Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro. 16a Puntata

Svezia!

La nave procedette al minimo verso la costa.
“Siamo a cento metri dalla riva!” , disse larth.
Dalla plancia gli etno distinsero il molo. La nave manovrò con prudenza. Soviet e Ken balzarono a terra ,
fissando le cime alle bitte. Un applauso e decine di “hurrah!” ruppero il silenzio irreale del molo.
Nelle vicinanze non c’erano segni di vita. Una volta messa la passerella, Der, Totila e Green si avvicinarono
prudentemente, con le armi pronte, verso le prime case.
“Sono tutte semidistrutte e bruciate…” disse Green.
“Ci deve essere stata battaglia, qui…” commentò Totila.
Dopo la breve esplorazione tornarono sulla banchina. Guelfo Nero e Halexandra portarono a terra i cavalli.
Anche loro sembrarono molto felici di avere qualcosa di solido sotto gli zoccoli.
La Compagnia, dopo aver riempito gli zaini e le sacche di viveri e munizioni, si avviò verso il centro
del paese.
Trovarono una casa ancora in piedi e si riunirono all’interno.
“Che facciamo?” chiese Patriota.
Max prese delle carte e le appoggiò su una tavola.
“Noi siamo qui”, disse indicando con l’indice il porticciolo di Stroemsbruck. Secondo le informazioni questo
luogo doveva essere l’avamposto della resistenza, ma non mi pare che ci sia anima viva.
Quindi proseguiremo verso Nord, finché non sbatteremo il naso contro la guerriglia…”

Dopo aver consumato un breve pasto, gli etno si misero in marcia lungo la strada costiera, procedendo lentamente.
Al calar della sera giunsero ad un villaggio, posto all’interno, dopo aver percorso una decina di km.
Anche qui non trovarono tracce di vita. Solo una casa intatta, dove si accinsero a passare la notte.
“Stanotte ci fermeremo qui. Proseguiremo le ricerche domani mattina…”, disse Der.
Dopo la cena furono organizzati dei gruppi esploranti a cavallo. I primi a partire all’alba sarebbero stati
Totila e Soviet. Il loro compito era quello di esplorare la zona ad ovest del villaggio per un raggio di
10 km, quanta era la portata dei ricetrasmittenti.
Durante la notte Totila sentì un flebile miagolio. Si alzò dal suo giaciglio e con una torcia si avvicino
ad un armadio. Il rumore veniva dall’interno. La porta era sgangherata. In un angolo un gattino tremante e
affamato lo guardava.
“Vieni qua, piccino…” Lo prese fra le sue mani.
“Ah, ma sei una micetta! Hai fame eh?” L’adagiò sul suo sacco a pelo e dallo zaino estrasse una scatoletta
di pesce. L’aprì e sfamò la piccoletta dandole dei pezzetti di sgombro. “Buono eh? Ti piace?”
Terminato il pasto la prese e la mise dentro il suo giaccone mimetico.
Svegliò Ken che dormiva al suo fianco per condividere con lui la gioia della sua scoperta, ma si beccò
un “vaffa”.

“Vabbè, micetta, ti presenterò alla Compagnia domani mattina…”

