Racconti fantastici

La Compagnia di Ferro 5a Puntata

L’Addestramento …

Il giorno dopo, Max, come aveva promesso si procurò un paio di vecchie botti e una sella che aveva trovato in un magazzino dove veniva accatastata la roba inutile. La portò nella baracca delle
riunioni. Ordinò ai devianti che non avevano mai cavalcato di passare due ore ciascuno a cavalcioni.
“E’ meglio che niente”, disse ai primi stupiti “cavalieri”.
Guelfo Nero, che era stato un abile cavallerizzo, li seguì, dando, nel contempo, lezioni teoriche di equitazione. A rotazione durante il giorno Totila, Green,
Langbard, Larth, Der, Patriota e Ken si sottoposero alla “tortura”.
E così fu nei giorni seguenti. Seguirono lezioni sulla postura, su come tenere le gambe e come mettere sella e finimenti. Gli esercizi furono ripetuti fino alla nausea. Max pretese che i compagni sapessero preparare le loro cavalcature nel più breve tempo possibile e nell’oscurità.
Alla fine del “corso”, gli etnonazionalisti erano diventati, teoricamente, dei perfetti cavalieri.
Rimaneva un problema. Avrebbero dovuto attraversare le foreste del nord all’ inizio dell’autunno ed erano coperti di stracci. Ma anche a questo aveva pensato Max. Ad un paio di km dal
campo, sulla stessa strada che portava alla Comune Agricola, c’era un enorme magazzino della MuMi. Un ex- centro commerciale stipato di oggetti sequestrati ai devianti e ai “profittatori”. Una volta
era stato portato a scaricare scatoloni di indumenti. Dentro, assicurò ai compagni, avrebbero trovato tutto quello che sarebbe servito per la fuga.

La sera della fuga, nella baracca della prima riunione, Max e
gli undici etno, discussero gli ultimi dettagli. Il cibo che avrebbero portato con sè, non era molto. Sarebbe bastato sì e no per un paio di giorni, dopo,avrebbero dovuto arrangiarsi. Per il lungo tragitto, Max aveva rimediato un vecchio libro, trovato nella Comune agricola, con tutti gli itinerari europei per il trekking a cavallo.
Era riuscito a procurarselo, corrompendo una guardia rom, in cambio di un anello d’oro, vecchio ricordo di famiglia che era riuscito, fortunosamente, a portare nel campo.
Inoltre nella sua sacca c’erano mappe , cartine e una bussola.
La notizia del progetto di fuga fu tenuta segretissima.
Sicuramente nel Campo giravano alcuni rinnegati, spie al
servizio dei Psicopol e della MuMi. Quindi furono avvertiti solo pochi e fidatissimi compagni di prigionia. A loro fu demandata l’organizzazione e la sicurezza del Campo dopo la loro fuga. Se qualcuno avesse chiesto, cosa impossibile, che fine avesse fatto Max, avrebbero dovuto rispondere che era morto. Del resto le morti per malattia dovuta alle privazioni e alle terribili
condizioni igieniche erano all’ordine del giorno. Ogni giorno due o tre prigionieri non ce la facevano. Avvolti in sacchi cerati, venivano portati fuori dall’infermeria. I guardiani controllavano il cartellino e poi facevano gettare i morti in una fossa


La Fuga

Intorno alla mezzanotte del 1 Luglio, gli etno si avvicinarono al reticolato. Le guardie non erano nemmeno
salite sulle torrette. Erano tutti intenti a festeggiare il Mandela Day, una festa particolarmente cara ai migranti, ubriacandosi e facendosi di coca.
Una buca scavata sotto il filo spinato, scavata nei giorni precedenti, avrebbe permesso ai fuggitivi di passare sotto il reticolato
attraversato dalla corrente elettrica. Una volta fuori sarebbero scivolati nel fossato che fortunatamente, a causa
della siccità dei mesi precedenti, era quasi a secco. L’acqua sarebbe arrivata al massimo alla vita.
A mezzanotte, Max fu il primo ad oltrepassare il tunnel, a ruota seguirono gli altri.
Una volta attraversato il fossato, gli etno salutarono mestamente i compagni che rimasero nel campo aldilà della rete, sussurando loro “ritorneremo!”
Poi scomparvero nelle tenebre. I devianti che li avevano accompagnati ai limiti del campo, riempirono con cura il passaggio con la terra per cancellare ogni traccia della fuga.

I rischi che Max e i suoi compagni correvano erano terribili.
Se fossero stati scoperti dai miliziani o peggio ancora dai Psicopol senza i microchip sotto il dorso della
mano, sarebbero stati portati in qualche Campo di Eliminazione, e lì sarebbero scomparsi per sempre. La squadra, si avviò verso il suo destino, nell’oscurità. Verso le montagne

