Racconti fantastici

Gli Sfollati

Capitolo 1 –

Giovanni e la sua famiglia, moglie e due figlioletti, da due mesi erano costretti a vivere  nella loro macchina. L’uomo era  rimasto senza lavoro, e la banca, da quando aveva smesso di pagare le rate del mutuo, gli aveva confiscato la casa.
Anche la moglie, impiegata presso una ditta, aveva perso il lavoro. Sopravvivevano facendo lavoretti saltuari e lavorando un paio di giorni la settimana presso un’impresa di pulizie. Nello spiazzo, ai margini della città, dove avevano parcheggiato la loro macchina, nelle stesse condizioni vivevano altre tre famiglie. La sera, tutti insieme,  si ritrovavano sulle panchine di un  giardinetto spelacchiato, e mentre i bambini giocavano,   parlavano delle loro grame prospettive e delle loro  disgrazie. Avevano soprannominato quel luogo “Il Lacrimatoio“. Tutti quanti avevano fatto la solita trafila  nelle varie associazione  caritatevoli, di volontariato e di assistenza, ma tutte le volte gli era stato detto che prima  venivano i migranti, poi gli autoctoni.  Erano andati anche a chiedere alloggio in un palazzo occupato dai centri sociali, ma non appena avevano visto che erano italiani, erano stati cacciati fuori in malo modo. Per loro non c’era la possibilità di avere  un tetto. Gli stranieri avevano la priorità.
Una mattina, Giovanni girando per la città in cerca di un lavoretto, trovò su una panchina un giornale. Si sedette e iniziò a leggerlo.


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Capitolo 2 –

Vide una foto che lo folgorò. Si trattava di una trentina di “migranti” fotografati, ridenti e ben vestiti, davanti all’ingresso di un hotel a 4 stelle. Il giovane lesse il seguito, Apprese che gli africani sarebbero stati tenuti in albergo fino a che non si fosse trovata loro una “sistemazione dignitosa e un lavoro”. Inoltre ad ogni individuo sarebbero stati corrisposti 3 euro al giorno, sigarette, schede telefoniche e vitto. Si immaginò, insieme alla sua famiglia, su un gommone o su un vecchio peschereccio, mentre sbarcava su qualche costa del meridione, accolto con tutte le cure dai volontari della Caritas o di altre associazioni filantropiche. In quel momento gli balenò prepotentemente in testa un‘idea.
“ E perché no?!”
Prese la metropolitana e tornò alla sua “abitazione”.
Sua moglie con l’ausilio di un fornello da campeggio stava preparando un po’ di caffè.
“ Maria, quel tuo parente a Marsala fa sempre il pescatore?”
“ Sì, perché?”
“Telefonagli e digli che presto andrò a fargli visita…”
“Vuoi fare il pescatore anche tu?”
“No…no…”
Sì avviò verso le altre tre macchine di sfollati parcheggiate nella piazza.
“Aldo, Enrico, vi devo parlare!”
I due uomini impegnati nelle pulizie delle loro “abitazioni” riposero gli stracci e lo seguirono.
Giovanni porse loro il giornale: “leggete qui…”
I due lessero sottovoce l’articolo e poi lo commentarono.
“ Guarda che roba! Hotel a 4 stelle e noi cittadini di questo paese costretti a vivere in macchina!”
“ Amici, mi è venuta un’idea stupenda!”
“Mmmhhh…l’ultima volta che hai avuto un’idea, per poco non finivamo tutti e tre in galera…Volevi occupare un appartamento popolare che invece era stato occupato da una famiglia congolese. Per poco, se non fosse stato per quel commissario, ci arrestavano per violenza privata, violazione della proprietà e xenofobia…”.