La Cattura

Totila e Soviet montarono a cavallo e ascoltarono le ultime esortazioni di Max.
“Mi raccomando: chiamate ogni mezz’ora. Chiaro?!”
I due risposero affermativamente. Dal giaccone apparve la testolina di Pippina così
Totila aveva chiamato la micetta, che con un flebile “mao” parve salutare il resto della Compagnia.
Presero la strada asfaltata che correva verso l’interno, in direzione ovest. Folti boschi costeggiavano
i lati.
Un cartello sforacchiato annunciò la presenza di un villaggio a 4 km alla loro destra.
“Andiamo a controllare!” disse Totila.
La strada era sterrata, ma buona. La terra umida evidenziò tracce recenti di pneumatici.
“Qui è passato qualcuno da poco…” disse Soviet. “Forse ci siamo…”
Giunti al villaggio, l’esplorazione non dette i risultati sperati: quattro o cinque case abbandonate.
Nessuna traccia di vita.
Una sottile angoscia li attanagliò.
Soviet scese da cavallo ed esplorò alcuni sentieri che si inoltravano nel bosco.
“Totila! Vieni qua!” urlò.
“Cosa c’è?” chiese il compagno.
“Guarda! orme di suole di scarponi…e parecchie…”
“Andiamo a vedere!”
I due avanzarono, seguendole.
Giunsero in una radura. Di fronte a loro una parete rocciosa e tutto intorno una folta vegetazione.
“Le tracce finiscono qui…”
“Come è possibile, Soviet?” chiese il compagno girandosi intorno.
Soviet prese la ricetrasmittente e comunicò alla “base” le novità.
Max ordinò loro di tornare indietro.
I due uomini risalirono a cavallo e fecero il percorso a ritroso, quando dai lati del sentiero,
udirono una voce intimare di fermarsi. Seguirono gli scatti metallici di diversi otturatori.
Totila e Soviet bloccarono i cavalli.
“Ora alzate le mani e mettetele dietro la nuca!” ordinò la voce.
Una decina di uomini in mimetica, uscirono dalla vegetazione, circondandoli. Li guidava una donna
che si parò di fronte a loro. I due non poterono fare a meno di guardarla: era alta, aveva lunghi capelli
castano-rossi raccolti in una treccia che le scendeva sul petto. Indossava una mimetica attillata che metteva in risalto le sue forme. Il volto era determinato e due splendidi verdi li fissarono, lanciando lampi di fuoco.
“Ora scendete da cavallo, molto lentamente…”
Gli etno obbedirono. Alle loro spalle udirono dei passi.Robuste mani serrarono i loro polsi in manette di
plastica, rudemente.Totila, che aveva un polso dolorante a causa di una caduta nella nave durante
la tempesta, lanciò un’imprecazione. Per tutta risposta si prese un colpo alla schiena con il calcio
di un fucile. Da dietro gli si parò una soldatessa.
“Cazzo! Che modi!” protestò l’etno.
“Håll käften, idiot!” rispose la ragazza.
“Che ha detto, Soviet?”
“Credo ‘idiota’…”
“Quello lo avevo capito anche io!”
Anche lei era alta, capelli biondi raccolti in due trecce. Occhi azzurri leggermente obliqui, zigomi alti
e una bocca carnosa. Indossava una mimetica aderente con un giaccone e un basco nero.
Totila, pensando di sdrammatizzare la situazione, fece un fischio di ammirazione e chiese il suo nome.
Per tutta risposta ricevette un colpo con la canna del mitra in volto.
Sentì un caldo rivolo di sangue scendergli dalla bocca. Poi prese la micetta che aveva fatto capolino
dalla giubba e rivolta alla camerata disse : “questa la voleva mangiare! Maledetto miliziano!”
“Camminate!”. Ordinò la ragazza dai capelli castano-rossi.
“Uccidiamoli qui, questi cani!” urlò la ragazza bionda.
“No! li portiamo alla base per interrogarli…Bendateli!”
I due, strattonati e minacciati furono riportati nella radura dove le tracce erano svanite.
Ad un comando inviato con apparecchio a infrarossi, una parete rocciosa si aprì e i due vennero
spinti con le canne dei mitra lungo un corridoio.
Al termine sbucarono in una sala dalle pareti in cemento armato. Qui la ragazza dai capelli castano-rossi
si avvicinò ad un militare cui mancava una mano seduto ad una scrivania e parlottò con lui.
Il militare prese il telefono e comunicò con qualcuno. I due prigionieri vennero fatti entrare in una
stanza dove vi erano un tavolo ed alcune sedie, sempre guardati a vista dalle due ragazze. Totila aveva
la bocca piena di sangue. Furono loro tolte le bende.
La rossa si avvicinò e con un fazzoletto di carta cercò di tamponare la ferita al labbro, mentre l’altra guardava, contrariata.
“E’ molto gentile, signorina…” disse Totila, guardando la bionda.
“Noi non siamo bestie come voi rinnegati mondialisti!”
“Ma noi non siamo mondialisti!…”protestò Soviet
“Questo lo vedremo…Dite tutti così una volta che vi catturiamo…”

