’inverno
ad inviare aiuti umanitari eenergetici. La cosa però non piacque ai governi occidentali che
invitarono i due Stati a non interferirenel conflitto. Richiesta ben strana, considerando
che in Italia, al fianco del Maresciallo Finoglio vi erano cospicue forze straniere. A ottobre
in seguito a violenti bombardamenti chirurgici, la sede del governo del Nord da Arcore fu
trasferita sul Lago di Garda. In quei mesi iniziò anche un’insidiosa guerriglia nelle città,
sui monti e nelle campagne. Elementi dell’opposizione: annozerini, popolo viola, grillini,
dipietrini, farefuturini, centrini sociali, gay, viados e lesbiche si riunirono in bande
sulle montagne ed iniziarono quella che definirono: “Lotta di liberazio- ne”. A Milano fu
costituito il Comitato di Liberazione Nazionale Giudiziario (CLNG) guidato da un pool di giudici
in clandestinità. Per contrastare questo fenomeno, il segretario del PdL Verdini militarizzò
il partito:nacquero le Brigate Neroazzurre, che poi furono chiamate, per non confonderle con
gli ultras interisti,Brigate Azzurronere. A dicembre Berlusconi decise di riapparire in pubblico
assieme a Bossi. Scese a Milano dove passò tre giornate indimenticabili tra bagni di folla e
discorsi politici. Celebre fu quello di Piazza San Babila sul predellino, dove iniziò dicendo:
«Difenderemo la Valle del Po con le unghie e con i denti…» Poi visitò caserme, ospedali e i
quartieri popolari fra una folla di popolo in delirio. Durante queste giornate, l’atmosfera
di giubilo fu turbata solo dall’arrivo di 13 avvisi di garanzia emessi dal CLNG clandestino.

8ª puntata
I mesi invernali trascorsero nell’attesa della Grande Offensiva primaverile che il Maresciallo
Finoglio aveva annunciato, in un’intervista urbi et orbi, attraverso la CNN.
Al Nord, i bombardamenti alleati stavano fiaccando la resistenza della popolazione. Le bande di
partigiani, nonostante il prodigarsi delle Brigate Azzurre-Nere e Verdi e i rastrellamenti
operati dal temutissimo comandante Calderoli, continuarono a rafforzarsi.
In particolare la brigata partigiana “Saverio Borrelli” era riuscita, in Piemonte, a liberare
vaste zone della Val d’Ossola dove fu proclamata una repubblica giudiziaria autonoma.
Furono istituiti numerosi tribunali nei quali furono processati, secondo il rito “dipietrino”
coloro che erano sospettati di collaborazionismo con i leghisti e gli azzurri. La procedura
consisteva nell’incarcerare le le persone e poi gettare via la chiave.
Dalla Repubblica Giudiziaria della Val d’Ossola arrivarono a Berlusconi e ai suoi ministri oltre
2.457 avvisi di garanzia. Un chiaro segno di quanto sarebbe accaduto se le armate finogliane e
alleate fossero riuscite a sfondare la Linea “Bossica” che correva lungo il crinale appenninico
da Carrara a Rimini.
A febbraio, Tremonti volò a Mosca. Putin preoccupato per la piega che le cose italiane stavano
prendendo, assicurò il primo ministro che non sarebbe rimasto a guardare. Ma non disse quando
e come sarebbe intervenuto. Giunse aprile. La pressione militare sulla Linea Bossica aumentò.
Il 20 aprile, dopo un terribile bombardamento aereo alleato sulle linee berlusconiane, la 7ª
Brigata Rom al comando del commissario politico Gad Lerner sfondò le difese verdi-azzurre,
dilagando nella pianura verso Bologna. Fu il segnale della fine.
A Milano il 25 aprile, Berlusconi si incontrò nella Prefettura con Bossi, il quale lo supplicò
di ritirarsi in Valtellina,dove Calderoli, Maroni e Zaia avevano approntato una “ridotta alpina”.
«Potremo resistere per mesi!»
«No Umberto. Lotterò fino all’ultimo respiro qui
a Milano! Ho 20.000 camicie azzurre pronte a sacrificarsi per me!»
«Come vuoi. Comunque sappi che, se cambi idea, la via di Como è aperta. Le mie camicie verdi la
controllano…»
Si salutarono abbracciandosi. Umberto sapeva che, a meno di un miracolo, Milano sarebbe diventata
una trappola senza scampo per Berlusconi.
Il leader leghista salì su un blindato e insieme a centinaia di automezzi prese la via del lago.
Alle 15, Berlusconi, circondato dai fedelissimi Bondi, Verdini, Santanché, Carfagna e Brambilla, ricevette una telefonata dall’Arcivescovado di Milano. Il cardinale Tettamanzi voleva incontrarlo per trattare una resa senza spargimenti di sangue. Alla riunione avrebbero partecipato anche rappresentanti del CLNG (Comitato di Liberazione Nazionale Giudiziario). Berlusconi giunse al palazzo vescovile. Di fronte a sé vide i suoi avversari di sempre: Di Pietro, Travaglio, Santoro e l’avvocatessa Bongiorno. Erano presenti anche due rappresentati delle comunità rom e maghrebine. «Presidente, le chiediamo che, onde evitare inutili spargimenti di sangue, lei e i suoi accoliti vi arrendiate e che proclami Milano città…» «Aperta?» chiese Berlusconi. «No, multietnica!» rispose il paffuto prelato. «E a quali condizioni?» chiese il premier. «Non ci sono condizioni. Resa incondizionata. Avrete un giusto processo nel Palazzo di Giustizia e i vostri diritti saranno garantiti…» «Eminenza, vada a farsi benedire!» rispose il Capo. Berlusconi con i suoi abbandonò la sala, lasciando di stucco il prelato e i rappresentanti del CLNG. «A Como!» disse ai suoi fedeli.

