Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 7a Puntata

Dopo aver passato in rassegna i suoi uomini, Max, accese la radio trasmittente e captò subito delle comunicazioni.
Il comando della Psicopol e della Milizia Multietnica di Brescia aveva diramato l’ordine di mettere dei posti di blocco intorno a tutte le strade che portavano o si diramavano da Dimaro. Era chiaro
che la scomparsa dei quattro poliziotti, aveva messo in allarme il Comando della provincia. Si parlava di una compagnia di randagi ed una di Rom, fatte affluire nella zona per un rastrellamento.
Non appena fosse cominciato ad imbrunire, gli etno avrebbero riprendere la marcia.
Il terreno cominciava a scottare sotto i loro piedi.
Fortunatamente, erano prossimi a scavalcare le montagne, dalla parte opposta dei posti di blocco.
Larth, gingillandosi con il “computerino”, come lo chiamava lui, della Psicopol, aveva scoperto delle importanti funzioni. Una delle quali avvertiva chi lo portava con sé, con un sibilo intermittente, della presenza di droni-killer nelle zone circostanti. Funzione importante per i poliziotti blu del GoMo onde evitare il “fuoco amico”.


Fuga in Val Passiria
A questo punto, per rendere più scorrevole il racconto, è necessario fare un breve riassunto degli
accadimenti avvenuti dopo l’uccisione dei quattro poliziotti.
Trovati i corpi nel burrone, il Governatorato Democratico della Lombardia, scatenò una furiosa caccia all’uomo nelle valli Giudicarie, chiudendo le vie che portavano al nord . Gli etno si misero in salvo sconfinando nella valle di Ultenthal e dopo un paio di giorni di marce notturne estenuanti interrotte solo quando veniva segnalata la presenza di droni-killer, giunsero, dopo aver passato, non senza difficoltà Merano, nella Val Passiria.
Nel tardo pomeriggio del 7 Luglio, arrivarono in vista di un maso. Con loro sorpresa, si accorsero che era abitato.
Due bambini, che li videro arrivare, corsero verso la casa, impauriti. Poco dopo ne uscì un uomo, armato
di fucile che ordinò loro di fermarsi.
Max, sceso da cavallo, alzò le mani e chiese di poter parlare.
L’uomo lo fece avvicinare. Da una finestra spuntò un altro fucile, che teneva a bada il gruppo.
“Siete miliziani?!” chiese il proprietario della fattoria, guardando le divise blu con aria ostile.
“Siamo devianti” e così facendo, mostrò sul braccio il marchio che veniva impresso a coloro che non accettavano il Nuovo Ordine Mondiale.
“E come mai indossate uniformi della MuMi?!” chiese l’uomo.
“Siamo fuggiti dal Campo di Rieducazione Mentale 17, nelle vicinanze di Brescia. Ci siamo rivestiti rubando gli abiti in un magazzino della Milizia… Stiamo andando a Nord”.
L’uomo chiese a Max di mostrargli il dorso delle mani. Tastò la pelle. Non vi erano tracce di chip, nè di tatuaggi. Guardò l’etno e gli strinse la mano.
“Entrate: avrete certamente bisogno di ristorarvi e di riposare. Abbiamo sicuramente molte cose da dirci.
I miei figli maggiori porteranno i vostri cavalli nella stalla. Anche loro, mi pare, hanno bisogno di un po’ di fieno, biada e di riposo.”
Gli if uggiaschi lasciarono le cavalcature e, rassicurati, entrarono nel maso.
Immediatamente la moglie di Martin, questo era il nome dell’uomo, li fece accomodare nella grande cucina.
Avrebbe preparato per loro una bella zuppa calda di cavolo e patate.
Martin volle sapere della loro fuga e della loro destinazione.
Max spiegò che aveva raccolto notizie sicure che parlavano di resistenza armata a Nord , e disse che loro erano intenzionati a raggiungerla.
“Ne ho sentito parlare anch’io. Mi parevano solo voci. Oggi voi confermate queste voci. Dio voglia sia vero! Ma come farete ad arrivare a Nord? L’Europa è in mano ai mondialisti…”
“Ci proveremo…”, rispose Der.
Gli etno chiesero a Martin come avesse fatto a vivere libero con la sua famiglia senza essere stato catturato dai Multietnici.
“Semplice” rispose l’uomo. “I multietnici, siano essi rom, randagi o ibridi, detestano la montagna, la natura incontaminata. Loro amano stare nelle valli, nelle bidonvilles e nelle fabbriche dismesse.
Detestano le montagne, insomma amano vivere in mezzo ai rifiuti, alle zecche e ai topi…”
Una fragorosa risata di assenso si levò dagli etno.
Intanto le donne avevano cominciato a versare la zuppa nelle scodelle. Gli etno consumarono voracemente il pasto. Finalmente un piatto caldo dopo tante scatolette e gallette o avanzi sottratti nei bidoni dei loro guardiani ai margini del Campo.
