Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 25a puntata

A Parigi!

Il piano di Max prevedeva di arrivare alla Ile de la Citè, risalendo la Senna con dei gommoni.
Liberare i prigionieri e ritornare indietro, Dio piacendo.
Nella zona di Fontainbleau, c’era le truppe della brigata francese “Jeanne d’Arc” che controllava
l’ansa del fiume e addirittura aveva stabilito una testa di ponte sull’altra sponda.
La Compagnia giunse al comando francese la sera intorno alle 20. Da lì, chiese al Comando Supremo
il via libera all’operazione. Il generale Von Vietinghof, comandante del Fronte Occidentale, sebbene
fosse contrario, obtorto collo, fu costretto dalla determinazione degli etno, a dare il suo assenso.
Alla Compagnia furono assegnati dei gommoni con motore ad idrogeno, assolutamente silenziosi.
Salirono su due di essi e ne portarono al traino altri quattro, per i prigionieri che avrebbero liberato.
Gli uomini prima di partire controllarono le armi, indossarono il parka mimetico, si tinsero il volto
con striature nere e grige e si calcarono sulla testa la bustina nera con il teschio argentato,
quindi entrarono nei gommoni, salutati dai camerati della Jeanne d’Arc che guardarono ammirati
quei celebri combattenti scendere lungo il fiume per chissà quale missione.

Avrebbero dovuto percorrere una ventina di km. Max controllò l’orologio.
Erano le 22. L’azione sarebbe dovuta scattare alle 2.00 della notte.
Calcolò il percorso e previde di arrivare nei pressi della Conciergerie, intorno alle 1 della notte
I mezzi guadagnarono il centro del fiume ed iniziarono a dirigersi verso la meta.
L’oscurità era pressochè totale, anche grazie all’oscuramento e alla scarsità di energia elettrica,
erogata solo per poche ore durante il giorno.
Intorno a mezzanotte, le imbarcazioni entrarono nei sobborghi della città.
Dalle rive di tanto in tanto luci di torce e suoni di bonghi, di balli e di canti.
I multietnici, come al solito la sera popolavano le strade e le piazze.
Ogni occasione era buona per lo sballo, farsi di crack, marijuana, alcool e sesso.

“E’ la movida multietnica”, disse ridendo Green.
“E’ bene che si divertano ora…” rispose con un sorriso sarcastico Larth.
Nei pressi del ponte di Austerlitz , dove era in corso l’ennesima festa con balli accompagnati
da bonghi, maracas, alcool e droghe, un marokkos ubriaco, seduto sulla spalletta del ponte, perso
l’equilibrio, cadde nelle acque nere del fiume, a pochi metri davanti ai gommoni.
L’uomo raffiorò e annaspando tentò di aggrapparsi all’imbarcazione.
Der sfoderò la sua pistola con il silenziatore e lo colpì fra gli occhi.
L’uomo scomparve fra i flutti. Fortunatamente, i suoi compagni, infoiati, rintontiti dalle droghe
e dall’alcol e presi dalle danze, non si accorsero di nulla e nessuno gettò uno sguardo giù nel fiume.
Alle 1.00 la piccola flottiglia attraccò alla punta nord dell’Ile de la Citè, dove sorgeva maestosa e tetra
la Conciergerie.
Gli uomini risalirono la scalinata che li condusse sui marciapiedi della Senna, sul Quai de l’Horloge.
Scivolarono lungo le spallette del fiume, protetti dall’ oscurità, da vecchie carcasse di automobili
parcheggiate lì da chissà quanto tempo e da cumuli di sporcizia maleodorante.
Max si affacciò da dietro una autovettura e vide due guardie sul portone che si facevano una canna,
parlottando fra loro. Fece cenno a Soviet e Der di eliminarle.
I due etno, attraversarono la strada e strisciando lungo i muri della prigione si avvicinarono alle
due guardie. Un balenio di lame e i due multietnici caddero a terra sgozzati.
Der fece cenno alla Compagnia di venire avanti. Il commando penetrò dentro l’edificio attraverso una
porticina aperta nel grande portone.
Sulla destra c’era la stanza del corpo di Guardia. Una dozzina di miliziani, dormiva profondamente.
Der gettò una bomba “Thanatos” che sprigionò un gas paralizzante e chiuse la porta.
In mezzo minuto i guardiani passarono dal sonno alla morte. Gli uomini presero quindi un
lungo corridoio che portava ad una grande sala con le volte ad ogiva.
Ad un lato videro un tavolo, illuminato da alcune lampade a batteria. Intorno al tavolo quattro guardie
che giocavano a carte, fumando, bevendo e ridendo sguaiatamente.
Der, Ken, Green e Jena, approfittando della semi-oscurità e cercando di far meno rumore possibile,
si avvicinarono al gruppo con le pistole con il silenziatore in pugno senza essere visti, né sentiti.
L’etno si presentò davanti al tavolo e disse :
“Sapete chi siamo?!”
I guardiani, stupiti, sollevarono gli occhi dalle carte e guardarono increduli i quattro sconosciuti con
le pistole spianate. Un lampo di terrore balenò nei loro occhi quando videro brillare alla tremula luce
delle candele le croci di ferro al collo degli sconosciuti.
Gocce di sudore gelido cominciarono a scendere sui loro volti.
“Non sapete chi siamo?!”, riprese Der. “Bene allora ve lo dirò : siamo la vostra morte!”
Seguirono quattro scatti metallici. I guardiani crollarono a terra senza vita.
Der fece un fischio e arrivò il resto della Compagnia. Furono raccolte le chiavi che i
guardiani portavano alla cintura, aprirono un grande cancello in ferro e iniziarono ad spalancare le
celle che si trovavano nei corridoi davanti a loro.
La sorpresa dei prigionieri fu immensa quando videro davanti a sè soldati dell’Armata di Liberazione.
Totila e Max, corsero verso l’ultima cella. Aprirono la grande stanza , dalle volte in pietra.
Per terra sulla paglia una ventina di uomini e donne in divisa mimetica. La luce delle torce accecò
gli occhi dei prigionieri.
“Siamo vostri camerati! Non temete! Siamo venuti a liberarvi!” urlò Totila
Un “hurrah!” accolse i liberatori, mentre Frida e Agnetha, riconosciuta la voce dell’ etno si gettarono
al collo dei loro uomini tempestandoli di baci.
“Sapevo che saresti venuto”, disse Agnetha, stringendo con tutte le forze , felice ed emozionata
il suo uomo.
“Presto! Non c’è un minuto da perdere!”, urlò Max, tenendo per la vita Frida. Nel grande atrio si
radunarono oltre un centinaio di prigionieri. Max disse loro qual era il piano di fuga e si raccomandò,
quando fossero usciti, di mantenere la calma e di fare meno rumore possibile. Mentre finiva di parlare,
si udirono degli scoppi. Larth e Langbard che erano rimasti di guardia sul portone, comunicarono a Max,
che centinaia di multietnici stavano attraversando, urlanti, i ponti che collegavano l’Ile de la Citè
al resto della capitale e che la Conciergerie era sotto il fuoco di lanciarazzi e mitragliatrici che
sparavano dalla riva opposta.
Der si accorse che uno dei guardiani che aveva ucciso, aveva fatto a tempo a schiacciare un pulsante
sotto il tavolo e a dare l’allarme.
Max ordinò a Langbard e Larth di barricare il portoncino e raggiungere il resto della Compagnia.
“Cari camerati, siamo nella merda…” disse Max con tono solenne.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*