9ª puntata
Fuori dall’Arcivescovado Berlusconi salì in macchina seguito
dalle auto della scorta. Tornato in
Prefettura dette l’ordine ai suoi di preparare la
partenza per Como.
Come gli aveva assicurato Bossi, la strada era
libera, anche se nelle vicinanze erano stati notati
movimenti di alcune bande di giudici, cancellieri e
uscieri della Brigata d’Assalto partigiana “Flores
d’Arcais”.
I preparativi furono frenetici. Le notizie che
venivano dalla linea del Po erano drammatiche. Il
sottile velo difensivo verde-azzurro era stato sopraffatto
dalle ingenti forze alleate. Le avanguardie
della divisione maghrebina “Pusher” e della brigata
peruviana “Badantes” erano alle porte di Lodi.
La sera, una lunga colonna di automezzi prese
lentamente la via del Nord, mentre alcuni gruppi di
finogliani cercarono di sabotare le strade creando
barricate improvvisate per impedirne il transito.
Ma le loro operazioni di disturbo non ottennero
alcun effetto.
Alle prime luci dell’alba la testa del convoglio
giunse nella città lariana. Ad attenderlo, Berlusconi
trovò Calderoli con le sue Camicie Verdi, che lo
avvertì che le strade per la Valtellina erano sicure,
tuttavia, lo avvertì che con il passare delle ore, i
movimenti dei guerriglieri, ringalluzziti dall’avanzata
alleata sul Po, si erano intensificati. Propose
quindi al Capo di partire con un convoglio agile e non
numeroso, mentre il grosso lo avrebbe seguito.
A Cernobbio, Bondi suggerì a Berlusconi di fuggire il Svizzera.
Il confine era a due passi. Ma il lìder
si rifiutò. «Moriremo con i riflettori in faccia o niente!»
Il caos in quei momenti era totale. Le radio e
televisioni, occupate dalle forze finogliane iniziarono a
lanciare proclami asserendo che “il caimano era
fuggito” ma che le forze democratiche e giudiziarie lo
stavano braccando. «Non sfuggirà alla giusta punizione!» Questi
erano gli slogan.
Ma qualcosa, che né Berlusconi né Bossi potevano sapere, stava
accadendo.