Al termine della cena, Martin portò una botticella di grappa. Fu tracannata in breve tempo.
“Ora andate a riposare. Vi ho fatto preparare dei giacigli di fieno nella stalla. Domani mattina, se vorrete, vi accompagnerò ad un raduno di amici…”
“Schuetzen?” Chiese Der.
“Ja!” rispose Martin. “Ci guida Maria K.”
“La figlia di Eva?!” chiese Patriota.
“Lei…”
Martin accompagnò gli ospiti nel grande fabbricato di legno e augurò loro una buona notte.
Il sole sorse troppo presto per i fuggiaschi che si alzarono stiracchiandosi e mugugnando. Ma Der e Max furono inflessibili. Dopo aver fatto colazione con latte caldo e fette di pane integrale, riempirono i loro tascapane con alcune forme di formaggio offerte dal padrone di casa e, dopo aver ringraziato per l’ospitalità la moglie e i figli di Martin, lo seguirono verso il raduno.
Del resto si sarebbe svolto verso Nord, per loro sarebbe stata tutta strada.
Giunti nei pressi di una chiesetta, piantata nel mezzo del verde dei prati, gli etno si accorsero che gli Schuetzen che attendevano Martin, stavano discutendo animatamente. Quando lo videro , corsero verso di lui .
Martin fece cenno agli ospiti di seguirlo. C’era una donna sui trentanni, bella con gli acchi azzurri ed una lunga treccia nera che accolse Martin e i nuovi venuti. L’uomo li presentò ai suoi compagni ed a Maria K., poi, la ragazza cominciò a parlare: ” Martin è accaduta una cosa terribile. Andiamo al maso degli Oberhof!”
In un istante, tutti gli uomini montarono in sella e si avviarono al galoppo verso la casa, distante un paio di km.
Uno spettacolo atroce si presentò ai loro occhi: la grande casa stava bruciando , i membri della famiglia, padre,
madre e cinque figli, tutti crocefissi ad una staccionata. Le due figlie maggiori avevano subito violenza.
Gli etno e gli schuetzen rimasero per alcuni minuti in attonito silenzio, poi qualcuno decise di deporre quei poveri corpi.
“Deve essere successo da poco. Chiunque sia stato non dovrebbe essere lontano” disse Martin serrando le mascelle.
Max, scese da cavallo e con il binocolo cominciò a scrutare il sentiero che portava al maso.
“Eccoli! sono giù!”
Maria K. prese il binocolo che Max le porse e vide una fila di una trentina di miliziani (randagi,
rom ed ibridi) scendere lentamente verso valle, prossimi a costeggiare un grande bosco di abeti.
“Scendiamo giù per la costa. Entriamo nel bosco e aspettiamo li quei bastardi!”, suggerì Der.
Maria K, guardò l’etno e disse che era un buona idea. Gli Schuetzen e i quattro devianti armati più Ken con l‘arco, salirono a cavallo, gli altri avrebbero atteso vicino alla casa distrutta.
Scendendo lungo la ripida costa erbosa, gli anti-mondialisti, raggiunto il bosco avrebbero tagliato la strada ai Multietnici.
Così fu. Prima che la banda raggiungesse i primi alberi, i ribelli
erano già all’interno del bosco, che limitava il sentiero. Qui attesero i mondialisti. Ancora più in basso, in uno spiazzo, c’erano due
camion con due autisti, in attesa del ritorno dei miliziani. A loro avrebbero pensato Totila e Soviet, che preso un canalone, scesero verso i due mezzi.
Maria K ordinò agli uomini di attendere che i miliziani sfilassero davanti a loro, poi avrebbero aperto il fuoco, ognuno mirando ad un “suo” uomo.
Quello che era in testa, con una bandana rossa e i capelli
rasta” e quello che lo seguiva con un basco e una stella gialla, dovevano essere solo feriti e catturati vivi, ordinò la donna.
I partigiani si attennero agli ordini: quando aprirono il fuoco, una ventina di multietnici caddero a terra, fulminati o feriti. Una seconda scarica colpì gli altri.
Der lanciò due pugnali verso il capo con la bandana che lo colpirono alla spalla e al braccio. Il suo
luogotenente, che portava una bandoliera alla messicana, fu colpito ad una coscia da un dardo scagliato da Ken.
I due imprecando per il dolore, caddero a terra. La sparatoria continuò per poco, fino a che, anche coloro che avevano tentato di fuggire, caddero feriti o uccisi.
I devianti uscirono dal bosco, avvicinandosi con circospezione ai multietnici. Di tanto in tanto uno sparo isolato metteva fine alla vita dei feriti.
Uno di essi tentò di puntare il fucile verso Maria K. Ma sia Max che Der, lo videro per tempo e lo finirono con due colpi di pistola. Maria K, si volse verso entrambi e con un sorriso, disse:
“Vi devo la vita!”

