Racconti fantastici

La Compagnia dell’Imperatore

Fortezza di Khust Transcarpazia, Febbraio 1859


In quella fredda mattina di febbraio, Franz, guardava dal suo ufficio-comando i suoi uomini che, nel cortile della fortezza di punizione, erano intenti alla deprimente routine dei lavori di guarnigione.
Una bella squadra di teste calde, finite lì per aver “macchiato” il loro onore
di ufficiali con abusi o con azioni contrarie al codice militare:

Markus, un coraggioso capitano del Kaiserjaeger: aveva ucciso due borghesi che avevano sparlato in pubblico dell’Imperatrice;

  • Ludwig, anche lui tenente dei Kaiserjaeger: aveva ucciso in duello un politico che aveva osato parlar male dell’Imperatore;
  • Half, Franjo, Frank e Hamer: ufficiali di Cavalleria del Reggimento Ulani “Maria Theresa”: colpevoli di aver teso un’imboscata ad un gruppo di “patrioti” polacchi e di averli uccisi dopo che si erano arresi;
  • Klaus, tenente dei Dragoni: colpevole di aver guidato una “spedizione punitiva” in un circolo liberale a Budapest;
  • Gert e Max; ufficiali del Reggimento di Cavalleria “Radetzky”: colpevoli di aver malmenato tre studenti liberali, poi deceduti
  • in ospedale per le ferite riportate;
  • — infine Lukas e Hans, ufficiali del Reggimento Cavalleria
  • “Granduca Leopoldo di Lorena”: accusati di aver ucciso sempre in duello due funzionari in odore di frammassoneria.
  • Pur avendo tutti agito per fedeltà nei riguardi dell’Impero, si erano resi colpevoli, secondo le leggi e il Tribunale Militare, di aver disonorato la divisa che portavano, facendosi giustizia da soli. Erano stati tutti condannati a cinque anni di fortezza, ed erano stati degradati a soldati semplici.
  • La guardia sul muro di cinta, catturò l’attenzione di Franz. Stava dicendo qualcosa all’ufficiale di giornata. Indicava una figura nella
  • neve che stava avanzando lentamente verso la fortezza.
  • Il comandante prese il cannocchiale e lo avvicinò alla finestra. Era un uomo a cavallo.
  • Probabilmente un messo. Era raro in quella fortezza dimenticata da Dio e dagli uomini, ricevere messaggeri.
  • Franz si accomodò sulla poltrona vicino al caminetto e si accese un sigaro. Quasi ipnotizzato dalle fiamme, si scordò del messo e, fissando il fuoco, fu assalito dai ricordi.
  • Il suo pensiero ripercorreva le gioiose giornate trascorse a Vienna e poi Budapest; i balli e i corteggiamenti, i camerati del Reggimento della Guardia Imperiale, e maledì il giorno in cui, ebbe la malaugurata idea di sfidare a duello il conte Zarkozsy, un liberale molto potente a corte,
  • uccidendolo con un colpo alla gola.
  • Il pensiero tornò al processo e alla condanna. Fortunatamente, grazie alla sua brillante carriera, aveva mantenuto il grado, ma cinque anni di fortezza di punizione da passare lontano dalla vita spumeggiante delle capitali dell’Impero, erano per lui un peso intollerabile.
  • Senti bussare alla porta. Era un soldato che gli annunciò l’arrivo di un messaggero.
  • Franz fece cenno di farlo entrare. Si accomodò la giacca e si sedette dietro la scrivania.
  • Il militare si mise sugli attenti e gli consegnò un plico sigillato con la ceralacca. Il capitano, ordinò al suo attendente di procurare un alloggio e un pasto caldo al messo. Poi, rimessosi sulla poltrona davanti al camino, aprì la busta e cominciò a leggere.
  • Dentro il plico vi era una lettera. La carta intestata faceva riferimento al KGB: KaiserGeheimBuro, il misterioso Ufficio Segreto Imperiale, di cui aveva sentito parlare a Vienna. Su un lato della lettera c’era scritto: “Segretissimo. Da consegnare personalmente al Barone Franz von F.”
  • La cosa stupì l’ufficiale, che continuò a leggere: “La S.V. È convocata per urgentissime comunicazioni, insieme ai nominativi allegati, per il giorno
  • 27 febbraio nel Castello di Pichlarn a Irdning, nei pressi di Graz.
    Firmato
    Colonnello Friedrich Hans von Nowotny”.

