Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 6a puntata

Cavalcarono tutta la notte. All’ alba giunsero in vista di Dimaro. Entrarono nel bosco che costeggiava la strada (ormai il sole era alto) e Max iniziò a controllare con il binocolo l’entrata. Nella piazza vide
un bivacco di randagi e di ibridi. Ma sul ponte vide parcheggiata una camionetta azzurra.
“Psicopol!”
Riconobbe le uniformi azzurre-turchino dei reparti speciali, l’elmetto con la stella dorata.
“Che diavolo ci fanno qui?!” chiese preoccupato Max.
“Stanno cercando noi?” chiese Halexandra.
“Può darsi che sia partito l’allarme dalla Comune…Comunque ora fermiamoci a riposare e a mangiare qualcosa. Poi decideremo sul da farsi.”
“Sicuramente fra poco se ne andranno…” disse Patriota.
Il gruppo si inoltrò all’interno del bosco, mentre Max e Der rimasero ad osservare le mosse degli temuti poliziotti.
I due continuarono per tutto il giorno ad osservare i loro movimenti, sperando che ad una certa ora se ne andassero; invece, intorno alle 14, furono
sostituiti da un’altra camionetta, con altri quattro psicopol.
Dopo un po’, i due etno si ritirarono dal loro osservatorio fra gli alberi e si unirono ai compagni
che stavano preparando qualcosa da mangiare.
Il pranzo fu frugale: una scatoletta di tonno e alcune gallette. Il tutto innaffiato con acqua.
“Quanto pagherei per un piatto di tonno, fagioli e cipolla”, disse larth
“Forse un giorno il tuo desiderio sarà esaudito”, gli rispose Totila, roteando fra le labbra un mozzicone di sigaro.
La stanchezza e il tepore della giornata era tale che molti si addormentarono, sfiniti. Ken si era addentrato nel bosco ed aveva iniziato a tirare con l’arco;
Max, Der e Patriota invece, tornarono a controllare la pattuglia sul ponte.
Der era un duro, inflessibile e intransigente con gli altri e con se stesso.
La presenza di quei poliziotti blu non lo convinceva.
“Che ci fanno in un paese come questo? Di solito si muovono per motivi gravi, altrimenti mandano bande irregolari di randagi o la Milizia Multietnica”, disse Der. La loro presenza sul ponte, poi, impediva il proseguimento del cammino. Sarebbe stato impossibile proseguire oltre.
“Max, dobbiamo eliminare quei bastardi!, altrimenti non passiamo più!”.
“Sì, non possiamo rischiare di rimanere inchiodati qui in eterno. Dovremo agire stanotte di sorpresa , visto che loro sono armati e noi no…”.
“Sì,stanotte! Quando meno se lo aspetteranno!” disse Der, lanciando il suo pugnale contro il fusto di un albero. L’arma penetrò nel legno, vibrando sinistramente.
“Stanotte!” ribadì Max.
Stava ormai imbrunendo. Max e i cinque compagni scelti per agire, si appartarono a discutere il piano: Soviet e Patriota si sarebbero avvicinati alla camionetta, facendo finta di essere dei randagi ubriachi.
Nello stesso tempo Max, Der, Ken e Totila avrebbero preso alle spalle gli psicopol, provenendo dalla parte opposta, dopo aver guadato il fiume, fortunatamente in secca, più a valle, armati di bastoni e della katana. Ken invece avrebbe cercato di colpire i poliziotti con il suo arco. Gli altri avrebbero fatto il resto. Alle due scattò l’operazione.
Soviet e Patriota, avvolti in due coperte, si avviarono lungo la strada, mentre gli altri tre attraversarono
il fiume. Il resto degli etno doveva portare i cavalli il più vicino possibile al ponte per poi attraversarlo e fuggire verso nord.
I due finti ubriachi alle viste della camionetta, cominciarono a barcollare e a cantare. Due poliziotti blu li attesero all’inizio del ponte ( gli altri due dormivano nella camionetta) e li fermarono chiedendo loro di mostrare il dorso della mano. In quell’attimo una freccia sibilò nell’aria. Una delle guardie, ebbe la gola trapassata. Si portò le mani al collo e si accasciò. Il tiro di Ken non aveva perdonato.
Nello stesso momento, Soviet e Patriota, colpirono l’altro alla gola, impedendogli così di gridare.
Der e Totila finirono gli altri due che dormivano nella camionetta. L’azione fu fulminea. Max fece un segnale con la torcia verso il bosco e il resto degli etno, con i cavalli, si precipitarono sulla strada.
Furono prese le armi: quattro fucili automatici e quattro pistole automatiche, oltre numerose munizioni trovate nella camionetta.
Furono inoltre prese delle ricetrasmittenti collegate sulla lunghezza
