Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 26a Puntata

La via di Fuga e il Comitato di Salute Pubblica.

In quel momento da un corridoio laterale, probabilmente uscito da una porta, Totila
vide uscire un africano con le mani alzate.
Green, stava per sparargli, quando Max lo fermò.
“Chi sei?!” gli chiese.
” Posso aiutarvi ad uscire di qui”, disse l’africano.” Vi chiedo solo grazia”.
Green abbassò l’AK.
Max lo invitò a parlare.
“Conosco un passaggio che porta nella rete fognaria. Da lì potrete raggiungere la salvezza.
Vi chiedo solo di portarmi con voi”.
“Perché vuoi allontanarti dai multietnici? E perché vuoi venire con noi?”, chiese Guelfo Nero.
L’uomo succintamente raccontò la sua storia. Disse che era stato costretto a venire dall’Africa
con la sua giovane moglie. Poi una volta arrivato in Francia era stato costretto dall’ordinanza sulla
Razza Unica del GoMo a separsi dalla sua donna , che fu data ad un bianco e costretto
a vivere con una bianca.
“Ma io non riuscivo a vivere senza di lei ed ero disperato. Volevo tornarmene nella mia terra
con lei; ma i Multietnici, prima mi hanno imprigionato e poi mi hanno destinato a
lavorare nelle fogne di Parigi.
Vi chiedo solo, quando avrete liberato la vostra terra, la grazia di aiutarmi,
a ritrovare la mia sposa e farci tornare dove siamo nati”.
Il racconto commosse la Compagnia.
Max abbracciò Maurice , questo era il suo nome, e gli promise, che avrebbero fatto tutto il possibile
per rintracciare la sua sposa.
Il nero, rincuorato, disse: “Seguitemi!”.
Fuori gli scoppi aumentarono d’intensità.
“Sbrighiamoci! Fra poco arriveranno qui!”.
Max fece chiudere la pesante grata di ferro
che chiudeva il corridoio delle celle e invitò i prigionieri liberati a seguire Maurice.
Mandò Totila e Soviet (insieme ad Agnetha, che non volle separarsi dal suo amato)
a sistemare alcune trappole esplosive per ritardare l’ingresso dei Multietnici una volta
che fossero riusciti ad abbattere la pesante inferriata.
Maurice entrò in una grande stanza. Da una cassapanca invitò i prigionieri e
gli etno a prendere le torce che ivi erano contenute, poi spostò un armadio: nascosta,
vi era una porta di ferro che aprì. Accese la torcia e fece cenno ai prigionieri di seguirlo.
Max attese che l’ultimo prigioniero fosse passato. Poi chiamò Totila Soviet e Agnetha.
I due etno chiusero la porta ed entrarono, dopo aver rimesso alla parete, non senza
difficoltà, l’armadio che nascondeva il passaggio segreto.
Anche qui i componenti della Compagnia piazzarono delle trappole esplosive.
Poi, seguendo un corridoio giunsero ad una scalinata che portava in basso.
Al termine c’era una grata, che Maurice aprì, e che conduceva nella
immensa e misteriosa rete sotterranea di Parigi.
Ora Totila poté finalmente scambiare due parole con Agnetha.
Tenendola stretta a sé le disse: ” Eravamo in pensiero per voi.
Temevamo che quei bastardi avessero potuto farvi del male…”
“Siamo state fortunate. Dopo essere state catturate, siamo stati tutti condotti in una casa.
Lì è venuto un reparto di mondialisti gay (e sorrise) a prelevarci e a condurci alla Conciergerie.
Qui ci hanno subito gettati in una cella. I guardiani erano strafatti di alcol e droghe, non si
sono curati di noi. Comunque avevano l’ordine di tenerci in vita per la festa della
ghigliottina che sarebbe iniziata fra due giorni…”, disse Agnetha.
“Sono contento di essere arrivato in tempo a salvare la tua bella testolina”, disse
ridendo Totila.
“Ti sbagli. La mia ‘testolina’ l’ho già persa tanto tempo fa. Quando ti ho conosciuto,
amore…” rispose la ragazza, guardandolo dolcemente.
L’etno, intenerito e felice , la baciò.
“Ti pare questo il momento e il luogo di tubare?” disse ridendo Soviet.
Più avanti, i due etno videro la Compagnia fermarsi insieme ai prigionieri ad un crocicchio.
Maurice stava dicendo qualcosa a Max.

l’Hotel de Ville

La “guida”, stava spiegando agli etno che in quel momento erano sopra l’Hotel de Ville,
sede del Comitato di Salute Pubblica.
” Vorresti dire che qui sopra si riuniscono ‘Robespierre’, ‘Marat’ e ‘Danton’ ?”, chiese Max.
“Sì”, rispose l’uomo, e indicando una grata che chiudeva un passaggio disse: “Attraverso quel corridoio
si accede alle cantine. Un’altra scalinata, porta ad un corridoio in fondo al quale c’è una porta segreta
che si apre nella Sala delle Riunioni del Comitato. E’ un passaggio segreto costruito durante il Terrore
che sarebbe dovuto servire ai capi giacobini come via di fuga. Solo io e pochissimi altri lo conosciamo.
Abbiamo lavorato per sei mesi per restaurarlo…”
Max ordinò a Maurice di disegnare su una carta il percorso per arrivare alla Sala. Poi fece disegnare
una piantina per la via di fuga attraverso le fogne.
Disse a Frida di seguire Maurice e di portare i prigionieri in salvo. La Compagnia aveva una gran voglia
di fare una capatina ai tre “rivoluzionari”.
Agnetha alla proposta di Max, fece il diavolo a quattro, volevano restare con il suo uomo. Ci volle tutta
la pazienza di Frida per convincerla a rientrare nelle linee amiche.
Totila la calmò, dicendole che avrebbero passato il resto della giornata e il giorno successivo insieme.
Maurice, nel frattempo con il suo passepartout, aveva aperto il cancello di ferro. Ricordò agli etno il
percorso che dovevano fare e poi sparì con gli altri, negli oscuri cunicoli sotterranei.