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Capitolo 3 –

“No, no…ascoltate prima di giudicare…” disse Giovanni.
“ Vendiamo le macchine e con il ricavato andiamo in Sicilia…”
“In vacanza?” chiese ridendo Enrico.
“No, andiamo ad imbarcarci…”
“Imbarcarci?! Mio Dio! Mi sorge un orribile dubbio…” disse Aldo facendo due passi indietro e mettendo le mani avanti…
“Aspetta Aldo, prima fammi finire…Dunque, ci facciamo portare al largo da un peschereccio e poi puntiamo su Lampedusa; ci raccolgono e poi tutti a villeggiare in un hotel a 4 stelle, all inclusive, gratis…Che ne dite?!”
I due amici si guardarono poco convinti.
“ Sì ma noi non siamo marocchini o tunisini, o siriani capirebbero subito che siamo dei migranti falsi…” obiettò Aldo.
“Ho pensato a tutto. Prima di imbarcarci bruceremo i nostri documenti; copriremo le nostre mogli con il velo; noi parleremo nel solito slang italo-marocchino tipo:’noi venire da Morocco…essere scappati da guerra e fame’ etc. Diremo che siamo già stati in Italia e che parliamo uno poco l’italiano; ci daremo nomi arabi…Ahmed, Mustafà, Omar etc. ci cospargeremo la pelle con qualche colorante per essere più credibili come magrebini. Diremo che fuggiamo dalle guerre, dalla fame e dalle persecuzioni. Basta studiare bene le parti in commedia e vedrete come i babbei dell’accoglienza cadranno nella trappola. Però dovremmo essere di più. Dobbiamo trovare altre famiglie alla disperazione…”
“Non sarà difficile…” rispose Aldo con un tono triste.
“Come faremo ad imbarcarci?” chiese Enrico.
“Il cugino di mia moglie è proprietario di un peschereccio, ma il caro- gasolio lo ha messo a terra. Mettiamo che siamo un centinaio persone e lo paghiamo 100 euro a testa. Per questa cifra ci porterebbe in America. Il piano è questo: ci imbarchiamo nottetempo nei pressi di Marsala; prendiamo il largo e poi ci dirigiamo verso Lampedusa. Il comandante dirà che ci ha raccolti su un barcone alla deriva. Scatterà l’operazione Mare Nostrum e per noi inizierà una nuova vita di agi e felicità!”
I due amici lentamente parvero convincersi della bontà dell’idea.
Dopo una settimana i tre contattarono una trentina capi-famiglia in condizioni economiche disastrose che, dopo aver ascoltato il piano, accettarono l’idea di trasformarsi in migranti. A tutti furono date due pagine fotocopiate con le istruzioni.
Giovanni partì per la Sicilia ad incontrare il parente pescatore, portandogli un anticipo di duemila euro e spiegandogli dettagliatamente il suo piano. L’uomo riconobbe che l’idea era geniale.
Una decina di giorni dopo circa 112 adulti, donne e bambini partirono in treno alla volta della Sicilia. Dopo tre giorni arrivarono a destinazione.