d’onda della psicopolizia, un piccolo computer grande quanto un telefono cellulare che fu affidato a Larth, specialista in elettronica, due binocoli a raggi infrarossi, dei viveri e delle sigarette. I corpi dei poliziotti furono ammucchiati dentro la camionetta, alla cui guida si mise, Max. Gli altri montarono a cavallo, dopo aver fasciato gli zoccoli degli animali con stracci, per fare meno rumore possibile, e si diressero verso nord-est.
Dopo aver passato il paese, giunti ad una curva, sotto la quale c’era un burrone di un centinaio di metri che finiva in un fiumiciattolo, gli etno, spinsero giù la jeep. Un rimbombo cupo accompagnò la caduta. Poi il silenzio.
Per tutta la notte i fuggitivi proseguirono la marcia. All’alba arrivarono nei pressi di Cis. Presero una strada che si inerpicava verso Marcena e poi Proves. Da lì, attraverso un sentiero fra le montagne sarebbero giunti a Sankt Walburg, nella Valle di Ultental.
Passate le case disabitate di Proves, salirono verso le montagne che sovrastavano il borgo . Si fermarono nei pressi di un fienile con una stalla. Gli uomini sfiniti scesero dalle cavalcature e dopo aver tolto le selle ai cavalli, entrarono nell’edificio. Max organizzò dei turni di guardia di due ore. Altri due etno avrebbero accudito gli animali e dopo li avrebbero fatti riposare nella stalla. Eccetto Max e Der, gli altri si addormentarono come sassi.
Verso mezzogiorno, fu consumato un pasto leggero, con un’aggiunta di una mezza tavoletta
di cioccolato, e del caffè solubile trovato nella camionetta degli poliziotti.
Mentre sorseggiava il caffè, Max osservò uno ad uno i suoi compagni:
Der, un giovane determinato e coraggioso. Non si risparmiava mai.
Sempre in prima fila. Gelido e spietato come la lama della sua katana. Era una delle anime della resistenza . Appassionato di storia militare e laureato in Storia delle Dottrine Politiche, era da tutti considerato l’ideologo del gruppo;
Patriota, un giovane coraggioso. Cattolico tradizionalista. Giravava portando una croce argentata al collo.
Un cavaliere di altri tempi. Era stato prima della guerra un valente tecnico informatico;
Larth, chiamato anche “Ulisse” per la sua scaltrezza e per la sua totale diffidenza era il classico tipo che era meglio
avere amico che nemico. Ex- ufficiale della Marina esperto in elettronica e misure contro-elettroniche;
Totila, era il più vecchio del gruppo, ma di aspetto giovanile e atletico. Saggio e riflessivo. Ex-marò del battaglione San Marco, esperto di armi e in tecniche di sopravvivenza era un tiratore eccezionale.
Rappresentava il “freno” della compagnia, vista l’impetuosità di molti giovani.
Era soprannominato “lo Zio”;
Halexandra, soprannominata la “Valchiria”, fredda, determinata e coraggiosa. Da i suoi lineamenti e colori si desumeva una discendenza longobarda di cui lei andava fiera.
Occhi azzurri e capelli biondi raccolti in una lunga treccia. Laureata in medicina si era specializzata in erboristeria e in piante officinali;
Ken, detto il “Guerriero”. Coraggioso e intraprendente. Era stato, prima della guerra uno studioso di sette e consorterie occulte . Vissuto per alcuni anni in Giappone era un esperto di arti marziali e come già detto campione con il tiro con l’arco;
Jena , giovane coraggioso e allo stesso tempo riflessivo, curioso e studioso.
Aveva portato con sè una piccola biblioteca. Nei momenti di pausa si immergeva nella lettura;
Soviet, detto “Spetsnatz””. Anche lui scelto per la sua audacia e coraggio.
Di origine russa , esperto in tecniche di guerriglia e di sopravvivenza (era stato uno spetsnatz). Nato in Lituania conosceva gli idiomi baltici e il polacco;
Langbard, un giovane forte, entusiasta e dotato di humor. Era, insieme a Jena, la mascotte del gruppo.
Chiamato dagli amici “Ultimo” per via dei suoi ritardi e per essere sempre l’ultimo a svegliarsi, ma sempre il primo nell’azione. L’anno prima aveva pugnalato un ecuadoregno, fuori dal Campo per difendere una ragazza. Nessuno lo vide. Dell’omicidio furono accusate delle guardie peruviane, sempre in contrasto con gli ecuadoregni;
Guelfo Nero, detto “Il Monaco Nero” per il suo portamento ieratico e per la sua profonda fede, che riusciva
a trasmettere al gruppo sotto forma di una grande forza interiore. Era la guida spirituale del gruppo. Ottimo cavallerizzo.
Green, detto anche “Ninja”, era capace di arrivare alle spalle di qualcuno, strisciando senza essere visto
e poi colpire. Giovane coraggioso e implacabile. Esperto in arti marziali.

One Comment

  1. Aspetto il seguito, Alfio.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*