Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro. Fine

Il Matrimonio di Totila

Dopo la vittoria, finalmente i primi giorni di maggio, Totila ebbe la licenza che tanto attendeva.
Prese un aereo e atterrò a Stoccolma. Qui, una motovedetta della Marina Confederata lo portò sull’isola.
Dopo essere sbarcato con alcuni suoi aiutanti, si diresse verso il castello.
Agnetha non c’era.
Una attendente della ragazza, disse a Totila che l’avrebbe trovata sulla riva del mare.
“Tutti giorni è lì ad attendere il suo ritorno, Comandante…”, disse la donna. L’uomo si affacciò ad
una finestra , e la vide seduta sulla spiaggia che guardava lontano. Intorno a lei saltellava la gattina
Pippina.
Il vento dell’Est giocava con i suoi biondi capelli che si stagliavano come fili d’oro contro l’azzurro
profondo del cielo. L’ uomo scese di corsa le scale e corse verso il mare.
La ragazza, quasi presentendo la sua presenza si voltò di scatto. Sì alzò e corse verso di lui..
I due non dissero una parola. Le loro bocche si cercarono avidamente.
“Ora sono qui per sempre”, le disse, e preso dalla tasca un cofanetto di velluto nero,
le mostrò un anello con uno zaffiro tempestato di brillanti.
“Mi vuoi sposare?” le chiese.
Agnetha con le lacrime agli occhi gli sussurò “Sì…”.
“Allora non perdiamo tempo. Vai a vestirti. Nella cappella c’è un sacerdote che ci aspetta e
con me sono arrivati anche Frida e Max. Ci faranno da testimoni!” disse Totila.
“Ma… ma… non ho l’abito da sposa!”, disse Agnetha preoccupata.
” Ho pensato a tutto io”, rispose l’etno.
I due, mano nella mano si avviarono verso il castello. Seguiti dalla gattina che li precedeva
correndo e poi tornando verso di loro. Nella camera della ragazza, c’era una decina fra sarte e
acconciatori e diversi vestiti da scegliere.
“Ti do’ un’ora di tempo. Se fra un’ora non sarai fuori, me ne andrò”, le disse, ridendo, Totila.
“Fra dieci minuti sarò da te!”, rispose emozionatissima Agnetha.
L‘etno scese al piano terra dove Frida e Max si erano seduti su un morbido divano in pelle nera.
“Mi ha detto che fra dieci minuti sarà pronta…”, disse Totila.
” Anche Frida disse la stessa cosa prima del nostro matrimonio. Due ore ho aspettato!” disse ridendo
l’amico.

Dopo un’ora Agnetha uscì dalla camera. Era bellissima. L’abito bianco di seta lungo le fasciava le
splendide forme. Sui capelli una spendida ghirlanda di fiori bianchi. Incedeva con passo talmente leggero,
che pareva quasi non toccasse terra. Totila la guardò incantato.
Si diresse verso Frida e Max, baciandoli. Anche loro le fecero i loro complimenti. Poi prese il braccio
di Totila ed insieme si avviarono verso la cappella.
Dentro, due attendenti del comandante, chiusero la porta. La cerimonia fu abbastanza breve.
Dopo le formule di rito, lo scambio degli anelli e la benedizione, i due sposi si baciarono. Poi si
diressero verso l’uscita accompagnati dai due testimoni. Aperta la porta una cascata di petali di rosa
li accolse. Ai lati la Compagnia di Ferro
schierata in alta uniforme e con le spade sguainate che formavano una galleria,li accolse con un
“Hurrah!”. Sul piazzale un centinaio di invitati andarono incontro agli sposi applaudendo.
Agnetha era raggiante. La sorpresa era stata totale.
“Lo sai, amore mio, che l’arma segreta della Compagnia è la sorpresa…”, sorrise Totila.
Il corteo nuziale si diresse verso il grande parco, dove uno stuolo di inservienti aveva
apparecchiato le grandi tavole per il banchetto all’aperto.
Nel cielo volteggiarono alcuni grossi elicotteri che atterrarono poco lontano.
Da uno di essi, Scese il Segretario Generale del Praesidium Supremo Vladimir Vutin. Si diresse
verso la sposa e le baciò la mano. E rivolto a Totila disse: “Non potevo mancare al vostro matrimonio, Comandante!.
La festa durò tre giorni, fra balli, canti, fuochi d’artificio e banchetti.
Poi gli amici se ne andarono. Totila ed Agnetha rimasero soli nel loro castello.
A fare loro compagnia il mare, la sabbia dorata, il vento dell’Est e il loro amore.

Dopo aver concluso il ciclo, con l’ultimo Gran Maestro, La Compagnia si ritrovò per l’ultima volta
nella grande sala in pietra dalle volte ad ogiva del Castello neo-gotico di Rastenburg.
Il Gran Maestro Jena sciolse la Compagnia. Da quel giorno ognuno dei Cavalieri si sarebbe ritirato
nel proprio, lontano e misterioso feudo. Nella sala una grande emozione attanagliava gli etno;
ma ognuno di loro era consapevole che la loro missione era finita. Nei dodici anni trascorsi la
pace, la bellezza e l’armonia regnarono nella Confederazione. Il Male era stato incatenato alle
rocce degli Inferi e per molto tempo non si sarebbe liberato. Furono nominati per cooptazione 12 nuovi
Cavalieri che avrebbero vigilato sulla Pace per 12 anni:

Durante la solenne cerimonia la Compagnia consegnò la propria Croce Pour le Mérite ottenuta al termine
della guerra di liberazione ai nuovi Cavalieri, quale simbolo di continuità, fedeltà e di onore.
“Questa Croce – disse Jena – vi accompagni sempre nelle decisioni difficili. Onoratela sempre!”.
Il rito della consegna avvenne in un’atmosfera di grande commozione. I nuovi 12 Cavalieri giurarono
sul Vangelo e all’unisono gridarono:”Onore e Tradizione!” Poi, baciarono la bandiera della Compagnia.
terminata la cerimonia dell’investitura gli ex Grandi Maestri, uscendo dal castello ricevettero
l’onore delle armi da parte di un picchetto scelto dell’esercito confederato. Poi a piedi si diressero
verso i resti del grande bunker che 12 anni prima li aveva ospitati per una notte. Soviet toccò le mura,
come si tocca una reliquia.
Gli etno salirono in groppa a dodici cavalli bianchi e si diressero al galoppo verso il sentiero che li
avrebbe condotti fuori dalla foresta. Giunti nei pressi di una radura baciata dal sole, Max si fermò e
guardò per l’ultima volta i suoi camerati. Calde lacrime scendevano dai loro occhi.
” Addio, fratelli! Addio cari camerati! Per me è stato un onore vivere questa impresa insieme a voi.
Ringrazio Dio di avermi concesso questo privilegio e per la spendida avventura che mi ha donato e
ci ha donato!”
Gli uomini scesero da cavallo e si abbracciarono per l’ultima volta. Poi, una volta risaliti a
cavallo di divisero in tutte le direzioni: ad est, ad Ovest, a Nord e a Sud.

Fu da quel giorno, quando nelle contrade della Confederazione si sparse la voce che la Compagnia
di Ferro si era sciolta, che iniziarono a nascere le prime leggende.
Ci fu chi giurò di aver visto dodici cavalieri cavalcare biondi destrieri nelle foreste della
Turingia o delle Ardenne; chi sosteneva di aver visto, nelle notti di luna piena la Compagnia
al galoppo lungo bianchi sentieri che dal nord Italia portavano al Mar Baltico.

Finis

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