Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro. 11a Puntata.

Giunti nei pressi di Lipsia, i fuggitivi scesero dai camion dei Werwolfe. Avevano di fronte a sè altri
350 km prima di arrivare sulle rive del Mare del Nord.
Ma il guerrigliero che guidava uno dei camion venne loro in soccorso. Disse a Max che c’era una ferrovia che portava direttamente a Nord. Era usata solo per il trasporto merci.
Spesso, disse, i Werwolfe la usano per muoversi all’interno della Germania e per prendere contatti con altre bande di ribelli. “C’e una piccola stazione a Dobernitz, a nord di Lipsia – disse il guerrigliero- dove una volta alla settimana, una decina di carri merci vengono caricati per il trasporto di prodotti
agricoli e merce varia che vengono inviati a Nord verso Rostock, bypassando la zona nuclearizzata di Berlino.
Durante la notte potreste entrare in un vagone e attendere la
mattina successiva, quando i carri merci vengono agganciati ad una motrice proveniente con altri carri da Lipsia. Poi il convoglio parte , senza fare scalo direttamente per Rostock.
La sera successiva potreste arrivare nella città anseatica. Anzi, potreste scendere prima, nei dintorni di Schwerin. da quelle parti,
ad una decina di km dalla stazione, ci sono dei lavori in corso e il treno rallenta, e da lì dirigervi verso Est in direzione della Polonia. E tutto gratis a spese del Governo Mondiale”.

Gli uomini risero all’idea di viaggiare a sbafo del governo. Ringraziarono il werwolfe e decisero di seguire il suo consiglio, anche perché il treno sarebbe partito la mattina successiva. Non c’era tempo da perdere!
Arrivarono nei pressi della cittadina a notte alta. In silenzio, seguendo la ferrovia, giunsero al binario morto indicato dal partigiano, dove c’erano dei vagoni in sosta. Max decise di aprire l’ultimo.
Dopo aver armeggiato per un po’ di tempo, Larth e Green, riuscirono ad aprire il portellone.
Il vagone era fortunatamente semipieno.
Appoggiando delle assi fecero salire i cavalli, poi salirono loro. Lo spazio era molto esiguo, ma la prospettiva di risparmiarsi un viaggio così lungo, valeva la pena di qualche sacrificio.
La mattina successiva,alle sei del mattino, furono svegliati dal tipico contraccolpo dei vagoni quando vengono agganciati. Poco dopo il convoglio cominciò, lentamente a muoversi.
Rimaneva un problema. Come scendere con i cavalli? Anche se il treno avesse rallentato, i cavalli non potevano scendere con il vagone in movimento. C’era il rischio che si azzoppassero.
Decisero che.una volta arrivati nelle vicinanze di Schwerin, durante la decelerazione, avrebbero sganciato il vagone.
Intorno alle 18, dopo un viaggio durato quasi dodici ore, il convoglio cominciò a frenare.
Soviet e Larth scesero dal vagone che procedeva a passo d’uomo, e e saliti sui respingenti, sganciarono il carro merci che proseguì per inerzia la corsa per un centinaio di metri. Erano in aperta campagna.
Posarono delle assi sul portellone e fecero scendere i cavalli. Poi si dileguarono nell’oscurità,
puntando verso Est