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Capitolo 4 – La Partenza

Il peschereccio si avvicinò alla banchina del porticciolo. Sulla spiaggia brillava un falò: era quello dei documenti che venivano distrutti. Era buio e i falsi migranti iniziarono a salire a bordo. Dopo circa un’ora il comandante fece manovra e si diresse verso il largo. Per fare apparire i profughi stremati e infreddoliti, il giorno si bagnarono a vicenda con acqua di mare; le donne si coprirono la testa con il velo e tutti si spalmarono un olio abbronzante e tingente che li avrebbe fatti sembrare più scuri di pelle; gli uomini si erano fatti crescere la barba. Due giorni dopo il natante virò ad est, entrando nel corridoio navale dei migranti. A quel punto il comandante lanciò un SOS,
“ Qui peschereccio ‘Pinguino‘! Ho bisogno di aiuto! Ho raccolto oltre cento migranti!Ci sono molte donne e bambini. Accorrete presto! ” Il Comandante riferì la propria posizione.
“Arriviamo!”  fu la risposta.
Giovanni con un megafono dette le ultime raccomandazioni ai suoi compagni di avventura : “ parlate il meno possibile! Esprimetevi in italo-marocchinese; imparate a memoria quelle decine di parole di arabo scritte sulle fotocopie! Capito?! Poi distruggetele e gettatele in mare“. Era passato un quarto d’ora dal SOS quando all’orizzonte apparve un elicottero della Marina Militare. Il veivolo sorvolò l’imbarcazione. Un’ora dopo la nave Diciotti, arrivata sul posto alla massima velocità, abbordò il peschereccio. Una scala scese dalla fiancata. Il mare era calmissimo e il trasbordo avvenne senza problemi. I “migranti” furono accolti con premura e a qualcuno dei naufraghi parve perfino con gioia. Furono tutti dissetati e dovettero mangiare per forza piatti di pastasciutta efinanco due fette di dolce a testa.
Il Comandante volle parlare con i falsi rifugiati.
“Qualcuno parla italiano?”
“Io!” rispose Giovanni alzandosi in piedi.
“Da dove venite”
“chi viene Maroccu, Tunisi, anche de Libia e Egittu, de Siria, capo. Sgabbiamo da guerre, fame, e dittatori…rais…”
“Dì ai tuoi amici che vi portiamo a Lampedusa; da lì verrete portati in tutta Italia. Auguro un buon viaggio a tutti voi.”
“Grassie capo. Ora io dire a tutti miei gombagni quello che tu hai detto!”
Un altro ufficiale (medico) si avvicinò a Giovanni.
“Avete documenti?”
“No, noi avere perduti in mare…”
“c’è qualche malato con voi?”
“No…no…noi tutti stare bene, tutti sani…”
“Ok!”  
L’ufficiale si allontanò fischiettando.
Giunti sull’isola iniziarono le procedure di sbarco, decine di volontarie e volontari  delle varie associazioni religiose e laiche si precipitarono loro addosso portando, caramelle cioccolatini, frutta, dolciumi. I “migranti” dovettero ingozzarsi per farli felici. Al porto arrivò, insieme ad una delegazione di “ragazzi” dei centri sociali, la sindachessa di Lampedusa, che dette loro il benvenuto.
“Il vostro arrivo, o fratelli , ci riempie il cuore di gioia; voi arrivate qui da noi come una ventata di aria fresca. Voi siete i benvenuti in questa nostra isola: chiedete e vi sarà dato!”
“Grassie per tue  bone parole i bona accogliensa!”
“ L’Italia è  ora la vostra terra!” disse la sindachessa con gli occhi lucidi dalla commozione.
“Grassie! Grassie!” risposero in coro i falsi migranti.
“Ora venite dietro di me. La sistemazione è provvisoria, ma sul continente sarete trattati con tutti i riguardi!”
Giovanni-Ahmed si mise dietro la donna e fingendo di inciampare le rovinò addosso. La donna spinta, violentemente,  cadde a terra , sbattendo il suo enorme naso aquilino contro la pietra. Fiotti di sangue le inondarono il volto e il vestito.
“Escusa non fatto aposta…disgrassia…escusame seniora…”
La donna si rialzò aiutata da alcuni suoi scagnozzi e rivolta al falso migrante, con il volto insanguinato, sforzandosi di sorridere disse:
“Fratello, tranquillo, non è niente. Non è colpa tua. La colpa è mia che mi sono messa davanti a te…”
“Grassie seniora. Stata disgrassia…”.
I “profughi” furono messi in una struttura su una collinetta. Restarono, accuditi  dai volontari, ma nonostante la premura di questi ultimi, nessuno parlò  di partenze.


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Capitolo 5 –

“Perché ancora non ci hanno mandati negli alberghi a 4 stelle?” chiesero  Aldo ed Enrico a Giovanni.
“Lo so io perché! Per ottenere qualcosa subito dobbiamo mettere a ferro e fuoco questo luogo e magari creare disordini in città!”
“Giusto!” disse Enrico. “lo fanno sempre quando vogliono ottenere qualcosa!”
Buttarono giù un piano.
Le donne iniziarono a dar fuoco alle suppellettili e ai materassi, mentre gli uomini, armati di bastoni e spranghe, scesero verso l’abitato, dove iniziarono a devastare negozi e bar e a saccheggiare magazzini. In queste azioni di guerriglia furono immediatamente aiutati da “i ragazzi” dei Centri Sociali che fecero fronte comune con i falsi migranti. Le forze dell’ordine, consce dei rischi che avrebbero corso a torcere un solo capello ai “profughi”, si guardarono bene dall’intervenire. Intervenne invece la sindachessa con il volto tumefatto  coperto di garze e cerotti che riuscì a riportare la calma con la promessa di un rapida partenza verso il continente.
Ventiquattro  ore dopo furono imbarcati su un traghetto e portati a Napoli dove, saliti  su un aereo furono portati a Milano. Il centinaio e passa di “profughi” fu diviso in una decina di gruppi ognuno dei quali fu ospitato in prestigiosi alberghi in  rinomati luoghi di villeggiatura.
Qui ebbero finalmente pasti  con menù alla carta, camere accoglienti e spaziose, bagni, letti puliti e abiti nuovi.
Maria abbracciò il marito.
“Sei stato un genio!”
“Grazie amore!” rispose Giovanni orgoglioso della felicità della moglie, dei figli e degli amici di sventura.
IL PRETE
Dopo alcuni giorni, nello stesso albergo arrivarono una ventina di maghrebini, reduci da un ennesimo “viaggio della speranza” attraverso il Mediterraneo. I due gruppi però non legarono e le ragioni erano evidenti.A quel punto alcuni nord-africani  esternarono  al delegato della Caritas i loro dubbi.
“ No pregano mai verso Mecca…Mangiare carne maiale…Quelli non essere muslimani… e poi non rispondere mai in arabo…”.