Attesero qualche minuto. La porta si aprì e apparve un ufficiale con due graduati.
Si mise a sedere. Uno dei militari passò lo scanner sul dorso delle mani dei due.
“Non hanno microchip, maggiore!”
“Se sono degli agenti in missione è possibile che glieli abbiano tolti…” disse la soldatessa dai
capelli biondi.
“Dove li avete catturati, tenente?
“Li abbiamo presi a due km dalla base…”
L’uomo osservò i due prigionieri. Le loro lunghe barbe; le divise mimetiche lacerate; i volti emaciati
e sporchi.
“Siete dei Rinnegati o Randagi?!”
“Rinnegati?! No signore! Siamo combattenti etnonazionalisti…Siamo fuggiti dal CRM 17 per devianti…”
rispose Totila.
Etnonazionalisti? E da dove venite? “
“Dall’Italia del Nord…”
“Ah! ah! Dall’Italia del Nord?!” disse ridendo sarcasticamente l’ufficiale, facendo ridere anche
le due soldatesse.
“E come siete arrivati fino in Svezia? con il treno?! in nave?! aereo?!”
“A cavallo, Signore…” rispose Soviet.
“A cavallo?!”
“Sì” intervenne la soldatessa dai capelli rossicci. “Quando li abbiamo catturati, erano a cavallo…”
“Siete soli?” chiese l’ufficiale che ora si era fatto serio.
“No signore. Ci sono altri dieci camerati che ci attendono in un villaggio ad una decina di km da qui…”
“Siete quindi in dodici?”
“Esattamente, Signore…” rispose Totila.
“E come siete giunti in Svezia?!”
“Abbiamo sequestrato una motovedetta della MuMi nel porto di Labrags…”
“Una motovedetta?! E dov’è ora?!”
“Nel porto di Stroemsbruk…”
L’ufficiale li guardò.
“Tenente Frida. Fate venire qui gli ufficiali dell’Unità Speciale 17…”
“Sissignore!” rispose la ragazza dai capelli rossicci, scattando sugli attenti.
“Sottotenente Agnetha, cosa facevano questi due signori quando li avete catturati?”
“Signore, stavano perlustrando la zona con fare sospetto…” rispose la soldatessa bionda.
“Cosa stavate cercando?” chiese rivolto di nuovo ai due prigionieri.
“La Resistenza, Signore…” disse Soviet.
“Sì, cercavamo voi. Siamo partiti oltre due mesi fa. Abbiamo attraversato la Germania, la Polonia e i
Paesi Baltici per giungere fino a voi…” disse Totila.
“Ora controlleremo…”, rispose l’ufficiale che parve aver cambiato atteggiamento nei loro confronti .
Parlò con un altro militare.
Agnetha osservò la scena incuriosita.
Alcuni minuti dopo la porta si aprì. Totila senti alle sue spalle alcuni militari che condotti nella stanza
da Frida, si fermarono, salutando l’ufficiale.
“Signori”, disse rivolgendosi ai nuovi venuti che si fermarono dietro i due prigionieri.
“Queste due persone che abbiamo catturato sostengono di essere dei resistenti etnonazionalisti e di provenire
dal Nord Italia. Qualcuno di voi li conoscete? Prego, osservateli…”
I tre militari si pararono di fronte a Totila e a Soviet. Improvvisamente si levò un urlo di gioia.
“Totila! Soviet!” esclamò uno dei tre.
“Uqbar!” risposero i due prigionieri.
” Ma …ma come siete conciati? Quando siete arrivati?!” chiese stupito l’uomo.
“Perchè siete ammanettati?!”
“Grazie signori! Avrete modo di parlare e stare dopo in compagnia dei vostri camerati! Ora potete andare!”
“Signorsì, signor Maggiore!” disse Uqbar, strizzando l’occhio verso i due amici ritrovati.