Seguivano i nomi degli undici ex-ufficiali della Compagnia di Punizione.
Allegato, Franz trovò un salvacondotto imperiale per lui e per i suoi uomini che avrebbe dovuto esibire al comandante della fortezza.
L’ufficiale fece chiamare a rapporto gli uomini della lista. Espose succintamente la richiesta del colonnello Von Nowotny e ordinò loro di prepararsi:
«Domani mattina, alle 8, partiamo alla volta del castello di Pichlarn. Potete andare.»

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Capitolo 2

Il mattino seguente la Compagnia di punizione si mise in cammino verso ovest. Il 26 febbraio giunse a Graz, dove secondo le indicazioni contenute nelle istruzioni che Franz K. aveva letto e poi distrutto, presero alloggio, in abiti borghesi, in un alberghetto.
Passarono la giornata in camera e la sera cenarono in un grazioso ristorante: “Al Leon d’Oro”, dove si spesero in fantasiose congetture sulla loro misteriosa convocazione.Il comandante Franz K. tagliò corto:
«Inutile fantasticare. Domani sapremo tutto. Ora torniamo in albergo.»
La sera del giorno successivo, alle 18, due carrozze vennero a prelevarli e per portarli al Pichlarnschloss.
Furono fatti entrare in un ampio ingresso, dove un uomo in borghese raccolse i loro soprabiti; quindi furono introdotti in una grande sala, illuminata dai bagliori di un caminetto acceso e dalle tenui
luci di alcuni candelabri.
Nella penombra, seduta su una poltrona, una giovane donna, elegantemente vestita. Una veletta le nascondeva il volto, non tanto da non mostrare i bei lineamenti aristocratici. Aveva i capelli
biondi raccolti a chignon.
Franz K. le si avvicinò e con un inchino si presentò. Poi, uno ad uno presentò i suoi uomini.
La dama, guardando negli occhi l’ufficiale, sussurrò alcune parole: «Sono la Contessa Halexandra Orsenigo-Giesler…»
In quello stesso istante entrò un uomo, vestito di nero, accompagnato da due attendenti.
«Signori, prego, accomodatevi. Sono il Colonnello von Nowotny… Bene. Vedo che vi siete già presentati con la Contessina.»
Il colonnello si sedette dietro ad una ampia scrivania e si fece consegnare dai due uomini che erano entrati con lui, 12 cartelle in pelle. Su ognuna di esse c’era un nome. Nowotny cominciò a leggere sbrigativamente i dossier, poi, giunto all’ultimo, alzando gli occhi fissò Franz K.
«L’uccisione in duello del conte Zarkozsy non è stata gradita in alcuni ambienti di corte, capitano Franz K!»
«Era un liberale e un framassone!» rispose il comandante della Compagnia.
«Lo so, lo so. Per questo c’è molta gente che le è grata, altra invece, no… Come voi saprete il veleno settario si è insinuato anche a Corte. I liberali e i democratici ci legano le mani. La stampa ci controlla. La nostra
capacità di intervenire è limitata. La guerra rivoluzionaria scatenata dalle centrali massoniche usa contro di noi qualsiasi arma; noi contro di loro possiamo usare solo il fioretto…
Ma l’Imperatore è preoccupato. Confidandosi mi ha chiesto come poter correggere queste nostre debolezze.
Gli ho detto che potevamo rispondere alla guerra rivoluzionaria solo con la guerra contro-rivoluzionaria, usando cioè le loro stesse armi. Sulle prime al Kaiser ripugnava ricorrere a mezzi subdoli e illegali, ma poi si è convinto. L’Imperatore mi ha conferito carta bianca. Il mio ufficio dipende
direttamente da Sua Maestà. Quindi tutto ciò che faccio e farò va al di sopra di ogni controllo istituzionale.
Dopo l’Imperatore vengo io.
«Per attuare questa nuova strategia ho pensato ad uomini fidatissimi e pronti a tutto. Ecco perché vi ho convocati. Sappiate che la Francia entrerà in guerra insieme al Piemonte contro di noi verso la metà dell’anno, invadendo il Lombardo-Veneto. Sappiamo che in Lombardia qualcuno sta lavorando per creare una rete fittissima di agenti provocatori, sabotatori e informatori che dovrà facilitare l’invasione. Vostro compito e quello della Contessina Halexandra, sarà quello di indagare, procurare
notizie e poi colpire inesorabilmente questa organizzazione sovversiva. Il piano è questo…» dette queste parole, Von Nowotny apri una cartella di pelle rossa.