Intanto Totila e Soviet, appostati fra l’erba, non appena sentirono i primi spari, fecero fuoco sui due autisti che stavano beatamente fumando. I due miliziani rom crollarono a terra senza emettere un lamento.
i due etno si diressero verso i grossi camion: dentro sui cassoni c’erano armi pesanti e munizioni e documenti.
Poco dopo arrivarono alcuni schuetzen con numerosi cavalli. Caricarono le cassette di munizioni, le armi e riportarono i due etno verso il maso bruciato.
Quando arrivarono sul luogo del massacro della famiglia Oberhof, sentirono delle urla disumane.
Der stava interrogando l’ibrido e il suo luogotenente randagio.
I due avevano il terrore stampato nel volto, divenuto un’ irriconoscibile maschera di sangue dopo che Der aveva utilizzato su di loro il suo pugnale . Totila vide i due parlare come torrenti in piena.
Al termine, senza dire una parola, Der estrasse il suo revolver.
Due colpi secchi e i due prigionieri raggiunsero i loro compagni all’inferno.
Gli etno ritornarono insieme a Maria K , Martin e gli altri alla chiesetta. Nel piccolo cimitero, dopo una commovente cerimonia, fu sepolta la famiglia massacrata. Guelfo Nero recitò una preghiera.
Dal capo ibrido, si era venuto a sapere che il giorno dopo, sarebbero arrivati in treno una Brigata
Multietnica e una Compagnia di Psicopol L’ordine era di ripulire tutta la vallata dai ribelli sudtirolesi, perchè – questo era l’ordine del Governo Mondiale – tutte le grandi vie di comunicazione
funzionanti dovevano essere messe in sicurezza per far
affluire le truppe che sarebbero dovute andare a Nord per la controffensiva contro la Resistenza. Sia la strada che la ferrovia del Brennero erano divenute strategicamente vitali per l’offensiva contro la Resistenza.
“Un’altra prova che sta succedendo qualcosa di grosso a Nord” disse Martin rivolto a Max.
Maria K. annunciò il piano. La mattina seguente gli schuetzen avrebbero fatto saltare il ponte ferroviario
con il treno dei rinforzi. Ormai era guerra aperta. Der si offrì di partecipare all’azione.
Maria K. lo guardò e con un sorriso declinò l’offerta: ” No, Der, voi dovete proseguire il vostro cammino. E’ fondamentale che raggiungiate la Resistenza a Nord. Noi non potremo affrontare ancora a lungo i Multietnici.Siamo pochi e male armati. Voi siete la nostra unica speranza”.
Disse queste ultime parole con un tono velato di tristezza.
“Giuro”, rispose Der, “che porteremo a termine la nostra missione. Voi cercate di resistere, non esponetevi inutilmente. Noi torneremo!”
Dopo aver salutato i guerriglieri, la Compagnia, a cui Maria K. aveva fatto unire una giovane guida che li avrebbe condotti in Austria, ripresero il cammino.
La mattina seguente, mentre seguivano un sentiero che li avrebbe condotti ad un passo alpino, udirono venire dalle valli che avevano lasciato il giorno avanti, un cupo rimbombo, come quello di un tuono
lontano. Gli etno si girarono e urlarono il loro “hurrah!” al cielo.
Il treno con i rinforzi multietnici, non sarebbe mai arrivato a destinazione

One Comment

  1. il riferimento al Sud Tirolo lo prendo come regalo personale

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*