La Compagnia salì gli scalini umidi che portavano all’Hotel; forzarono la porta che era ostruita da
un pesante armadio e penetrarono nelle cantine. Seguendo le indicazioni di Maurice, trovarono la seconda
porta che dopo una ventina di scalini, conduceva ad un corridoio dalle volte di mattoni.
In fondo, c’era un’altra entrata. Questa si apriva sulla Sala delle Riunioni. L’apertura era occultata da
un trumeau stile Luigi XIV.
La sala era vuota. Entrarono solo Max, Der e Guelfo Nero. Gli altri avrebbero atteso nel corridoio.
I tre etno dopo aver spostato il mobile si nascosero dietro i pesanti tendaggi della finestre.
Poco dopo, entrarono nella sala dei Miliziani con il berretto bolivian-frigio. Misero sulla tavola una
caraffa di caffe e dello zucchero ed alcune bottiglie di vino. La porta si aprì ed entrarono i tre
“rivoluzionari”.
“Non vogliamo essere disturbati da nessuno, urlò il marokkos (Marat).Trangugiarono una tazza di caffè.
Marat iniziò ad inveire, bestemmiando ed imprecando. L’attacco alla Conciergerie, l’aveva reso furibondo.
Il filosofo, che si faceva chiamare “Robespierre”, tentava di calmarlo. “Danton” se ne stava in disparte,
facendosi una canna. Poi il filosofo prese il telefono e con voce stridula, ordinò a qualcuno, che quella
stessa mattina dovevano essere rastrellati 150 devianti da ghigliottinare.
“Vedrai, caro compagno”, disse ‘Robespierre’ rivolto a ‘Marat’, “la festa ci sarà. Entro stasera altre
150 teste di “vandeani” si uniranno alle 200.000 che abbiamo già tagliato. La Rivoluzione Multietnica ha
bisogno di sangue bianco refrattario e noi la disseteremo!”. terminò queste parole con una risata
isterica e femminea.
Fu in quel momento che i tre etno uscirono e presero alle spalle i tre, tirandogli indietro la testa per
i capelli.
“Un vostro sospiro e le vostre gole si apriranno!”. disse Max puntando il pugnale alla gola di “Robespierre”.
I tre rivoluzionari impallidirono come lenzuoli e non fiatarono, paralizzati com’erano dalla sorpresa.
Guelfo Nero batté tre volte al trumeau. La porta si aprì e, spostato il mobile, furono scaraventati
dentro i prigionieri, che furono accolti dagli altri etno a calci e pugni. “Benvenuti in Vandea!”,
disse ai tre, sghignazzando, Larth.
Totila e Soviet, rimisero a posto il mobile e chiusero la porta, minandola con due cartucce esplosive.
Jena legò le mani ai prigionieri dietro la schiena e quindi, la Compagnia riprese la via della salvezza.
Quello che si faceva chiamare “Robespierre” durante la fuga, iniziò a frignare e a lamentarsi.
Totila gli illuminò il volto con una torcia e : ” Io ti conosco! Tu sei Blucksmann, il sedicente filosofo…”

“Sì, sono io”, rispose piagnucolando il prigioniero.
Gli altri due imprecavano e bestemmiavano in continuazione, tant’è che fecero uscire dai gangheri
Guelfo Nero, che li colpì in faccia con il calcio del fucile. Si limitarono dopo, solo ad invocare l’aiuto Satana.
Dopo un paio d’ore, Max controllò la mappa disegnata da Maurice.
Erano arrivati a destinazione. Sopra le loro teste c’erano degli scalini in ferro che portavano ad
un tombino. Salì per primo Jena.
L’apertura dava su una strada deserta. Una voce da una casa intimò l’alt.
“Siamo la Compagnia di Ferro“, urlò Jena.
“Venite avanti lentamente e con le mani bene in vista”, ordinò la voce. Gli etno uscirono dalla fogna
con i prigionieri.
La voce urlo’ :” Sono loro! Hurrah!!”.
Dalla casa uscirono dei soldati che iniziarono a festeggiarli. Erano i volontari di un reparto
d’assalto olandese.
“Benvenuti fra noi. Sono il tenente Mussert”, disse l’ufficiale. “Vi aspettavamo. I prigionieri che
avete liberato alla Conciergerie ci hanno avvertito che sareste arrivati. Ora sono tutti al sicuro nel
castello di Crecy, dove siete tutti attesi”.
Max ringraziò il tenente, “Ma prima” , disse “dobbiamo sistemare questi tre rivoluzionari…”

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