Alfio, Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 8a Puntata

I Werwolfe.

Grazie alla guida che Maria K. aveva offerto, riuscirono agevolmente ad attraversare il passo di Timmelsjoch, che chiudeva la Val Passiria, e passare così in Austria.
Leonard lì accompagnò fino alle porte di Solden. Qui li mise in contatto con alcuni resistenti austriaci ( NdA: fra quelle montagne, il controllo del Governo Mondiale non era totale. C’erano ancora territori liberi, lontani dai sistemi vitali e dalle grandi vie di comunicazione europee. Il governo mondialista, sapeva di questa situazione e tollerava queste “isole” fuori controllo. Sarebbe poi venuto il tempo, una volta
stabilizzata la situazione mondiale, di spazzarle via),
che li guidarono per un lungo tratto, attraverso fitti boschi verso la Germania.

L’agguato

Nelle foreste bavaresi nei pressi di Oberau la Compagnia incappò in una disavventura che per poco non finì in tragedia. Mentre stavano percorrendo un sentiero, si fermarono in una radura per
rifocillarsi. All’improvviso furono circondati e assaliti da uomini armati che indossavano passamontagna neri. Stavano per essere sopraffatti e immobilizzati quando dalla camicia di Der fuoriuscì,
nella colluttazione, la runa d’argento che portava al collo: il Dente di Lupo. Il capo degli assalitori a quella vista ordinò ai suoi uomini di lasciare stare gli assaliti. Jena era il più malridotto. Un colpo di
bastone lo aveva raggiunto alla testa e stava sanguinando abbondantemente. Totila aveva ricevuto una sprangata in viso che lo aveva tramortito. Lo stesso era accaduto ad Halexandra e Green.
“Chi siete?!” chiese l’uomo l‘uomo con il volto celato.
“Siamo devianti fuggiti da un CRM! Combattiamo contro il Governo Mondiale e stiamo andando a Nord”, disse Der, riaggiustandosi gli abiti.
“Perchè portate le divise blu della Milizia Miltietnica?”
“E’ una lunga storia, ma saremmo felici di raccontarvela se i vostri uomini si calmeranno…” rispose Max, riavviandosi i capelli scomposti.
Gli uomini mascherati, ad un cenno del capo, controllarono con uno scanner i dorsi delle mani degli etno.
“Sono puliti, Wolf 1!”
“Siamo Werwolfe e anche noi combattiamo il Governo Mondiale”.
Così dicendo, l’uomo si tolse dal volto il passamontagna imitato dagli altri e si avvicinò a Der stringendogli la mano.
“Scusateci, ma con quelle divise della MuMi addosso pensavamo che foste dei miliziani “rinnegati” (NdA: “rinnegati” erano i miliziani di razza bianca). Non possiamo fidarci di nessuno”
I feriti furono aiutati ad alzarsi. Jena mandò qualche accidente, ma poi si calmò. Totila aveva un taglio
sulla guancia e, sdrammatizzando, disse:
“ho sempre desiderato avere una mansure. Ora c’è l’ho…”
Il gruppo etno fu condotto nel folto della foresta fino ad un accampamento, dove i feriti vennero curati. Il capo si trattenne con Max e Der, raccontando loro, le operazioni che stavano preparando, aggiornandoli sulle notizie che anche loro avevano, sulla Resistenza in Nord Europa, anche se, secondo lui, non c’era da contarci più di tanto.
“Sono voci. E quando giungono a noi dopo mille km, arrivano ingigantite…”
La mattina seguente, i Werwolfe salutarono gli etno e augurarono loro buona fortuna. la Compagnia riprese il cammino.
Era il 10 Luglio.

