Racconti fantastici

Racconto Tzigano 5a puntata

«Metti giù le mani sporco zingaro!» urlò la donna.
Il falso nomade a quel punto con una mossa repentina strappò la borsa alla donna, e iniziò a
correre. La donna cadde a terra iniziando ad urlare istericamente. I due poliziotti che erano nelle
vicinanze accorsero, bloccando Younas-Alfred.
«Mi ha scippata e molestata!» urlò la donna scossa da brividi di indignazione. «Arrestatelo!»
I poliziotti lo bloccarono e stavano per mettergli le manette.
«Non arrestare me. Lei! Io chiedere solo soldino e lei avere detto me, sporcu zingaru de merda…»
La donna sgranò gli occhi e impallidì: «Ma… ma…non è vero! Mente!!!»
«Signora, lei lo sa che per legge vale più la parola di un migrante che quella di un italiano?» disse uno
dei poliziotti.
«Sì, ma io quelle parole non le ho pronunciate. Ve lo giuro!…»
«Lei avere detto me sporcu zingaru de merda!»
ribadì il falso rom mentre sottilissimo sorriso velenoso gli disegnò la bocca.
Nonostante la donna professasse la sua innocenza, fu immediatamente arrestata e portata via da
una volante, mentre un capannello di persone commentò negativamente l’atto di xenofobia solidarizzando
con Alfred-Younas.
La Legge parlava chiaro: secondo l’art. 655 del Nuovo Codice Penale comma 3bis in caso di conflitto
fra un italiano e un migrante, la parola del migrante era quella che prevaleva. A meno che non ci fossero
150 testimoni pronti a scagionare il nativo.
I media e i giornali si gettarono come cani famelici sul caso di xenofobia. Younas-Alfred, la vittima
dell’episodio divenne famosissimo: interviste, partecipazioni televisive, manifestazioni
e tavole rotonde lo videro come ospite d’onore. Formigli e Gad Lerner, la Gruber se lo contesero a suon di
soldoni.
Venne il giorno del teleprocesso: milioni di ascoltatori, aizzati dalla propaganda buonista,
si incollarono al video. La donna fu portata nella gabbia degli imputati in catene. Era visibilmente dimagrita e
pallida. La folla l’accolse con cori e slogan contro la xenofobia e il razzismo, chiedendo per lei una pena
esemplare.
Il Telepresidende della Corte, con la formula di rito, le chiese se si dichiarava colpevole o innocente.
La prigioniera, ad occhi bassi, si dichiarò colpevole e confessò il suo delitto, offrendo alle telecamere il
volto rigato da lacrime, segno di un profondo e sincero pentimento.
«La Corte deciderà, ma prima, come prevede il Nuovo Codice di Procedura Tele-Penale, la parola va alla
vittima di questo disgustoso episodio di razzismo!»
disse il Presidente, invitando il falso nomade salire sul Podio delle Vittime.
«Iu, non essere vendicativu. Noi ròmi volere amore nel mondo. Fratellansa. Volere tutti bene. Capitu?
Noiu, tutti frateli. Iu ritirare mia denunsia contro la signora rassisda…»
La donna nella gabbia, sollevò la testa e il velo di tristezza che le copriva gli occhi si squarciò. Un boato
rimbombò fra le pareti di cartongesso della sala tribunalizia televisiva.
Il conduttore della trasmissione, con voce rotta dalla commozione, esaltò il generoso gesto del falso
rom. Il televoto impazzì. Milioni di messaggi arrivarono ai terminali del tribunale, tutti esaltanti il
“generoso migrante”, “Younas il buono”, “Younas il magnanimo”, “Younas il Misericordioso”.

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