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Capitolo 6 – … ed ultimo ….

Il prete insospettito avvertì i responsabili del locale Comitato di Accoglienza . Furono messe delle microspie nelle stanze. Dopo pochi giorni la verità venne a galla!
Il prete assieme ai responsabili del Comitato e dopo aver allertato le Forze dell’Ordine e i media, denunciò i falsi profughi.
“ Sono degli impostori che speculano sulle disgrazie e il dolore dei veri migranti!”.
Una troupe di Piazza Pulita, condotta da Corrado Formigli in persona piombò nell’albergo. Il giornalista che aveva avuto una dritta. fiutò lo scoop. Facendo finta di condurre – tanto per cambiare – un’inchiesta sui muigranti, incontrò Giovanni, Enrico e Aldo. Sulle prime i tre uomini si rifiutarono di rispondere alle domande incalzanti del conduttore. Poi proclamarono confusamente la loro innocenza. La  trasmissione  in diretta assunse toni drammatici. I tre, fra le lacrime, ribadirono  di essere profughi siriani, ma il prete, che aveva assistito alla penosa scena, fece allora intervenire un mediatore culturale che iniziò a porre delle domande in arabo. Giovanni che aveva imparato una decina di frasi di circostanza, ripeté in continuazione:“noi siamo profughi siriani…noi siamo profughi di guerra…”.
Si creò una situazione di stallo. Il prete, in combutta con Formigli, escogitò un piano per smascherarli definitivamente. Si trattava di un “rituale” che in passato aveva funzionato alla perfezione. In una trasmissione del “maestro” di tutti i conduttori di sinistra, Michele Santoro, fu invitato una volta il segretario della Lega Salvini, che in presenza della ministra Kyenge, per dimostrare di non essere razzista, fu costretto a mangiarsi un casco di banane, notoriamente frutto antirazzista per eccellenza. Superò dopo sforzi sovrumani a malapena la prova.
Pochi giorni dopo, negli studi di Piazza Pulita, tutto fu approntato per il “rito”. I tre furo portati nella sala, strapiena di persone chiaramente colpevoliste nei loro confronti. Furono fatti sedere su degli sgabelli di fronte ad una poltrona-trono, dove si assise la ex- ministra Kienge chiamata all’uopo. Le telecamere ripresero l’avvenimento che fu trasmesso a reti unificate. I riflettori erano puntati su i tre che sudavano abbondantemente. La Kyenge si fece portare su un tavolo un casco di banane.
“Ora proscederemo alla verificà. Si voi siete veri profughì e non impostori xenofobi e rassisti, manscerete le banane chi io vi darò. Si no, sarete condannati!”
La ex-ministra iniziò a staccare i frutti e a porgerli ai tre. L’ ordalia ebbe inizio. Gli occhi del pubblico e di milioni di telespettatori erano fissi sui volti imperlati di sudore dei tre. Ogni piccolo segnale di disgusto o di rigetto sarebbe stato letto come una confessione indiretta di razzismo.
Verso decima banana i tre iniziarono a vomitare. La Kyenge fece un balzo indietro e puntando in dito urlò:
“Son degli impostori! Arrestate questi rassisti e xenofobi!”
Da pubblico inferocito composto in massima parte da equipaggi delle ONG, da cooperanti dei centri di accoglienza, si alzarono urla e insulti al loro indirizzo. I poliziotti riuscirono a malapena a sottrarre i tre alla folla inferocita. Formigli, assistito nello speciale da un “parterre de rois” composto Giovanni Floris, Lilli Gruber, Roberto Saviano, dalla Capitana Carola e tanti altri, sorrise beffardamente, mentre mangiava la sua  dodicesima banana.
Il centinaio di falsi profughi fu rintracciato nei giorni successivi e tutti furono arrestati. In base alla legge Mancino furono condannati a lunghe pene detentive.
Uscirono  di carcere dopo cinque anni, grazie ad un’amnistia.
Senza lavoro, senza casa e senza auto, i tre, con le loro famiglie, riuscirono a prendere in affitto una vecchia roulotte in un ex-campo nomadi. I rom infatti da  anni  lo avevano abbandonato per andare a vivere in comode villette in collina. Da tempo nel campo vivevano solo italiani.

FINE

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