10ª puntata

Lungo la stretta strada che costeggia il lago,
Calderoli, nel van blindato insieme ad alcuni ministri di Berlusconi
fu raggiunto da una telefonata sul
satellitare. La comunicazione era disturbata. Riuscì
solo a carpire alcune parole. “Radio Milano Libera…”, “Trieste occupata…”,
“Finoglio sul Piave…”.
Cercò di richiamare il comando nella Valtellina, ma
inutilmente. Riferì a Bondi, alla Brambilla e a Ver-
dini quanto aveva appreso.
«Cosa ci fa Finoglio sul Piave?» chiese ai suoi
amici.
«E chi lo sa?» rispose sconsolato Bondi, immerso
in cupi pensieri. «Forse è andato a prendere dell’acqua con un’ampolla…»
disse la Brambilla sorridendo.
«E Trieste occupata?» chiese Verdini.
«Significa che le forze alleate l’hanno occupata…»
rispose Cicchitto.
«Un momento perché mai Radio Milano Libera
dovrebbe parlare di Trieste “occupata”? Semmai “liberata”…» intervenne Michela
Brambilla. «Forse volevano dire che “qualcuno” l’ha occupata, magari da
oriente?»
«I Russi?!» esclamò Bondi. «Mio Dio! Bisogna
avvertire il Capo!»
La macchina si fermò. La ministra scese e si
precipitò verso la macchina presidenziale.
Il finestrino si abbassò.
«Cosa c’è Michela?»
«Dobbiamo fermarci nel prossimo paese. Dobbiamo collegarci telefonicamente con
la Valtellina. Potrebbero esserci novità, almeno così spero…»
«Va bene, Michela…»
«Papi cosa succede?» chiese una voce femminile
nella macchina.
«Niente cara. Ci fermiamo solo per controllare
alcune notizie…»
Il convoglio fece sosta a Menaggio. Calderoli e i
ministri scesero, recandosi al locale comando della
Guardia Nazionale Repubblicana. Venne loro incontro un tenente che scattò
sugli attenti. Biondo, aitante, aveva una barba rossiccia e portava il
kalashnikov a tracolla. La Brambilla lo avvicinò.
«Possiamo telefonare in Valtellina?»
«Mi dispiace signora. Le linee sono interrotte…»
«Avete una radio per ascoltare le notizie?»
«Certo!»
«Bene allora ci accompagni…»
«Le faccio strada…»
«Come si chiama Tenente?» chiese la donna.
«Alfred…»
«Bene Alfred, vogliamo ascoltare la sedicente
Radio Milano Libera?»
Nella casermetta, una dozzina di camicie verdi
del presidio scattarono sugli attenti.
La Brambilla si avvicinò alla radio e sedendosi su
una sedia accavallò le gambe.
Il tenente non potè fare a meno di guardarle.
La trasmissione iniziò. La voce arrivava lontana
e disturbata.
«Siamo in una posizione infelice per ricevere,
Ministro… Ci sono stati degli attentati ai ripetitori
e…» disse, rivolgendosi alla donna dai rossi capelli
che gli sorrise, avvicinando l’orecchio alla radio.
«bzzz… combattimenti proseguono… bzzz… Maresciallo Finoglio sul Piave…
invasori… dal Brennero truppe… bzzz….»
Seguirono altri mozziconi di appelli.
La donna confabulò con Calderoli, Verdini e
Santanché. I tre uscirono. Sarebbe rimasta ad ascoltare ancora le notizie. Si
rimise a sedere attenta alle
parole che l’apparecchio trasmetteva.
In quell’istante iniziarono musiche e marce partigiane.
«Posso offrirle un caffè?»
«Grazie sì, Tenente… Ci sono partigiani nei dintorni?»
«C’erano. Nel senso che sulle montagne agiva
una banda di “leonkavallini” della brigata “Pisapia”…»
«Agiva?»
«Sì, i miei uomini ed io li abbiamo annientati. Ora
riposano in pace…»
«Complimenti, Tenente…» disse la donna sorseggiando il caffè e guardando
Alfred negli occhi, ammirata.
In quel momento riprese il notiziario.