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Capitolo 3

l Piano

Il capo del KGB iniziò a parlare: «Abbiamo intercettato un dispaccio segreto proveniente dall’Ispettorato della Imperial Regia Polizia di Milano con il quale si chiede l’allontanamento di dodici funzionari, come dire?, troppo curiosi e zelanti.

Questo messaggio è stato inviato al Barone Rudolf von Altheim, responsabile del Personale dell’IRP, che noi sospettiamo essere un settario.
In questo dispaccio si richiede l’invio di dodici nuovi funzionari, più, diciamo… “fraterni”.
Così è scritto, mi capite, vero? Dunque, ho pensato di assecondare i desideri del Vice Capo della Polizia che ha fatto questa richiesta. Naturalmente al posto di questi funzionari “fraterni” e amici, andrete voi. Prenderete le loro identità e il loro posto e indagherete sul Vice Capo e sulla rete sovversiva»
«Ma se qualcuno a Milano conosce questi funzionari?» chiese Franz K. «Niente paura: nessuno li conosce.

Non sono mai stati nel Lombardo-Veneto e poi, da un paio di giorni, una serie di tragiche fatalità ha voluto che, sia il Barone Altheim, sia i dodici funzionari “fraterni”, siano rimasti vittime di incidenti di caccia e di altre disavventure, ahimè, mortali… Viviamo tempi crudeli. La notizia della morte dei dodici è stata tenuta segreta.» disse Nowotny, sorridendo.
«Ovviamente il Barone von Altheim, prima del triste incidente che ci ha privato della sua presenza, ha fatto a tempo a rispondere e a dare il suo benestare all’invio dei dodici poliziotti… “fraterni”.

Voi, per il momento rimarrete nel castello. Seguirete un corso speciale di infiltrazione; studierete i rituali e i salamelecchi della frammassoneria; e infine sarete inviati a Milano dove i “fratelli” vi attendono con ansia.
«La Contessina Halexandra, una delle mie più brillanti collaboratrici -la dama accennò ad un sorriso- partirà invece subito. Avrà il compito di carpire informazioni nell’alta società milanese.
A Milano farete riferimento a un mio uomo: “Wolf”. Sarà lui a contattarvi. Ha messo su una bella squadra di controrivoluzionari e fedeli sudditi dell’Imperatore. Gente tosta come voi e che non vede l’ora di mettere
le mani sui settari rivoluzionari. È tutto. Domande?»
«Nessuna, Colonnello. Contate su di noi!» disse Franz K.
Trascorsa la settimana del corso intensivo, i dodici uomini della Compagnia di Punizione, dotati di nuove identità, credenziali ineccepibili e di una certa fama di “liberali”, partirono alla volta della capitale
del Lombardo-Veneto.
L’Ispettorato della Imperial Regia Polizia (IRP) era comandato nominalmente da un vecchio generale austriaco, ma data l’età avanzata, aveva di fatto delegato i poteri al Vice Capo.
Un uomo che i dodici nuovi funzionari incontrarono al loro arrivo. Si presentò loro con un fare ridanciano che urtò molto gli
uomini di Franz K. Era un lombardo, alto e con la faccia rubiconda. Li salutò, ridendo.
«Sono il Vice-Capo Ugoberto Calderolo e sono felicissimo di accogliervi a Milano. Amici a Vienna mi hanno parlato molto bene di voi…» disse ammiccando.
«Avevamo bisogno di gente nuova! Ho saputo della terribile disgrazia accaduta al Barone von Altheim, durante la battuta di caccia. Che fine terribile. Una perdita immensa…»
«Sì, una perdita enorme,» rispose Franz K, fingendo costernazione.
«Già» disse Calderolo, incupendosi. «Una perdita che non gioverà al vento delle riforme che spira in Lombardia e in tutto il Nord. Un vero peccato. Comunque prima di morire mi ha parlato di voi…» e strizzò l’occhio.
«Orsù. Ora ora prendete possesso dei vostri alloggiamenti e poi sarete tutti miei ospiti.
Vi porterò a mangiare in una tipica trattoria dove potrete gustare la cucina lombarda…»
Gli uomini dopo aver posato i bagagli nella caserma, lo seguirono. Entrarono in una taverna nei pressi di Porta Venezia chiamata “Dal Carbonaro”.
Franz K. e gli altri osservarono gli avventori: studenti, quarantottini, rivoluzionari, sfaccendati, facce patibolari: la feccia e la “mala” della città pareva essersi data appuntamento nel locale.
«Qui si mangia divinamente!» disse, ridendo, Calderolo. «Pare un posto equivoco, ma in realtà è frequentato dalla miglior società…»
Il gruppo si sedette a un grande tavolo e l’oste corse a chiedere cosa desiderassero.
A metà del pranzo entrò nella taverna un ometto, circondato da una dozzina di uomini, probabilmente guardie del corpo e uno stuolo di belle ragazze e strani personaggi. Vide Calderolo e gli andò incontro abbracciandolo.
«Permettete che vi presenti il mio grande amico Silvan Bruscoloni!»

