Racconti fantastici

La Compagnia dell’Imperatore 12

Un colpo netto della sciabola di Ludwig, fece rotolare
la testa del Capo dell’Arca dell’Alleanza Nazionale di alcuni metri.
«Le promesse le manteniamo sempre…» gli uomini di Franz K e Wolf risero di gusto.
Poi iniziarono le esecuzioni. Trenta forche erano state preparate sui rami di un’enorme quercia.
Calderolo piangeva e si disperava come un bambino. Bruscoloni grazie alle sue conoscenze a Vienna,
arrestato, fu spedito allo Spielberg. I suoi beni furono tutti sequestrati.
Altri invocarono Satana, Astaroth e tutti gli altri demoni.
Poco dopo una trentina di corpi penzolarono tragicamente nel parco della villa.
«Ora andiamo a sistemare quanti più rivoluzionari è possibile,» disse Franz K indicando la borsa con le
liste.
Gli uomini del KGB salirono a cavallo e si diressero verso Milano.
Nei giorni che seguirono, la mattina, lungo le strade della capitale del Lombardo-Veneto, i netturbini
raccolsero decine di corpi di “patriotti” misteriosamente deceduti. Qualcuno parlò di uomini vestiti
di nero che arrivavano all’improvviso di notte nelle case, uccidevano e gettavano i cadaveri dalle
finestre, fuggendo poi nell’oscurità. Un risultato la Compagnia l’aveva raggiunto.
Milano non insorse. Probabilmente per la misteriosa morìa di cospiratori.
La guerra intanto procedeva male. Nonostante il valore dell’Imperial Regio Esercito, la superiorità
franco-piemontese era schiacciante e nonostante la
sostanziale vittoria di Solferino, l’esercito austroungarico dovette ritirarsi nel Quadrilatero.
La Compagnia di Franz K, con 200 cavalieri irregolari,in massima parte veneti e trentini
compì ardite incursioni alle spalle degli invasori.
Famosa rimase la distruzione di una colonna di volontari garibaldini di alcuni centri sociali
piemontesi nei pressi del Lago di Garda. Dei 400 rivoluzionari, se ne salvò solo uno, che
poi, per grazia ricevuta entrò in un convento di frati trappisti.
Qualche giorno dopo, l’Imperatore firmò a Villafranca, l’armistizio con Napoleone III. La Lombardia,
con un plebiscito truffa, fu annessa al Piemonte.
Nella villa di Ercore, un battaglione di carabinieri a cavallo messosi alla ricerca di Bruscoloni, che re
Vittorio Emanuele II voleva decorare, trovò i corpi dei trenta cospiratori impiccati. Il Re, ordinò che sul
luogo fosse innalzata una piramide tronca con dentro
le ossa di quelli che in seguito furono chiamati pomposamente: “I Martiri di Ercore”.
Durante la battaglia di Solferino accadde un fatto degno di essere riportato. Nebbius dopo aver tradito
i compagni, in preda ad un irrefrenabile rimorso rubò alla Compagnia un cavallo. Fu visto galoppare sui
luoghi dove infuriava la battaglia. Impadronitosi di una lancia con uno
stendardo con l’aquila bicipite e di una sciabola si
gettò contro le linee francesi.
L’Imperatore e i suoi ufficiali, dall’alto di una collina osservarono la cavalcata solitaria.
Nebbius arrivò come una furia su una compagnia di fucilieri senegalesi e marocchini, colpendone uno.
Poi fu sommerso dalle truppe coloniali e ucciso.
Cadde con il suo cavallo con la sciabola in mano e il viso rivolto al sole.
Nebbius si era riscattato