L’ufficiale ordinò immediatamente ad un soldato di togliere le manette.
Poi si avvicinò commosso.
“Pemettetemi! Sono il maggiore Burglund e sono onorato di fare la vostra conoscenza. Vi faccio le mie
profonde scuse per il trattamento che via abbiamo riservato, ma in questi casi, come ben comprenderete,
la prudenza non è mai troppa!” . Così dicendo, strinse loro calorosamente le mani.
“Da oltre un mese sapevamo, dai comunicati delle radio e tv mondialiste delle vostre gesta.
Poi la notizia che vi avevano annientato nella foresta ci aveva gettati nella costernazione. Quando ieri abbiamo ascoltato il discorso di Tsirhc,
e abbiamo saputo che eravate vivi, abbiamo brindato alla vostra salute e pregato per voi! Oggi siete qui!
E’ una gioia immensa per tutti noi!!!”
Frida e Agnetha si guardarono. Anche loro avevano sentito parlare di questa strana e misteriosa Compagnia
che tanti problemi aveva procurato ai mondialisti.
Sorrisero imbarazzate ai due.
Il maggiore Burglund dette ordine a due ufficiali di preparare due squadre: una per prelevare, al comando
del tenente Frida, il resto della Compagnia; l’altra di recuperare la motovedetta.
“Lei signor Soviet guiderà la squadra del tenente verso il villaggio dove il resto dei suoi camerati
l’attendono. Anzi, li chiami immediatamente e li avverta del suo arrivo. Lei sottotenente Agnetha avrà
cura del signor Totila. Lo accompagnerà in infermeria e poi nel suo alloggio! Vedo che ha una ferita alla
bocca che sanguina. Come se l’è procurata?…”
“O niente signor maggiore, sono andato a sbattere contro un bel fiore…”
“Prego?!”
“Era solo una metafora…”
“Capisco…” rispose l’ufficiale, sorridendo, perplesso.
Agnetha arrossì, abbassando gli occhi.
Dopo aver salutato il maggiore, i due si allontanarono dalla stanza dell’interrogatorio
e si diressero verso una galleria.
“Le faccio le mie scuse. Sono mortificata”, sussurrò la ragazza. “Non potevo immaginare…”
“Non si preoccupi, sottotenente. Lei ha fatto solo il suo dovere…”.
Il medico applicò due punti di sutura e una pomata al labbro superiore, controllò le altre ferite dell’etno
e le sue condizioni generali.
“Fra un paio di giorni sarà a posto…”
Uscirono.
“Ora le mostrerò il suo alloggio. Venga…”
Presero un ascensore che li portò ai livelli superiori.
I loro sguardi si incrociarono; ma non una parola uscì dalle loro bocche.
Fu Totila a rompere l’imbarazzante silenzio.
“La rivedrò signorina?”
“Non saprei…” rispose la ragazza presa alla sprovvista. “Ma se le farà piacere, stasera verrò a
controllare come sta…”
“L’attenderò con ansia!”
“Le fa male la ferita?”
“Il colpo che ho preso sulle labbra non è niente rispetto a quello che ho ricevuto al cuore…”
La ragazza arrossì.
“Signor Totila, lei dice queste cose a tutte le ragazze che incontra?”
“No…”
Agnetha girò lo sguardo verso la portiera che provvidenzialmente si
aprì.

One Comment

  1. Non ho risposto. Leggo commenti riferiti a Tim. Ma se fanno pubblicità in Tv dicendo di recarsi nei negozi Tim o visitare
    il loro sito internet cosa chiamano a fare??Secondo me sono spacciatori di truffa.

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