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4


Il nuovo venuto sfoderò un irritante sorriso a settantadue denti. Salutò tutti con ampi gesti delle mani e iniziò a parlare di se stesso, della sua ricchezza e a raccontare insulse barzellette, accolte dalle grandi risate di Calderolo e degli avventori.
Una di queste, era palesemente offensiva nei riguardi dell’Imperatore. Ludwig, tentò di scattare, pronto a scagliarsi addosso al Bruscoloni. Fortunatamente, Klaus e Franz K. lo bloccarono per tempo.
«Vuoi rovinare tutto?» gli sussurrò Franz K.
Ludwig riprese il controllo di se stesso e si calmò.
Calderolo ordinò per tutti, spaghetti alla carbonara, calcando il tono della voce su “carbonara” e dando di gomito a Bruscoloni, che scoppiò in una risata, imitato da tutto il suo seguito di guardie del
corpo, nani e veline. Al termine del pranzo, l’imprenditore, seguito dalla scorta e dal codazzo, lasciò la taverna, non senza aver prima invitato Franz K. e i suoi uomini ad una festa nella sua villa di Ercore.
Salutati tutti con ampi sorrisi e pacche sulle spalle, se ne andò salendo su una carrozza blindata.
Calderolo, raccontò ai suoi ospiti che Silvan era l’uomo più ricco del Lombardo-Veneto e dell’Impero.
Possedeva case editrici, le più importanti gazzette, teatri, locali, caffè, negozi. ” Un vero nababbo.
Ma anche un uomo generoso. Anzi” , disse strizzando l’occhio
«un vero… fratello… Ahahahah!
Pensate che un giorno, io e la mia associazione eravamo al verde. Arrivò lui e ci fece un prestito di 70
milioni di talleri…»
Poi Calderolo, fra un bicchiere di vino e l’altro si fece più serio. Disse che era necessario un cambiamento,
che urgevano delle riforme e soprattutto che il Lombardo-Veneto necessitava dell’indipendenza dal potere centralista di Vienna. Terminati i discorsi seri riprese a ridere e, con somma sorpresa dei presenti,
si sganciò la giacca, si sbottonò la camicia e dopo averla aperta sul petto, ridendo sgangheratamente mostrò la maglietta, sulla quale, c’erano una serie di volgari vignette raffiguranti l’Imperatore Anche gli altri avventori iniziarono a ridere sguaiatamente. Gli uomini della Compagnia avrebbero voluto estrarre le pistole e fare a pezzi Calderolo e i clienti, ma si contennero, unendosi alle risate generali.
Il giorno seguente Wolf prese contatto con gli uomini della Compagnia. Disse che la sua squadra stava lavorando alacremente e che era riuscito a infiltrare due suoi agenti, Kalas, un galiziano che si spacciava per un disertore e tale Agape, una popolana controrivoluzionaria che si era creata una nomea di rivoluzionaria e anti-asburgica. Il primo era entrato in contatto con gli studenti rivoluzionari e con alcuni circoli della sinistra antagonista garibaldina che gravitavano intorno ad alcuni centri sociali
della periferia cittadina. Agape era riuscita a entrare in una cellula sovversiva clandestina libertaria.
Da parte sua Franz K., consegnò a Wolf, il primo rapporto, con notizie sul tradimento di Calderolo e sull’imprenditore Bruscoloni. Al termine i due si salutarono, dandosi appuntamento per la settimana successiva. Due giorni dopo la Compagnia ricevette l’invito di Bruscoloni per la cena nella sua
mega-villa ad Ercore. A portare gli inviti fu il tuttofare Emilio Fidelio che promise agli uomini una “cena simpatica” e una serata indimenticabile. Appuntamento alle ore 21.00.