Trecento

Agli inizi del 1860, arrivò sul tavolo del colonnello Nowotny un dispaccio segreto da Torino.
Era Halexandra che lo informava intorno a preparativi di sbarco in Sicilia da parte del terrorista
internazionale e pluriomicida Garibaldi.
Lo sbarco sarebbe avvenuto di lì a tre mesi, sotto l’ombrello protettivo della flotta inglese
del Mediterraneo.
Il colonnello Nowotny convocò l’amico e fidatissimo attachè militare all’ambasciata del Regno delle
Due Sicilie, conte Uqbar.
«Caro Conte, ho brutte notizie per voi. Garibaldi con il sostegno piemontese e dell’Inghilterra,
sbarcherà, presumibilmente nel mese maggio, in Sicilia.
Pare che sarà un’ennesima esportazione di democrazia… Le chiamano così le loro imprese piratesche…»
Il Conte, rispose che anche a Napoli erano a conoscenza di piani di invasione, non avendo però
notizie sui tempi. Si lamentò poi che l’esercito borbonico, come la Marina, era pesantemente infiltrata
dai frammassoni, e temeva, quindi, la vittoria dei settari.
Nowotny lo convinse a non cedere al fatalismo, ma a combattere. Lo invitò a costituire delle squadre
segrete, fedelissime al Re, che colpissero nell’ombra i settari.
«Non c’è peggior cosa per un settario che trama nell’ombra che quella di essere colpito nell’ombra…»
disse Nowotny, sorridendo.
E come appoggio alla sua tesi, portò l’esempio della Compagnia Nera, che aveva annichilito, l’anno
precedente, la rete settaria nel Lombardo-Veneto. «Se volete il nostro appoggio, la 17ª Compagnia è
a vostra disposizione…»
Il Conte Uqbar, solleticato da quella proposta, disse che ci avrebbe pensato e che avrebbe contattato
alcuni ufficiali fedelissimi alla monarchia. Nowotny, lesse a Uqbar anche un dispaccio segretissimo inviato
da Halexandra da Torino.
Si parlava del Generale Landi, comandante dell’Esercito Borbonico in Sicilia come di un fidato
“fratello” che avrebbe opposta una tenue resistenza agli invasori, ritirandosi dopo una scaramuccia e
lasciando la Sicilia Occidentale nelle mani dei garibaldesi e dei mafiosi. Uqbar, lasciò Nowotny, convinto
che l’unica cosa da fare era quella che il colonnello del KGB gli aveva
consigliato.
«Ai primi di Aprile,» disse il nobile duosiciliano, al capo del KGB nel secondo colloquio che ebbero,
«ritornerò in patria. Andrò in Sicilia, dove mio cugino, il barone Akritas, comandante di un Battaglione
di Dragoni Reali, mi attende. Colonnello, mandatemi anche la vostra Compagnia Nera. Sotto copertura,
s’intende. Fate passare i vostri uomini come commercianti, turisti, archeologi, o quello che diavolo volete.
Ma li voglio accanto a me.»
«Sarà fatto. Ho anche il benestare dell’Imperato- re. È molto preoccupato per questa azione piratesca
che metterà in forse gli equilibri nel Mediterraneo a favore dell’Inghilterra.»

Il 4 maggio 1860, da Torino Halexandra inviò un dispaccio in codice: “La merce parte stanotte!”
Era il segnale che Garibaldi e i mille mercenari al servizio della Rivoluzione mondialista, sarebbero
partiti.
In Sicilia intanto, da una settimana, la 17ª Compagnia, forte di cento uomini, era stata ospitata in
alcune masserie del Duca di Palermo, nelle campagne del trapanese.
L’11 maggio, furono raggiunti dal battaglione dei Dragoni Reali di Akritas e Uqbar, che all’insaputa
del generale Landi, che aveva loro ordinato di non uscire dagli alloggiamenti, avevano abbandonato le
loro caserme e si erano diretti verso Marsala, in gran segreto, marciando di notte.
Lo stesso giorno i Mille di Garibaldi sbarcarono a Marsala, protetti dalla flotta inglese.
Le formazioni di Uqbar, Akritas e Franz K seguirono la marcia dei rivoluzionari, tenendosi a distanza
e controllando con pattuglie veloci tutti i movimenti degli invasori. Il 15, ci fu il primo scontro con i
borbonici. I dragoni e i cavalieri della Compagnia seguirono
lo scontro al riparo di un bosco. Osservarono come il generale Landi avesse opposto una debole difesa e
poi si fosse ritirato precipitosamente senza alcuna ragione.
«Traditore, fetuso!» sibilò Akritas.
«Tutti a cavallo!» ordinò il conte Uqbar.
Duecento Dragoni nelle loro candide divise bianche salirono a cavallo, seguiti dai cavalieri della 17ª
Compagnia Nera degli Ussari della Morte, sui cui elmi neri e d’argento, spiccava il teschio con le tibie
incrociate.

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