Parlano di Alfio Krancic

Dicono (male) di me e di altri…


di Paolo Mossetti

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Arsenale K, Marione e gli altri: viaggio nel mondo della satira sovranista

Da Alfio Krancic a Ghisberto, la satira filogovernativa è un mix di vecchio e nuovo non sempre facile da interpretare, e sfrutta canali alternativi rispetto alla stampa mainstream

Negli ultimi due anni il sovranismo italiano – quel complicato ammasso di correnti, pensieri politici e gruppi partitici che si riconosce totalmente o parzialmente nell’attuale governo – ha lavorato alla ridefinizione e al consolidamento del proprio establishment culturale: sia riciclando figure già note al tempo d’oro del berlusconismo, sia recuperando e riproponendo altre marginalizzate dalla narrativa dominante, e sia allevandone altre nuove di zecca, sfruttando l’inevitabile ricambio generazionale. È un quadro che vale per il mondo del giornalismo, del mondo intellettuale, delle università. I social network – Facebook e Twitter in particolare – aiutano a mescolare le carte e a generare una nuova schiera di sostenitori che possono bypassare la tradizionale impermeabilità di molte testate moderate. E lo stesso principio vale anche per la satira.

Certo, oggi dietro il telegiornale della seconda rete nazionale ci sono redattori incuriositi da filosofi apocalittici filo-putiniani come Aleksandr Dugin: molti di quelli che un tempo erano tabù sono caduti, ma resta la rete il territorio privilegiato dell’assalto al carro del vincitore, specialmente per quanto riguarda l’area culturale destrorsa. Vediamo allora quali sono i principali interpreti del sovranismo che fa ridere.

In un libro-inchiesta del 2015 sull’ascesa nel centrodestra di Matteo Salvini, il giornalista Antonio Rapisarda racconta il pantheon vecchio e nuovo di autori riposizionati nella casa politica leghista, formando un laboratorio politico niente affatto banale, e molto agguerrito. Uno dei ritratti più significativi è quello di Alfio Krancic, storico vignettista del Secolo d’Italiafinito in prima pagina sulla Padania. Cosa ci faceva lì un dichiarato postfascista come Krancic, si chiedeva Rapisarda? “Non si tratta di legge e ordine”, è la risposta: si tratta della politica estera. La Lega era diventata infatti anti-atlantista e non-interventista, proprio come piace a lui (a differenza della destra canonica istituzionalizzata, che da questo punto di vista era rimasta piuttosto asfittica).

Krancic – il quale su Twitter se la prende con tutto ciò che ha vagamente un sapore multietnico e liberale, elogia Putin e LePen e dà del “minorato” a Bergoglio – fa parte della generazione dei Campi Hobbit, che negli anni Settanta ha introdotto nel Movimento sociale italiano alcune tematiche inedite come l’ecologia, i diritti dei giovani, l’arte e il regionalismo. Nella Lega, Krancic oggi vede un collegamento ideologico molto forte con quel tipo di mondo, e con la Nouvelle droite di Alain de Benoist, che parlava già negli anni Ottanta dell’Europa dei popoli e delle nazioni piuttosto che della finanza e dell’immigrazione incontrollata. Un vignettista postfascista c’entra con la Padania, dunque, perché “ambedue hanno sviluppato una sensibilità in comune”, osservava l’autore del saggio, quella per una “destra differente”.

Se Krancic è un disegnatore dalla storia decennale, un giovane (si fa per dire) virgulto nella scuola satirica sovranista è invece Marione, ovvero Mario Improta, la cui attività principale è sfornare vignette su Facebook di propaganda (si direbbe, a vederle: in stile nordcoreano) per ilMovimento 5 stelle e i suoi leader. La sintesi di questa attività – in questo momento tinta di anti-leghismo, per via degli attriti tra M5s e Salvini; per lo stesso motivo, d’altronde, Krancic sta facendo vignette anti-grilline – è tutta in una vignetta, dedicata al celebre, recente accordo tra Italia e Cina per l’esportazione di arance rosse nel gigante asiatico. Con uno stile che non avrebbe sfigurato sui fogliacci mussoliniani degli anni Trenta, Improta produce un’opera che vale la pena rileggere attraverso la descrizione che ne fa Next quotidiano:

L’Italia è rappresentata da una donna con il culo di Kim Kardashian e i capelli di Virginia Raggi avvolta nel Tricolore. Dietro di lei – ritratte nell’atto di rosicare dall’invidia – una nanetta bionda in ciabatte (la Germania) e una Francia un po’ anoressica con le labbra a canotto.