I fuggiaschi guidati da Max e Der si incamminarono in silenzio e nell’oscurità, costeggiando la strada provinciale che da Prevalle portava a Gavardo.
Dopo una quarantina di minuti giunsero al magazzino. Gli evasi si avvicinarono dal retro. C’era una
porta di vetro, protetta da una grata. Era chiusa a chiave. Larth con un passepartout di fortuna riuscì ad aprirla. Gli uomini entrarono dentro.
I guardiani erano in un edificio distante una quarantina di metri. Tutto era buio. Sicuramente stavano dormendo dopo le abbondanti bevute della festa.
I devianti si avvicinarono agli scaffali dove trovarono in ordine di taglia gli indumenti: parka impermiabilizzati blu con cappuccio con la stella a cinque punte gialla, passamontagna, guanti di lana,
pantaloni con tasche laterali , cinturoni, maglioni a collo alto, calze di lana e scarponi, sacchi a pelo.
Gli etnonazionalisti si rivestirono e negli zaini misero dei ricambi. Halexandra trovò anche delle
“razioni da manovra”, scatole con scatolette e gallette di sopravvivenza. Ognuno ne prese cinque a testa. Il cibo per cinque giorni era assicurato. Ken, entrando in un’altra stanza attigua trovò, trattenendo un grido di gioia un arco e decine di frecce da caccia. Lo prese fra le mani, soppesandolo, come fosse un oggetto sacro e prezioso. Era stato campione nazionale di tiro con l’arco. Riempì due faretre e fu portato via a forza da Jena. Der invece durante la sua perlustrazione trovò in una vetrina una katana. Era stato cintura nera di kendo. La sfoderò e si esibì in alcune figure. Apparve agli occhi ammirati degli amici un samurai. Ripose la spada nel “saya” il tradizionale fodero in legno di magnolia e se la mise a tracolla.
Infine raccolsero i loro stracci e in silenzio uscirono. larth richiuse la porta.
“Sembriamo una squadra di Miliziani”, disse Ken.
“Meglio così”, rispose Langbard strizzando l’occhio.
Il gruppo, zaino in spalla, prese un viottolo fra i campi. La prima operazione era riuscita alla perfezione.
Si avviarono, quindi, soddisfatti verso la Comune agricola.
Intorno alle 2,30, arrivarono alla fattoria, illuminata fiocamente da alcuni lampioni.
“Ci sono due miliziani di guardia. Stanno dormendo. Nella fattoria ci dovrebbero essere una decina di manuali, ma anche loro sono sicuramente nel mondo dei sogni . Dobbiamo aggirare il reticolato e poi entrare. A 200 metri dalla casa, c’è la stalla … Andiamo!”
La squadra fece gli ultimi metri di corsa. Costeggiò il reticolato. Poi, Max, tirò fuori dalla sacca un paio di tronchesi. I fili tagliati fecero un rumore strano, simile a quello di una corda di violino che si spezza.
Si precipitarono nel prato e giunsero nel ricovero dei cavalli.
Per primo entrò Max.
Gli animali lo conoscevano. Erano di razza aveglinese, dal manto fulvo e la criniera bionda.
Cavalli di grandissima resistenza, adatti alla montagna e ai lunghi percorsi.
Max accarezzo il primo e poi gli altri.
Gli etno entrarono nel fabbricato di legno e, seguendo le indicazioni del capo, sellarono gli animali non senza qualche difficoltà. Le lezioni erano servite, ma qualche intoppo fu normale che ci fosse.
L’operazione avvenne comunque in tempi brevi. Guelfo, Halexandra e Max, aiutarono i camerati in difficoltà; poi a piedi, tenendo per le redini i cavalli, ritornarono sui loro passi, uscendo dall’apertura nel reticolato.
“Ed ora in sella!” bisbigliò Max.
Poi, sul suo cavallo, prese la testa dello squadrone. Per ultimo veniva Guelfo Nero, che avrebbe dovuto controllare che nessun cavaliere rimanesse indietro. Ai lati cavalcavano Halexandra e Soviet,
entrambi esperti cavallerizzi.
“Dobbiamo bypassare Salò prima che sorga il sole e avviarci all’interno, verso Vobarno e San Martino!”
Spinse il cavallo al piccolo trotto verso una bianca strada sterrata che costeggiava a tratti la strada statale. Era quasi l’alba quando imboccarono la strada provinciale che portava verso Bovarno.
I paesi che avevano incontrato sembravano deserti. O forse i randagi e i Rom che li abitavano, non erano molto mattinieri. Anche il tragitto verso Treviso Bresciano, fu tranquillo.
La strada correva lungo la valle, ai lati vi erano folti boschi. Se ci fossero stati pericoli, sarebbe stato facile, occultarsi.
Sorpassarono Baverno, sede delle ex-acciaierie Falk, ora occupate da un’umanità di randagi, punkabbestia , marginali e migranti sbandati, tutti ferventi sostenitori del Governatore Finis e del GoMo.
Tutto taceva. Anche l’attraversamento di San Martino, ebbe luogo senza imprevisti.
Fermatisi all’interno di un bosco per una breve sosta, Max con Der controllarono le carte.
Halexandra si mise a ridere sonoramente.
“Che hai da ridere?” le chiese Der.
“Abbiamo rubato abiti e cavalli ai guardiani rom. Capisci?! Abbiamo fregato gli zingari!!!”, disse continuando a ridere.
“Già” disse Totila, “è il colmo. Rubare ad un rom. Il mondo si è rigirato …”

” Buoni!”, disse Max. “Dobbiamo arrivare al bivio di Dimaro, che dista da qui una cinquantina di km entro domani sera. Quando comincerà ad imbrunire dovremo metterci in marcia. Da Dimaro proseguiremo verso nord-est. Fra tre giorni dobbiamo essere in Val Passiria. Fra quattro, in Austria. Ora riposiamoci e facciamo riposare i cavalli!”
Gli etno si sdraiarono sull’erba. Ognuno pensava all’avventura che stava per iniziare.
Avevano aperto una porta oltre la quale ignoravano cosa ci fosse. Da quel momento in poi, e di questo erano consapevoli, avrebbero giocato a dadi ogni giorno con il Destino.
La posta in gioco sarebbe stata la vita o la morte.

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