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5

Festa nella Villa di  Bruscoloni

Al loro arrivo alla villa, gli uomini della Compagnia furono accolti dal padrone di casa e da Calderolo con grandi sorrisi e pacche sulle spalle, che irritarono non poco gli uomini che però si trattennero dal darlo a vedere.
«Ed ora, prima del piacere, il dovere. Avete portato l’occorrente?» chiese Bruscoloni.
«Certo!» rispose Franz K.
Gli ospiti furono fatti entrare dentro l’anticamera di quello che, almeno dai simboli sull’architrave, sembrava essere un “tempio”.
Dalle loro borse estrassero cappucci, grembiulini, guanti e spadino, e si acconciarono come perfetti frammassoni. Anche Calderolo e Bruscoloni si vestirono da “fratelli”. Furono introdotti nella loggia.
L’oratore del Tempio dette loro il benvenuto e i presenti batterono gli spadini sulla tavola. Franz K. contò una trentina di massoni.
L’oratore dette l’inizio ai lavori: « Cari Fratelli, fra tre mesi, le truppe franco-piemontesi entreranno nelle nostre terre, ottenebrate dalla tirannia e dalla superstizione ad esportare la democrazia e a
liberarci. Migliaia di Fratelli stanno lavorando alacremente a questa epifania della Libertà. In totale le officine massoniche e carbonare contano 666 adepti-cavalieri pronti alla lotta e divisi in compagnie di informatori, infiltrati e sabotatori. Oltre a loro contiamo sui Fratelli nella Polizia agli ordini del Cavaliere di Kadosh, Calderolo e sui dodici nuovi Fratelli giunti da Vienna.»
L’oratore terminò i lavori leggendo gli auguri del misterioso capo della cospirazione “Aspide” e augurando il trionfo della Luce sulle Tenebre.
Quando ebbe finito di parlare, i frammassoni si tolsero i cappucci e si fecero intorno ai nuovi venuti.
Per primo fu loro presentato Gianfino Gianfinoglio, capo dell’Arca dell’Alleanza Nazionale. Uno spilungone dai modi arroganti e boriosi che suscitò l’immediata antipatia degli uomini della Compagnia. Chiese notizie
sulla situazione dei fratelli dalmato-istriani, augurandosi una guerra per liberarli dal giogo austriaco.
«Veramente,» scappò detto a Hamer «i fratelli giuliano-dalmati stanno benissimo…»
L’uomo lo squadrò gelidamente.
Intervenne Half che spiegò: «Il fratello Hamer intendeva che stanno benissimo e sono prontissimi a sollevarsi contro la tirannia…»
«Ah… Bene.!» rispose lo spilungone abbozzando un gelido sorriso.
Seguì un romano, basso, stempiato e grasso con i baffi che sussurrò loro: «Embe’! Je la famo! Se po’ fa’!»
Fu poi la volta di Donis Verdinis, uno dei capi dell’associazione segreta “Forza Italia”, particolarmente forte fra la borghesia del Lombardo-Veneto.
Half, con falsa ingenuità, chiese chi fosse il capo di “Forza Italia”.
«Ma è Bruscoloni!» rispose ridendo Calderolo
Infine fu presentato un avvocato. Un tipo dallo sguardo stupito. Tale Pisapippo, accreditato come uno dei capi dell’antagonismo sociale lombardo in combutta con i circoli garibaldini clandestini.

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2 Comments

  1. Occhio al titolo del capitolo 5!
    Krampus fà le pentole ma non i coperchi…
    Alfio sei grande!!

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