11a Puntata

La radio iniziò a gracchiare. La rossocrinita ministra ascoltò attentamente, mentre
Alfred le stava vicino. Si capì solo di un “proditorio” attacco dall’Est e di
infiltrazioni di truppe attraverso il Brennero. Nient’altro. Poi lo speaker, con voce
stentorea, annunciò che a Milano, il nuovo Procuratore della Repubblica,
Bokassini, aveva ripreso possesso del Palazzo di Giustizia dove, freneticamente si
stava lavorando per organizzare il processo al “despota” e ai suoi “scherani”. Secondo
l’annunciatore il processo sarebbe stato trasmesso in mondovisione dalla CNN, Al
Jazeera e Sky. Fu poi annunciato l’imminente arrivo del Maresciallo Finoglio e dei suoi
collaboratori. La ministra fece una smorfia, capì che dopo il processo, non ci sarebbe
stato scampo per loro.
«Vogliono ucciderci tutti…» disse guardando l’ufficiale.
«Cosa ve lo fa pensare?» chiese Alfred.
«Hanno eretto in Piazza San Babila una pensilina e vi hanno appeso delle funi…»
«Prima che vi prendano, dovranno passare sui nostri cadaveri!»
«Grazie tenente…» disse la donna guardandolo con aria dolce e triste.
«Devo riferire al Capo le ultime notizie…»
Uscirono nella piazzetta dove erano parcheggiate le macchine.
Berlusconi era sceso a sgranchirsi le gambe.
«Novità?» chiese.
«Pare che dal Brennero e dai confini orientali stiano intervenendo truppe straniere, Silvio…»
«Putin?!»
«Parrebbe di sì… Però ci sono anche notizie poco piacevoli…»
«Cioè?»
«I giudici stanno preparandoci un processo. Verrà trasmesso in Mondovisione dalle tv di Murdoch…»
«Maledetto sia! Mi ha sempre odiato… Non mi prenderanno vivo”!
«Silvio,» intervenne Calderoli, «occorre proseguire verso nord. In Valtellina saremo al sicuro…
Inutile rimanere qui.» Poi rivolto al tenente disse:
«Voi con i vostri uomini andrete in avanscoperta. Se ci saranno problemi ci avvertirete per radio!»
Il tenente e i suoi uomini scattarono sull’attenti
e salirono su due fuoristrada.
«Vengo con voi tenente…» disse la Brambilla imbracciando un kalashnikov.
«Michela, cosa fai?!» le chiese Berlusconi.
«Se devo morire, voglio morire combattendo. Non mi farò mai prendere viva e processare!»
La donna salì sul fuoristrada, mettendosi a sedere accanto ad Alfred.
La vettura partì, seguita a distanza dal corteo di macchine, guidato da un blindato della Brigata
Verde di Gallarate.
Il viaggio prosegui senza problemi fino alle vicinanze di Dongo. Qui il fuoristrada dovette fermarsi.
Alcuni tronchi erano stati messi di traverso sulla strada.
«Presto! Tutti giù!» urlò il tenente proteggendo con il suo corpo la donna.
Si ripararono dietro alcune rocce mentre una
gragnuola di proiettili colpiva la vettura.
«Arrendetevi!» intimò una voce.
«Mai!»
«Volete patteggiare?»
«Sentiamo quali sono le condizioni…» rispose il tenente, ordinando a uno dei suoi di correre
incontro al corteo che li seguiva visto che la radio era rimasta a bordo del fuoristrada colpito.
Due fazzoletti bianchi sventolarono. Alfred si alzò.
«Tenente, potrebbe essere una trappola… Stia attento…» sussurrò Michela.
«Starò attentissimo…»
La donna lo guardò e sorrise.
Dietro la barricata di tronchi vide alcuni partigiani. Uno di loro, portava il copricapo dei giudici con
una stella rossa e con indosso una toga consunta.
Scavalcò i tronchi e si avvicino all’ufficiale.
«Sono il Commissario Giudiziario Pier Ballini delle Stalle della 52ª Brigata “Davigo”. Se ci consegnerete
le armi sarete trattati come prigionieri di guerra secondo la Convenzione di Ginevra…»
disse sfoderando un ghigno inquietante.
«Sono il tenente Alfred Casiraghi, comandante di 28a Compagnia della 16ª Brigata Verde “Sforzesca”. Se ci
consegnerete le armi sarete trattati come traditori e sarete giustiziati mediante fucilazione alle spalle…»
Il Commissario Giudiziario sgranò gli occhi, tramutò il suo ghigno in una smorfia di rabbia e si allontanò imprecando.
Poco dopo iniziò una fitta sparatoria.
Michela guardò Alfred. «Le vostre trattative, a quanto pare, non sono andate a buon fine…»
«Ho chiesto loro di arrendersi e di farsi fucilare…»
La donna iniziò a ridere di gusto, mentre le pallottole laceravano l’aria.

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