Questo è il senso dell’accordo sulle arance spiegato “ai piùeuropeini, agli euroinomani, agli economioni e a tutti gli altri individui con evidenti carenze intellettive”: Francia e Germania sono state messe in ombra dall’Italia, non più italietta, che finalmente stringe accordi alla pari con la Cina di Xi Jinping. Ma il problema non è nemmeno tanto questa bugia pietosa – i dettagli della partecipazione italiana alla Nuova via della seta sono ancora tutti da scoprire – quanto la gaffe in cui inciampa Improta: la Cina infatti è disegnata con un abito tradizionale giapponese, lo yukata, e rappresentata con una geisha (giapponese). Proprio una bella spiegazione, non c’è che dire, ma di tutt’altra allegoria rispetto a quella illustrata dall’autore.

Emmanuel Macron cresce nei sondaggi in percentuale di 3 punti dopo l’incendio di Notre-Dame. Ora dovrebbe essere alto 1.56

[@LVIX1]#NotreDame

— Arsenale KⓇ (@ArsenaleKappa) 23 aprile 2019

Un altro caso emblematico del nuovo corso è ArsenaleK, uno degli accountpiù grevi e infantili della satira sovranista su Twitter (e non solo). È gestito principalmente da Luisa Scheggia: passata per il sito satirico Prugna, ha anche una piccola rubrica tutta sua su Scenarieconomici (sito economico filo-governativo, particolarmente vicino alle posizioni della Lega) e ora è sostenitrice di Giorgia Meloni (come nickname personale ha scelto “LVIX, proprio così,in caratteri romani). I suoi tweet sono oggi incorporati anche in free press come Leggo, che spesso si contraddistingue per titoli scandalistici, come uno recente che recitava “Arrivederci rom”: un gioco di paroleall’indomani dello sgombero di un campo nomade nella Capitale. In realtà, un umorismo di questo tipo è sempre esistito. La differenza è che anni fa non avrebbe raggiunto tanti spazi nel mainstream come ora gli si sono dischiusi davanti.

In uno dei suoi abituali rant, ArsenaleK se l’è presa con Gipi, pseudonimo di Gian Alfonso Pacinotti, uno dei più premiati fumettisti italiani, definendolo “tossicodipendente” e “alcolista”. “Dopo Pasqua avvio la mia prima querela. Sono emozionatissimo”, ha annunciato a stretto giro lui, sulla sua pagina Facebook. Ma la responsabile della rubrica “La Scheggia Impazzita” su Scenarieconomici ha continuato per ore a inveire con ogni tipo di epiteti e volgarità.

Mi è dispiaciuto molto assistere alla distruzione di Arsenale”, racconta un ex collaboratore di un programma radiofonico che conosceva Scheggia, e che la descrive come un personaggio instabile e ormai radicalizzato. “Non ho notato subito cosa stava succedendo, ma negli ultimi tempi ho visto la situazione precipitare”.

È significativo come la prefazione al libro pubblicato da questo collettivo, qualche anno fa – quando la sua svolta politica era ancora lontana – sia stata firmata da Vincenzo Sparagna, uno degli animatori della storica rivistaFrigidaire negli anni Ottanta, anarchica ma saldamente ancorata a sinistra.

Tre anni fa, su Vice Italia, il giornalista Leonardo Bianchi aveva fatto di questo mini-universo un censimento piuttosto puntuale, in cui oltre a Marione e Krancic era citato anche Ghisberto, una delle firme più virulente, un disegnatore dalla traiettoria biografica piuttosto anonima che da Cuba sforna vignette contro i buonisti (raffigurati come dementi dagli occhi strabici e la vescica fragile) i centri sociali (zecche rosse) le femministe (quasi sempre mostruose arpie dal seno cadente) e quant’altro.

“È arrivato il momento di parlare della satira di destra”, Bianchi spiegava che, “oltre alle tematiche che affrontano”, la caratteristica che accomuna questi autori èil modo in cui sono emersi. “A parte il caso particolare di Krancic, tutti gli altri vignettisti sono dei prodotti di Facebook: è lì che diffondono le loro vignette e sono diventati famosi proprio così, tramite le condivisioni degli utenti. Al di fuori delle loro pagine non hanno un vero e proprio canale di comunicazione”. Tre anni più tardi, con lo sdoganamento dei linguaggi dei blog complottisti in prima serata nei tg nazionali, quei canali di comunicazione si sono aperti come la diga del Vajont.

da Wired.it

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