Verso Est.
Presero la direzione che li condusse verso Neubrandemburg e poi Stettino. 200 km fra foreste e laghi in zone scarsamente popolate se non disabitate. In 6 giorni di marce forzate, superarono l’Oder
nei pressi di Pomellen. Il 24 di Luglio, in piena notte dopo aver messo fuori combattimento quattro rinnegati, passarono il ponte autostradale nei pressi di Szczecin, proseguendo verso Danzica. Il 28, attraversarono il Parco di Krajobranowi, giungendo all’altro
grande parco: quello di Kaszubski. Il 30 passarono oltre la città di Danzica.
Di fronte a loro c’era la Vistola. Bisognava attraversare il grande fiume Ma tutti i ponti, a partire da Nord, erano fortemente presidiati.
Max decise allora di costeggiare il corso d’acqua verso sud e trovare un passaggio poco o punto custodito. Ma anche a Grudziadz il transito verso l’altra riva era chiuso. Gli etno videro addirittura due blindati a
guardia del varco sul fiume. Fortuna volle che Ken, vedesse una chiatta ormeggiata lungo la riva, nascosta da una fitta vegetazione. Gli etno scesero l’argine e arrivarono allo spiazzo dove
era ormeggiato il barcone. In un capanno trovarono alcune taniche vuote. Una però era semipiena.
La vuotarono nel serbatoio e Larth, riuscì ad avviare il motore, con difficoltà e non dopo una serie di imprecazioni. Max controllò con il binocolo la riva opposta. Tutto pareva tranquillo. Furono fatti salire i cavalli e poi, lentamente la chiatta attraversò il grande fiume. Ci vollero una decina di interminabili
minuti prima di giungere alla riva opposta. Fissarono la cima ad un albero e presero terra.
Risalirono l’argine erboso e si rimisero al galoppo in piena campagna.
Il 4 di Agosto raggiungevano le vicinanze di Itawa, il 6, attraverso foreste ricche di laghi (e di zanzare!) raggiunsero Ostroda; il 7 superarono Olsztyn. Quello stesso giorno, Max fece il punto della situazione.
Era necessario voltare verso Nord, in direzione di Koenigsberg e quindi raggiungere i paesi Baltici.
“Ormai”, disse soddisfatto “abbiamo fatto più della metà del percorso. Ora siamo in discesa.”
Presero la strada verso Dobre Miasto. La giornata era splendida.
Contavano di raggiungere il vecchio confine entro la giornata.
Lungo il cammino, un gruppo di polacchi che stavano lavorando ad un palo della luce, li vide e li seguì con lo sguardo. Ken vide che uno di loro aveva un cellulare e stava comunicando.
Max non dette troppo peso alla cosa.
“Non dobbiamo sempre temere il peggio…” disse.
“Molti polacchi per odio verso i tedeschi e i russi sono fedeli al GM” rispose Der.
In effetti la Polonia oltre ad essere stata uno dei detonatori della guerra passata, aveva ottenuto dal Governo Mondiale uno status di semilibertà, anche se aveva dovuto accogliere quote di immigrazione ed accettare una politica di integrazione.
Dopo una mezzora di marcia lungo un sentiero, Jena si fermò e disse agli altri: “Non sentite? Saranno mica elicotteri?!…”. Gli etno tesero le orecchie. Sentirono il tipico ronzio in avvicinamento.
Oltre l’orizzonte e sopra gli alberi apparvero una decina di Kobra d’assalto. Gli etno girarono le loro cavalcature e si gettarono al galoppo verso la foresta. Entrarono in tempo. Una
manciata di secondi dopo sentirono scariche di proiettili fischiare e schiantarsi sugli alberi.
“Giriamo verso sud! Ci cercheranno in direzione Nord!” urlò Guelfo Nero.
Il monaco ebbe ragione. Gli elicotteri ronzarono verso Nord, inondando di proiettili e razzi il bosco.
Cavalcarono da dove erano venuti, ma alla fine della foresta, quando stavano per uscire, videro la strada piena di mezzi blindati ed elicotteri che sbarcavano decine di uomini dei corpi speciali della MuMi.
Stavano circondando il bosco. A Nord gli elicotteri Kobra, a est, ovest e sud, Miliziani.
Max e Der dettero un’ occhiata alle carte.
“Dentro la boscaglia passa questo fiume, il Lyna. Forse se lo raggiungiamo e lo seguiamo in direzione sud verso Jankowo. Forse gliela facciamo.
Proseguirono verso ovest, mentre cadevano, fortunatamente abbastanza lontani, colpi di mortaio.
Gli uomini raggiunsero il fiume. Scesero in acqua e seguirono il corso verso sud. Non era profondo.
L’acqua arrivava loro alla vita. Max ordinò di tenere i cavalli per le briglie e di aggrapparsi in caso la profondità fosse aumentata.
Proseguirono, mentre alle loro spalle scoppiava l’inferno. Il corso d’acqua, dopo una marcia che agli etno parve interminabile, sfociò in un laghetto paludoso. La Compagnia riguadagnò terra e costeggiò la riva coperta da alti giunchi e salici. Tutto sembrava tranquillo.
Forse avevano rotto l’accerchiamento.
Nella foresta alle loro spalle continuava l’inferno. Lasciarono il laghetto e cominciarono a cavalcare verso est, al riparo di un terrapieno sul quale correva una vecchia ferrovia abbandonata.
La sera, arrivarono nei pressi di una stazione abbandonata. Sul cartello arrugginito, si poteva leggere ancora il nome: Ketrzyn.

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