Il viaggio prosegui senza intoppi per alcuni giorni.
La Compagnia seguì sempre i sentieri all’interno delle foreste, uscendo solo di notte quando c’erano da percorrere vie obbligate e cercando di mostrarsi il meno possibile per evitare di essere inquadrati dai visori a infrarossi dei droni killer.
Durante il tragitto, i binocoli, Max e Der osservarono le grandi strade di comunicazione: videro un grande transito di automezzi, perlopiù militari che viaggiavano tutti verso Nord. Gli ingressi delle città, come quelli dei villaggi, erano controllati dalla Milizia Multietnica e dalla Psicopol; altri da bande di irregolari e randagi. Molti elicotteri controllavano dall’alto movimenti sospetti.
Dopo Monaco di Baviera, il gruppo, costeggiò una
grandissima “Riserva” , popolata da migliaia di refrattari e devianti tedeschi che vivevano in condizioni pietose sotto tende di fortuna.
Probabilmente, secondo Guelfo Nero, molti di quei disgraziati non sarebbero sopravvissuti all’ inverno.
Una grande tristezza e rabbia, a quella vista, attanagliò la Compagnia, e rafforzò la determinazione a raggiungere al più presto il Nord e portare ai resistenti il messaggio di disperazione che veniva dalle popolazioni europee non omologate, oppresse e rinchiuse nei gulag mondialisti.
Il 14 Luglio, dopo aver percorso la Veldensteiner Forst in direzione di Bayreuth, la Compagnia fu
costretta ad attraversare il fiume Pegnitz. Il ponte dell’autostrada era intransitabile, visto il traffico militare.
C’erano altri due ponti: uno attraversato dalla strada statale, presidiato da pattuglie di rinnegati e randagi e quello ferroviario, a prima vista meno controllato. Fu deciso di attraversare quest’ultimo;
ma ad una successiva e più attenta ricognizione, gli etno videro che anche questo ponte era controllato da entrambi i lati, rispettivamente da tre individui.
Max decise di forzarlo. I tre randagi che presidiavano la sponda opposta sarebbero stati eliminati da un gruppo scelto che sarebbe passato dall’altra parte del fiume parte, percorrendo le travature di ferro che lo sostenevano: la squadra sarebbe stata composta da Der, Soviet, Jena, Green.
I più agili.
Totila sulla sponda, con il suo fucile di precisione – dono dei Werwolfe – sarebbe intervenuto in caso di bisogno.
Agli altri tre randagi avrebbero pensato Max e il resto del gruppo.
L’operazione doveva scattare prima dell’imbrunire.
Halexandra e Larth avrebbero custodito i cavalli, nel bosco, pronti ad un segnale, a correre verso il ponte.
Il commando di Der e Soviet raggiunse la riva opposta attraverso le travature metalliche, risalì la sponda. Der si affacciò con circospezione. Davanti a lui c’erano tre randagi di guardia. Erano fatti. Probabilmente di crack o di qualche altra loro porcheria. Questo avrebbe agevolato la loro azione. Der lanciò il suo pugnale. Il primo randagio cadde portandosi le mani al petto.
Il secondo fu raggiunto da una freccia scagliata da Ken. Il terzo, terrorizzato si gettò in ginocchio ai quattro etno, piagnucolando e balbettando parole incomprensibili.
Der con un colpo preciso della sua katana lo decapitò.
Contemporaneamente, Max e gli altri finirono gli altri tre randagi.
Poi, dopo averli spogliati delle armi e delle munizioni, gettarono i corpi nel fiume. Appena in tempo, perchè
poco dopo, passato il ponte e ritornati nel bosco, videro arrivare un camion con il cambio della guardia.
Qualcuno dei randagi, dopo aver chiamato a squarciagola i compagni, vide del sangue per terra e cominciò a urlare istericamente.
“Probabilmente nel camion hanno una radio. Potrebbero lanciare un allarme. Meglio fermarli!”, disse Max.
Totila e Soviet imbracciarono i fucili da sniper.
Prima che l’uomo raggiungesse il camion, crollò a terra colpito alla testa. L’autista, raggiunto da un colpo che fracassò il vetro, si accasciò sul volante.
I sei randagi che dovevano dare il cambio,saltarono giù dal camion. Tre furono colpiti da Soviet Totila
e Der, Gli altri caddero per il fitto fuoco di fucileria degli altri etno e colpiti dai dardi di Ken. Der e Jena scesero verso la piazzola a lato della ferrovia. Si udirono due colpi secchi. I feriti erano passati a miglior vita . Poi raccolsero le armi (ora, ogni etno avrebbe avuto a disposizione un fucile automatico, una pistola e numerose munizioni), caricarono i corpi sul camion e, messolo in moto lo fecero precipitare nel fiume.
“E’ giunto il momento di battercela! Fra sei ore al prossimo cambio daranno l’allarme. Dobbiamo mettere
più distanza possibile fra noi e loro”, disse Max.
“Domani mattina dobbiamo entrare nelle foreste del Fichtelgebirge!”
Si gettarono nel sentiero del bosco. Un paio di ore dopo, si aprì di fronte a loro, una pianura
lievemente ondulata. Una strada bianca, rischiarata dalla luna piena, facilitò la loro fuga.
La Compagnia si gettò al galoppo

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