Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 17a Puntata

“Questo è il suo alloggio, signor Totila…” disse la ragazza aprendo la porta.
“Dentro troverà tutto il necessario. Se ha bisogno di qualcosa lo chieda pure…”
“Grazie, signorina…”, rispose l’uomo. ” Ah, dimenticavo una cosa…Stasera sarei
libero. Le andrebbe se cenassimo insieme?”
“Vedremo…” disse la ragazza sorridendo. “Stasera verrò a vedere come sta…Arrivederci dopo…”
“L’attenderò con ansia, signorina…”
L’etno rispose al saluto e accompagnò con lo sguardo la ragazza finché non giunse all’ascensore.
Prima di entrare,si girò e lo salutò con la mano.
Totila entrò nell’appartamento. Sul letto della biancheria pulita ed una tuta da ginnastica.
Si tolse gli abiti laceri e sporchi. Si guardò allo specchio. Il viso era segnato da profonde
rughe e cicatrici. Era la prima volta dopo tanto tempo che si specchiava. Ebbe quasi paura della
sua immagine.
Si ritrasse.
Entrò nel bagno e iniziò a riempire la vasca. Non ricordava più l’ultima volta che si era potuto
lavare facendosi mollemente cullare dall’acqua. Si immerse. Gli parve di rinascere. Accostò questo
pensiero ad un nuovo battesimo.
Si asciugò il corpo e i capelli e si mise la biancheria pulita e profumata di bucato.
Ora l’immagine che rifletté lo specchio, gli parve più familiare. Si sentì rassicurato.
Si gettò sul letto, addormentandosi pesantemente.
Il rumore di nocche sulla porta lo risvegliò. Assonnato aprì.
Era un ufficiale con un civile.
“Mi spiace disturbarla, signore. Ma siamo qui per la divisa. Dovremmo prenderle le misure…”
“Divisa?”
“Sissignore, per la cena in vostro onore…”
“Capisco…E i miei camerati sono già giunti alla base?”
Stanno arrivando, signore…”
Il civile prese le misure e poi uscirono dalla stanza.
Mezz’ora dopo un altro militare portò alcuni pacchi.
Erano gli indumenti che posò, in ordine, sul letto. Totila si avvicinò e li osservò.
Era la divisa: una camicia grigia con cravatta nera; una giacca nera con fregi e
mostrine d’argento; pantaloni grigi e stivali. Infine un berretto con visiera con
il teschio dei reparti d’assalto.
Iniziò a vestirsi in fretta. Non vedeva l’ora di guardarsi. Alla fine, si calcò il berretto
in testa e si avvicinò allo specchio. Decisamente si piacque. Si accomodò la cravatta e
tirò i lembi della giacca in basso. Gli tornava a pennello.
Il telefono squillò. Era Frida, che gli annunciava che i suoi camerati erano giunti alla base e
che ora si trovavano nella sala mensa per uno spuntino.
Totila uscì dall’alloggio e si recò verso l’ascensore. Durante il tragitto si accorse che
i militari che lo incontravano, con sua sorpresa, scattavano sugli attenti. Pensò che il fatto
fosse dovuto alla severità della divisa che indossava.
E a tale proposito gli venne in mente di fare uno scherzo ai suoi amici.
Giunto davanti la porta della mensa, abbassò la visiera ed assunse un portamento deciso. Entrò e
urlò con tutta la voce: “At-tenti!”. I suoi camerati balzarono in piedi, stupiti e preoccupati
dalla visione dell’ufficiale..
Si tolse il cappello e dette il “riposo”.
Un coro di “vaffa” lo sommerse.
Halexandra lo guardò ammirata.
“Dove l’hai presa questa divisa?” chiese.
“Ora la daranno a tutti voi, ma prima fatevi un bel bagno…ah!ah!ah!”
La gioia nella Compagnia era palpabile. Un’immensa allegria albergava ora nei loro cuori.
Avevano raggiunto l’obiettivo. Dopo oltre due mesi di fughe,pericoli, trappole, agguati,
erano finalmente giunti alla meta. Un ufficiale entrò portando due bottiglie di champagne
che aveva tenuto in serbo per loro. I bicchieri si riempirono e Max invitò a brindare alla vittoria.
Poi tutti raggiunsero i loro alloggiamenti.
Alle 19 in punto, Frida ed altre soldatesse andarono a prelevare gli etno. Uscirono.
Solo Totila era ancora chiuso nella sua stanza.
Jena bussò.
“Non vieni alla cena?”
“Ehm, aspetto una persona…”
“Una persona??!!”
Larth abbozzò ad un sorrisetto.
“D’accordo”, disse Max. Raggiungici alla mensa. Ricordati che la cena inizia alle 20…
Non facciamoci riconoscere subito. Capito?!…”

Totila rientrò nella stanza. Controllò nervosamente l’orologio. Agnetha sarebbe già dovuta
essere lì. Si avvicinò all’uscita deciso ad attenderla fuori.
Quando aprì la porta si trovò di fronte la ragazza che si apprestava a bussare.
L’etno rimase senza parole. Agnetha indossava la divisa di gala: una giacca nera, camicia e
gonna grigie con bande nere laterali; calzava stivali neri con un po’ di tacco.
Aveva i lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca e sulla testa portava una bustina nera
con il teschio.
Un leggero ombretto azzurro sulle palpebre in tono con gli occhi e le labbra erano colorate
da un leggero rossetto lucido. A Totila parve una visione. Rimase muto e incantato.
“Sbaglio o avevamo un appuntamento, Comandante?”
“Ehm..sì…” riuscì ad articolare.
“Allora andiamo…”
“Sì…”
Presero l’ascensore.
La ragazza gli disse qualcosa, ma lui non ascoltò le sue parole. Guardava solo la sua bocca, i
suoi capelli e i suoi occhi.
“Comandante, mi ascolta?” chiese Agnetha.
“No, ehm…sì…Il fatto è che…”
“Me lo dirà dopo. Siamo arrivati!”.

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